It’s A Beautiful Day: “It’s A Beautiful Day” (1969) – di Ignazio Gulotta

Chi, appassionato di musica, è nato col vinile sa quanto siano state importanti le copertine: spesso ti inducevano all’acquisto di dischi sconosciuti, attratto da immagini che ti promettevano viaggi indimenticabili fra le sette note, certo rischiavi ma, il più delle volte, la gioia che provavi mettendo su il disco ascoltandolo per la prima volta era davvero impagabile. Ebbene, una delle copertine più iconiche e suggestive di quella stagione meravigliosa che fiorì a cavallo fra i sessanta e i settanta, è senza dubbio quella che George Hunter realizzò per l’omonimo disco d’esordio degli It’s A Beautiful Day, basata su un quadro di inizio Novecento del pittore Charles Courtney Curran. L’autore quello stesso anno aveva firmato un’altra storica copertina, quella di “Happy Trials” dei Quicksilver Messenger Service, uscito nel marzo di quello stesso anno per la Capitol. Entrambe le copertine fanno riferimento all’iconografia western: nel caso di “Happy Trials” vediamo un cowboy su un cavallo al galoppo che si volta indietro salutando col cappello sul braccio alzato una donna, sullo sfondo una casetta circondata da alberi, il tutto su una tonalità gialla che dà una sensazione irrealistica, ma molto romantica e nostalgica; nella copertina degli It’s A Beautiful Day troviamo invece in primo piano la stessa giovane donna, stavolta in piedi su una roccia che lancia lontano il suo sguardo con le braccia dietro la nuca: lo sfondo è un cielo azzurro con qualche nuvoletta bianca. Le due opere sembrano dialogare fra loro in un misto di nostalgia e di voglia di guardare verso un orizzonte lontano ma non irraggiungibile… come promessa di un futuro migliore e più felice. Siamo a San Francisco in piena esplosione psichedelica, non solo si sogna un mondo diverso da quello dei padri, ma si tenta anche di realizzarlo nella vita quotidiana. Si vive nelle comuni, si creano spazi alternativi dove con la liberazione sessuale, la ricerca delle porte della conoscenza, l’opposizione alla guerra e alla società del profitto, la musica rock… si cerca di costruire “qui e ora” un nuovo modo di vivere, in cui la comunità si sostituisca all’individualismo borghese, il sogno alla meschina quotidianità. Col senno di poi sappiamo che per molti versi si trattò di un’illusione, che la realtà, nella sua crudezza, si incaricò di smontare. I casi di Charles Manson e di Altamont, coinvolsero centinaia di migliaia di giovani americani, e non solo. Quel bisogno di fuggire, di andare oltre, di non accontentarsi della tranquilla e standardizzata vita della middle class, in “It’s A Beautiful Day” la troviamo ascoltando White Bird, la canzone più famosa del disco, quella che ci rivela la straordinaria creatività del violino di David LaFlamme e la voce – armoniosa e grintosa al tempo – di Pattie Santos, dallo stile e timbro accostabile a quelli di Grace Slick; la canzone nasce durante una permanenza del Gruppo in una soffitta di Seattle nel dicembre 1967, dove erano stati scritturati da un locale della città. Difficile immaginare situazione più diversa rispetto a San Francisco: Seattle è fredda e piovosa e quella soffitta sembra quasi una prigione: «non avevamo soldi, mezzi di trasporto, il tempo era miserabile», ricorderà David ripensando a quell’esperienza che però si rivelò, come spesso accade per le brutte vicende, creativamente molto positiva. In quell’uccello bianco rinchiuso in una gabbia dorata molti hanno letto la loro stessa voglia di cambiare vita, di buttare tutto al vento e partire verso un futuro colorato e ricco di promesse. Molti giovani leggeranno la loro stessa consapevolezza che «white bird must fly / or she will die»… la libertà è davvero questione di vita o di morte. Musicalmente gli It’s A Beautiful Day dimostrano in questo loro esordio grandi qualità esecutive e di scrittura, la loro strumentazione li rende originali rispetto al resto delle band della Bay Area: basti pensare al violino che assume il ruolo tradizionale della chitarra… ma anche all’uso della celeste o del clavicembalo. Purtroppo il loro limite  è stato quello di non aver saputo ripetersi ai livelli di questo loro debutto: il resto della produzione è stato invece un progressivo ricadere verso l’anonimato; restano in buona parte il “gruppo di un solo album”, anche se si tratta di un capolavoro che non sfigura accanto agli altri usciti da quella scena. Paradossalmente, però, sono anche la band più longeva e a cinquant’anni di distanza continuano a calcare le scene sia pure sotto il nome di David LaFlamme’s Beautiful Day, sempre con la fedele Linda e il batterista Val Fuentes, più altri membri aggregatisi più di recente.
