Ivano Fossati: “La mia Banda suona il Rock” (1979) – di Matilde Marcuzzo

“Sto cercando Marcello Bonfante!” – Una voce fastidiosa e forte proveniva dalla scalinata di mattoni rossi che faceva da ingresso al monolocale fuori città, in via della Vittoria n.7. Quante volte, col ghigno delle giornate anti-autostima, aveva pensato che tra tutte le strade di Roccella, proprio in via della Vittoria lui doveva abitare! Gli sembrava una di quelle coincidenze che non puzzano mai di coincidenze, tanto per dirla con il suo vecchio compagno di letture adolescenziali, Dylan Dog. – “Non c’è nessuno!” – rispose Marcello, facendo ovvia ironia spicciola e sperando di togliersi di torno chiunque fosse venuto a cercarlo. Da qualche settimana si era isolato, da Arianna, dalla famiglia, dai suoi compagni di baldoria e sound, dalla fiducia e da se stesso. Ora, chi stava interrompendo il suo eremitaggio forzato proprio non aveva idea di chi fosse ma, Marcello aveva intenzione di mandarlo via al più presto. – “Non faccia lo spiritoso, c’è da firmare una raccomandata. Allora c’è o non c’è questo Marcello o comunque, qualcuno che firmi, cosi me ne vado?” Una raccomandata? Che cosa poteva essere? L’ultima volta che aveva ricevuto posta era stato solo un volantino dei testimoni di Geova che diceva: “Credi in un mondo migliore? Credi in Dio? Lui crede in te!”… e questo lo aveva fatto incazzare più di quanto non lo fosse già. Meno male che ci pensavano loro a ricordargli di credere, pensò. Non rispose più nulla e il postino andò via col cellulare che gli suonava “La mia banda suona il rock”. A quel punto, Marcello alzò la testa in direzione della luce che arrivava dalla porta e improvvisamente iniziò a giocherellare con le dita tra i fronzoli che pendevano giù dalla poltrona sulla quale era sprofondato, come se fossero corde di una chitarra, iniziò a cantare sussurrando… “Una musica che è speranza / Una musica che è pazienza”… Sorrise, aveva avuto tanta speranza. Anni, attraverso lampi di follia, colpi di testa e sbandate da scapestrato.
“Marcello Bonfante, mi presento: eccomi qui. Ho 21 anni e questa è la mia band, i Moleskine. Noi crediamo in un ideale, siamo convinti di poter trasmettere un messaggio di qualità, abbiamo un sogno. Chi non sogna quando ascolta musica? Noi vogliamo creare i sogni!”“Oh, non svegliatevi / Oh, non ancora / E non fermateci / No no oh, per favore no”… – Ecco cosa aveva detto a i giudici in uno dei suo provini più importanti, uno di quei tanti “esami” in cui, alla fine veniva rispedito indietro, lui e band al seguito. Cosa succedeva ogni volta? Se lo chiedeva sempre, tra la rabbia pesante del fallimento e la lucidità delle pupille, davanti allo specchio del suo cesso, dove scappava a riflettere e fumare alla fine di una di quelle giornate pessime. Che fosse stato ciò che aveva detto presentandosi? L’ultima volta lo aveva pensato e sospettato. Sarà perchè ci si era messo anche Vito, il batterista del gruppo, a peggiorare il suo umore. Gli aveva buttato una pacca sulla spalla e, ridendo forte gli aveva detto: – “Marcè, tu fai bella musica ma dici frasi troppo lunghe, dovevi fare il politico!”
