Ivan Graziani: “I Lupi” (1977) – di Alessandro Freschi

La matita magica di Gaetano “Tanino” Liberatore tratteggia al centro di uno sfondo color corvino i lineamenti marmorei di un uomo dai quali si stagliano una motocicletta, i rami di un albero e una bella ragazza ritratta di schiena. Alcuni lupi sono schierati a protezione; il tutto fluttua su una superficie liquida, forse un lago, di color rossastro. Un dipinto espressionista di grande effetto destinato a divenire la copertina di un indimenticabile vinile. Il disco in questione si intitola“I Lupi” (Numero Uno 1977) ed il suo autore è un talentuoso chitarrista abruzzese che di nome fa Ivan e di cognome Graziani. Siamo all’inizio dei settanta ed il paroliere Giulio Rapetti, meglio conosciuto come Mogol, acquista un cascinale immerso nella natura del parco della Valle del Lambro (Anzano del Parco, Como) e lo trasforma, di lì a poco, in un innovativo studio di registrazione: “Il Mulino”, dove gli artisti che vi orbitano, prevalentemente della sua scuderia Numero Uno, convivono come in una autentica comune artistica.
Lucio Battisti di ritorno dagli States, vi registra sul finire del 1975 il suo decimo album “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso eccetera” (copertina e video-clip promozionale di Ancora Tu sono realizzati proprio nei dintorni de“Il Mulino”) coadiuvato da una schiera di session men di altissimo livello: il batterista Walter Calloni, il tastierista Claudio Maioli, il bassista trinidadiano Hugh Bullen, la formazione quasi al completo de Il Volo (RadiusLorenziCalleroDall’Aglio), il sassofonista Claudio Pascoli ed un giovane con un paio di grossi occhiali alla sei corde, Ivan Graziani. Il musicista di Teramo è giunto alla corte della pluri-premiata coppia Mogol-Battisti dopo essersi messo in mostra come prezioso collaboratore al fianco di Herbert Pagani (“Megalopolis” 1972), Roberto ‘Hunka Munka’ Carlotto (“Dedicato a Giovanna G.” 1972), PFM (“Chocolate Kings” 1975) Francesco De Gregori (“Bufalo Bill” 1976) e per ultimo Antonello Venditti (“Ulallà” 1976). All’attivo Graziani conta già un album interessante con la label “battistiana” (“Ballata per quattro stagioni” del 1976) e altre tre opere solistiche (due con gli pseudonimi di Rockleberry Roll e Tato Tomaso’s Guitars e “La città che vorrei” del 1973, firmato con le reali generalità) ma non è ancora riuscito ad imporre un personale trademark artistico identificativo nonostante la sua strepitosa padronanza tecnica (e la grande capacità compositiva ancora in ombra per il pubblico ma nota a tanti che gli devono la realizzazione di album memorabili) lo portino ad essere considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione. L’occasione giusta arriva nel 1977, quando, affiancato da buona parte di quella comune con la quale ha coabitato nella rurale “casa Mogol” in Brianza, Ivan realizza un album in cui riesce finalmente ad armonizzare la congenita essenza da rocker con l’abilità di raccontare storie comuni, spesso dal sapore tutto provinciale. Un suggestivo mix tra rock e musica d’autore. È così che con il supporto di Maioli, Bullen (a cui dedicherà nel 1981 Ugo l’Italiano), Calloni e Venditti nella doppia veste di co-produttore e pianista, prendono forma le otto tracce de “I Lupi”… ed è proprio la canzone del titolo ad inaugurare il disco, con un quadretto in salsa blues che manifesta i suoi chiari intenti anti-militaristi attraverso il racconto del difficile ritorno a casa di un reduce dalla guerra civile spagnola (“Lacrime e miseria. Ritorno a respirare e ho spezzato il mio fucile”). La storia di paese, il raccontare semplice tanto amato da Ivan dai tratti vagamente autobiografici, compare nel bel mezzo degli arpeggi circolari e le monumentali linee di basso della successiva Motocross: il furto della sospirata 250 giapponese da parte della bella ragazza appena caricata sul sellino (“E se ne sono andati in tre sul mio motore, lasciandomi soltanto la rabbia da ingoiare”) ci regala un protagonista doppiamente tradito dalle passioni più care e, se lo Zorro degli stracci si rivela un personaggio atipico, antitesi dell’eroe mascherato, sapientemente raccontato sulle note di una chitarra acustica dai riflessi “flamencati” (“È marcio come un segretario, come un giornale del mattino e sciacqua il cuore nella melma”), la delicata litania Ninna Nanna dell’Uomo è un gioiellino in dialetto teramano destinato a rimanere unico nella produzione di Graziani. Il minimoog di Gaio Chiocchio (Pierrot Lunaire) e la celeste di Gino D’Eliso si incastonano magicamente ai rintocchi del pianoforte di Venditti ed incorniciano una cantilena che racchiude genuinità e autentici buoni sentimenti: “Tu nna da cunosc lu dolor. Mbaccia a lu vend comm na quercia antica tu a ddà sfidà lu monn’ e chi ce sta. E lu curagge nun t’ da mancà…Tu non dovrai conoscere il dolore. In faccia al vento come un quercia antica dovrai sfidare il mondo e chi ci sta. Ed il coraggio non ti deve mancare).
Poi arriva il lato B… si fa per dire: “Le scarpe da tennis bianche e blu, seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento. Oh! Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e i tuoi capelli, fermi come il lago”. Una istantanea malinconicamente profonda che profuma simultaneamente di dolcezza, dolore, forse speranza che ben presto entra a far parte della storia della musica italiana e che, innegabilmente, segna la parabola artistica di Ivan. L’incipit di Lugano Addio, ballad che apre la seconda facciata de “I Lupi”, è di quelli vincenti, così come lo è tutta la rarefatta storia che gli corre appresso, eretta sulle memorie di un incontro di frontiera tra ragazzi appartenenti a mondi distanti. La scelta della label per il singolo di lancio ricade sulla title-track dell’album ma il caso – o meglio la fortuna – vuole che Lugano Addio, retro del 45 giri, ben presto diventi una hit radiofonica e finisca per scalare le posizioni di testa delle classifiche di vendita. Se Marta, nell’immaginario comune, resterà per sempre l’eterea figura sulle rive del lago, il ritratto femminile successivo, Eva, si guadagnerà la meno lusinghiera fama di “ladra sulla bocca di tutti, macchina sesso in fondo a Via Larga”. L’ennesima storia quotidiana, bordelli e false morali, il dialogo tra cliente di turno ed il portinaio (“Tu stai lì inchiodato, inchiodato a guardia del sagrato. Io, io vado su, bisogna pure divertirsi un po’) colorano bruscamente il folk-rock de Il Topo nel Formaggio, precedendo l’epilogo Il Soldo, un enigmatico blues dal retrogusto sixties sull’ennesimo spaccato di vita vera sospeso tra illusioni, incertezze e spietata realtà. (“Ma che brutta miseria col cesso sulle scale e l’illusione del pane integrale”). Una cosa che ha sempre caratterizzato Ivan Graziani è la straordinaria capacità di anticipare il “futuro” coi testi… oltre che il dono – che lo danneggerà parecchio – di non appartenere a nessun “carro” politico.
“A me della politica non me ne può fregare di meno. Mi interessa, invece, raccontare storie che toccano il sociale. C’è una bella differenza.” dichiarerà Ivan in un’intervista qualche anno dopo, all’apice della sua fulgida quanto, purtroppo, fugace parabola artistica. Una parabola in cui “I Lupi” rappresenta al meglio il suo toccante preludio.

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