Ivan Graziani: “La città che io vorrei” (1973) – di Fabrizio Medori

Ivan Graziani era stato il cantante, chitarrista e principale autore dell’Anonima Sound, con cui aveva inciso diversi 45 giri, grazie ai quali il gruppo aveva partecipato a manifestazioni importanti, come il Cantagiro del 1968 e 1969. Dopo questa formativa esperienza e dopo il servizio militare – abbiamo già parlato del suo libro “Arcipelago Chieti”, che racconta proprio quest’esperienza – il giovane artista abruzzese era in cerca di uno sbocco professionale degno del suo talento e il primo risultato importante arriva grazie alla Freedom Records Italia che produce il suo primo vero lavoro come solista, l’Lp (cantato in inglese) “Desperation”. Poco dopo, la stessa casa discografica immette sul mercato “La città che io vorrei” che è in parte la versione italiana del disco precedente e che questa volta esce a nome di Ivan Graziani. All’epoca il disco non ebbe nessuna fortuna commerciale, anche perché il grosso pubblico non conosceva il suo autore e l’etichetta non aveva la forza per promuovere l’Lp in maniera adeguata. “La città che io vorrei” riassume parecchie influenze stilistiche, svelando, in pratica, tutte le caratteristiche musicali che in seguito avrebbero reso famoso Graziani. Non è difficile trovare, tra i solchi di questo tesoro poco conosciuto, oltre alle influenze del beat degli anni 60 (Ivan era, come il suo amico Lucio Battisti, appassionato dei Beatles, dei Buffalo Springfield e dei Creedence Clearwater Revival), ma è possibile riscontrare la grande capacità di assorbire e rielaborare le tendenze musicali contemporanee, come il Rock Progressivo e lo stile West Coast di Crosby, Stills, Nash e Young, ma sono evidenti pure gli omaggi al Rhythm’n’Blues, al Rock’n’Roll della sua infanzia e alla canzonetta ironica del periodo a cavallo tra le due guerre mondiali. Si comincia con un brano molto emozionante, Apertura, con la caratteristica voce di Graziani, senza nessun accompagnamento, che intona una strofa allo scopo di introdurci nella giornata della sua città immaginaria. Subito dopo il brano che intitola il disco, La città che io vorrei, un bel rock galoppante nel quale si rincorrono le chitarre elettriche di Ivan e l’organo Hammond di Roberto Carlotto, in uno splendido ritornello dal suono molto possente, quasi “sinfonico”, con un piede nel sound progressive tipico del periodo. La terza traccia è dedicata ad un eroe nato dalla penna di Mark Twain, Tom Sawyer, ed è una delicata ballata acustica, seguita dal primo piccolo classico del canzoniere di Graziani, Il campo della fiera, nel quale descrive un piccolo rione della sua città, Teramo, e la gente che si aggira per il mercato settimanale, utilizzando un linguaggio ed un arrangiamento particolarmente efficaci, meglio ancora che nella versione che inciderà in seguito sul suo primo disco inciso su etichetta Numero 1, “Ballata per quattro stagioni”, del 1976. E’ ancora la dolcezza l’elemento principale di Colori, nonostante il “crescendo” dinamico guidato dal piano e dall’organo, dalla ritmica che si fa sempre più incalzante, fino all’esplosione festosa della parte che strumentale, che reintroduce una strofa delicata e sognante, e poi di nuovo la risalita verso il “pieno”, con un testo suggestivo ed il titolo particolarmente legato all’attività grafica del cantautore. Il sesto brano del disco, Nah, nah, nah, racconta le avventure di un ragazzo senza tanti grilli per la testa, trasposizione in terra abruzzese di uno dei personaggi descritti da Twain, su una bella base rock. Ancora una storia di provincia, con la descrizione di un’anziana coppia vista attraverso la sensibilità di un poeta ancora legato al suo piccolo mondo, nonostante la voglia di evadere: il ritmo di valzer è reso qui moderno e attuale dallo splendido arrangiamento, che ci mostra un autore già perfettamente in grado di prendere in mano la direzione artistica di un progetto discografico importante. L’ubriaco è un bel rock tirato, nel quale spicca la ricerca timbrica, che mette in evidenza una voce molto filtrata, tra chitarre distorte, organo, flauto ed una ritmica precisa e incalzante. Dopo l’esplorazione dei suoni e delle atmosfere contemporanee si passa ad un delicato arpeggio dal sapore californiano, con un evidente omaggio al flower power e alla west coast, fino all’esplosione di un inaspettato ritornello rock’n’roll con un bel violino country, e poi al finale in stile glam rock, ma senza che questa commistione di stili risulti mai artificiosa. Luisa (situazione) è lo stralunato racconto dell’improbabile storia d’amore rubato (anticipando di decenni una tematica di strettissima attualità come la violenza sulle donne) la cui vittima è una delicata e raffinatissima ragazza… con il solo accompagnamento delle acustiche suonate dal geniale chitarrista. Improvvisamente l’atmosfera cambia e l’ascoltatore viene proiettato all’interno di un teatrino di vaudeville nel quale l’autore ci racconta in maniera molto divertente, grazie al particolare utilizzo di un timbro vocale parodistico, le difficoltà di un uomo di fronte al momentaneo abbandono da parte della moglie che è andata a mettere al mondo l’erede. L’epilogo del disco è affidato ad un’altra ballata acustica, significativamente intitolata Chiusura, con la quale arriva alla conclusione il misconosciuto esordio discografico di uno dei più notevoli talenti della canzone d’autore italiana. Tutta la poetica e tutto lo stile musicale di Ivan Graziani in un disco sorprendente.

“La città che io vorrei è la ricerca di una felicità perduta, nascosta tra le pieghe dei miei blue jeans quando li infilo dalla testa. Incredulo Hunka Munka ha strimpellato tutte le possibili tastiere ad alta tensione. Nathan il violino del nonno, Enzo le percussioni; al basso e alle varie chitarre mi sono servito da solo. Mia moglie Anna è troppo stanca, dopo aver modificato tutti i testi, per essere citata. Ho mandato personalmente Tom Sawyer a ringraziare Eraldo e Vittoria Bischi che hanno avuto il non piccolo merito di avermi sopportato. Un ultimo piccolo grazie a Ivan Graziani per qualche casuale spunto felice” – (Ivan Graziani)

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