Marcello lo sapeva bene che Vito scherzava, di proposito lo punzecchiava per tirarlo su e spezzare l’aria di disfatta che aleggiava intorno a loro in quei momenti. Ce l’avesse avuto lui il positivismo di Vito. Marcello non era mai stato entusiasta di natura, c’era chi diceva che era un ragazzo timido ai tempi della scuola… chi insicuro, ai tempi dell’università, chi, come sua madre che lo chiamava spesso Giacomo, come il Leopardi. Ma lui lo sapeva chi era e come era fatto. Lui non era un Giacomo, semmai era un Tommaso, come il santo e finchè non toccava, non vedeva… Finchè non sarebbe arrivato al traguardo, a destinazione, non avrebbe potuto spezzare il nastro del finish, non sarebbe potuto scendere dal treno. – “È come un treno che è passato / Con un carico di frutti /Eravamo alla stazione, sì / Ma dormivamo tutti”… – Il successo è un’opportunità, un carpe diem da afferrare, ci sono sogni da realizzare ma, ad occhi ben aperti, rimanendo con i piedi per terra, senza piombare nel sonno della sconfitta. Marcello non voleva addormentarsi, lui voleva creare mondi da sognare attraverso il rock, e lo voleva fare con tutta l’anima … – Lui ti penetra nei muri / Ti fa breccia nella porta / Ma in fondo viene a dirti / Che la tua anima non è morta… -che gli esigeva di avere sempre una chitarra in mano…
Sappiamo bene che da noi / Fare tutto è un’esigenza… –
Marcello lasciò penzolare la mano smettendo di tormentare i fronzoli della poltrona. Smise pure di canticchiare. Quella canzone non la sentiva da un bel pò. Ivano Fossati l’aveva lanciata qualche anno prima, nel 1979, e subito era diventata un cult, una ventata di energia e aria fresca sotto il sole estivo e sotto i cuori giovani e spensierati ma, quando sarebbe stato spensierato lui? Già quasi trentenne e nessun lavoro all’orizzonte. Lavoro da artista, s’intende, perché lui il pane lo sudava già ogni giorno presso la bottega della carne di suo zio Ernesto. Gli sembrava di vederlo che, spaccando costolette, gli diceva spesso: – “Marcè, comu si bellu a zio tuo, mi pari il nuovo Little Tony cu chillu ciuffo!” – E lui sbuffavaLa sua ansia fu interrotta da un sms. Era Arianna, la sua fidanzata. Bella e garbata lei, capelli biondi come il grano e occhi di un blu intenso come un mare in tempesta. Arianna era la sua agitazione, la sua disperazione, mista in egual modo ad una forza sovrumana. Lei era sempre stata al suo fianco, nel bene, in tutte le serate faticose fatte di prove nel vecchio garage del padre di Rosario, il tastierista della band che aveva convinto il genitore a cederglielo, nonostante i dissapori di una madre che si vedeva sfrattata dal luogo in cui una volta lei trafficava conserve, salse di pomodori e carne di maiale da buona calabrese.
Arianna era anche stata presente nel male, in quelle notti insonni e concerti poveri, però ricchi di speranze e di folle fluttuanti come fantasmi che, cullati dal suono, quasi diventavano carne viva. Lei gli ripeteva di sentirsi viva quando lui suonava, per lei, per la gente, per le strade e quasi non respirava per l’emozione, come le donzelle vittoriane, imbellettate di corsetti e stoffe come mongolfiere lungo le gambe. Danzava Arianna, teneva il cuore leggero e con la sua presenza succhiava il sangue di Marcello, tenendolo allo stesso tempo in vita… – “Ci vedrete in crinoline / come brutte ballerine / ci vedrete danzare / come giovani zanzare”… – ma Arianna non era brutta, era una giovane ninfa che lo mutava in un bambino dolce e premuroso, lo aiutava a continuare il suo viaggio e a scrivere anche nuovi testi come musa ispiratrice… – “È un rock bambino / soltanto un pò latino / viaggia senza passaporto / e noi dietro col fiato corto”… – Il testo riportava: – “ Marci so come ti senti però sono due giorni che eviti di parlarne, chiamami. Io lo so che non ti arrendi. Domenica è andata male lo so, ma dopo ogni week end arriva sempre un Lunedi e si ricomincia. Tu devi ricominciare e ricominciare ancora e arriverà un vero inizio”
Gli venne quasi da commuoversi. Quanto era cara, si preoccupava sempre e invece lui, per colpa dell’ennesimo provino “scaduto, sere prima le aveva risposto pure in malo modo, quando Arianna aveva tentato di calmarlo dopo la frase di quell’impresariuccio da quattro soldi di Catania che aveva detto a Marcello: – “mi spiace, il sound potrebbe anche essere semi buono ma io non vedo grinta e il rock ha bisogno di grinta!” – Non era vero, era un bugiardo, i Moleskine l’avevano la grinta, il signor Barra invece aveva la bastardaggine e la miscredenza.