Nelle sette tracce di “It’s A Beautiful Day” la band dimostra di sapersi muovere con originalità e creatività attraverso diverse influenze – classica, jazz, folk, musica indiana, prog – creando arrangiamenti fantasiosi e molto affascinanti, come in un fantastico caleidoscopio coloratissimo e sempre diverso. Dopo White Bird arriva Hot Summer Day, cantata insieme da David e Pattie Santos che crea una suggestiva atmosfera in cui le immagini psichedeliche (soli verdi, lune blu) e un sottofondo di languore esausto, fanno da sfondo a un amore perduto impossibile da ritrovare. Distorsioni, suoni duri e acidi cambiano il panorama con Wasted Union Blues… si occhieggia perfino all’hard rock e, mentre continuano le distorsioni del violino e della chitarra, compare anche l’armonica, suonata da Bruce Steinberg (autore anche delle foto sul retro e all’interno del disco), mentre Val Fuentes pesta furioso sui tamburi; in contrasto col resto dell’album, il testo è nichilista e poco speranzoso («So tired I don’t know if I can make it») ma subito dopo subentrano le atmosfere fatate e sognanti di Girl With No-Eyes, sottolineate dal clavicembalo, a riportarci in una fantasia enigmatica sul tema dell’amore che riavvicina l’album alle atmosfere hippie californiane. La seconda facciata si apre con Bombay Calling, senz’altro il brano più discusso e controverso per le vicende di copyright in cui è stato coinvolto: il riff del brano, famosissimo, è fantastico e travolgente, il ritmo è incalzante e trascinante, senz’altro uno dei migliori strumentali usciti in quegli anni. Il riff è stato creato da LaFlamme insieme al jazzista Vince Wallace, con cui il violinista aveva lavorato prima della nascita degli IABD. Wallace è correttamente citato nelle prime stampe del vinile come coautore del brano ma, successivamente, come autore viene accreditato il solo David: questo portò alle furiose lamentele del povero Wallace che si vide negare così i diritti d’autore… ma come è noto la storia non finisce qui e, infatti, del riff si appropriarono appena qualche mese dopo l’uscita i Deep Purple per Child In Time… come poi loro stessi confessarono qualche anno dopo. Ma ormai la polemica è consegnata, accanto a molte altre dello steso tipo, alla storia del rock… ma torniamo all’ascolto. Segue il crescendo psichedelico di Bulgaria, dove si notano influenze classiche, nella lenta progressione circolare del brano in un crescendo degno del “Bolero” di Ravel, mentre il violino si impenna meravigliosamente verso vette irreali, i cori disegnano armonie celestiali, contrappuntati dal piano e da percussioni incalzanti, mentre il testo non potrebbe essere più esplicito nell’invito non solo all’amore, ma ad aprire le porte della percezione: «Set free all the love within you tonight / Open up your mind / Go sleep on the moment you were born / And open up your mind /Go sleep on the moment time was born». Chiude Time Is, oltre nove minuti in cui accelerazioni e rallentamenti si alternano con momenti di jam sperimentale, assoli di batteria, organo swirling, basso ipnotico… dove le influenze jazz si mescolano a prog, psichedelia e rock pesante.
“It’s A Beautiful Day” – ribadiamolo – è uno dei capolavori della psichedelia californiana, fu pubblicato dalla Columbia nel maggio del 1969 e, il mese dopo, raggiunse la quarantasettesima posizione nella hit parade statunitense: non quindi un successo clamoroso ma, in ogni caso, le vendite del disco negli U.S.A. superarono le 500.000 copie – numeri oggi impensabili per 
chiunque o quasi – e ha avuto numerose ristampe nel corso degli anni.

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