Cosi la pensava. Si alzò, decise di prendere un pò di fresco e poi di rispondere con calma ad Arianna. Le avrebbe detto di raggiungerlo a sera, se avesse avuto ancora voglia di sopportare un pò della sua tristezza. Raggiunse la scalinata di mattoni ma prima scansò con un piede uno dei fogli volanti sui quali appuntava ispirazioni per le sue canzoni. Doveva essergli caduto assieme alla speranza, non ricordava più nemmeno lui quando. Quello in particolare riportava “Chance flavour”. Era il titolo di una sua canzone suonata un mese prima durante un concerto estivo di piazza organizzato a Roccella. Senza nemmeno accorgersene buttò un occhio alla cassetta della posta. Decise di aprila. C’era una raccomandata a suo nome da parte del CEM, il Comitato Eventi in Musica di Roma, era una casa discografica di media importanza della Capitale. Cosa mai volevano da lui? Chiedergli cosa ne pensasse della fede come i testimoni di Geova? Iniziò quasi a tremare. Decise di andare a scoprirlo. Fece rientro in casa, si diede una sistemata e afferrò le chiavi dell’auto. Una volta a bordo della sua vecchia panda marrone, diede gas e sfrecciò verso l’ufficio postale canticchiando nuovamente Fossati. Se mai il CEM, per un qualche evento benevolo del cielo, lo avesse contattato per convocare lui e il suo gruppo a fare un provino, beh, lui questa volta avrebbe saputo perfettamente cosa dire: – “Marcello Bonfante, mi presento: eccomi qui! Ho 21 anni e la mia banda suona il rock…
e tutto il resto all’occorrenza!”

La mia banda suona il rock / E tutto il resto all’occorrenza
Sappiamo bene che da noi / Fare tutto è un’esigenza
È un rock bambino / Soltanto un po’ latino
Una musica che è speranza / Una musica che è pazienza
È come un treno che è passato / Con un carico di frutti
Eravamo alla stazione, sì / Ma dormivamo tutti
E la mia banda suona il rock / Per chi l’ha visto e per chi non c’era
E per chi quel giorno lì / Inseguiva una sua chimera
Oh, non svegliatevi / Oh, non ancora / E non fermateci /
No no oh, per favore no
La mia banda suona il rock / E cambia faccia all’occorrenza
Da quando il trasformismo / È diventato un’esigenza
Ci vedrete in crinoline / Come brutte ballerine
Ci vedrete danzare / Come giovani zanzare
Ci vedrete alla frontiera / Con la macchina bloccata
Ma lui ce l’avrà fatta / La musica è passata
È un rock bambino / Soltanto un po’ latino
Viaggia senza passaporto / E noi dietro col fiato corto
Lui ti penetra nei muri / Ti fa breccia nella porta
Ma in fondo viene a dirti / Che la tua anima non è morta
E non svegliatevi / Oh, non ancora / E non fermateci
No no, per favore no
La mia banda suona il rock / Ed è un’eterna partenza
Viaggia bene ad onde medie / E a modulazione di frequenza
È un rock bambino / Soltanto un po’ latino
Una musica che è speranza / Una musica che è pazienza
È come un treno che è passato / Con un carico di frutti
Eravamo alla stazione, sì / Ma dormivamo tutti
E la mia banda suona il rock / Per chi l’ha visto e per chi non c’era
E per chi quel giorno lì / Inseguiva una sua chimera
Oh, non svegliatevi / Oh, non ancora / E non fermateci
No no no ah, per favore no

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