Italia 1934: Sport e Nazionalismo – di Riccardo Panzone

Nel 1934, Il calcio mondiale si affaccia nella vecchia Europa e precisamente in Italia, paese scelto due anni prima per ospitare la seconda edizione della coppa Jules Rimet. L’Europa degli anni 30 è un continente in in terrificante fermento, caratterizzato da tensioni internazionali continue e in cui anche lo sport, a 360 gradi, viene utilizzato a scopi patriottici e al fine di celebrare le “virtù” dei regimi nazionalisti. Italia e Germania, in particolare, fanno dell’agonismo sportivo uno strumento propagandistico formidabile, teso a solleticare nello spettatore la percezione che l’affermazione agonistica del tempo sia merito dell’homo novus plasmato dal regime. L’Italia dominerà tutta la seconda parte degli anni 30, in ambito calcistico, dettando legge nei mondiali di calcio del 1934 e del 1938 e alle olimpiadi del 1936. Le olimpiadi di Berlino del 1936, invece, verranno ricordate come la grande kermesse celebrativa del regime nazista, l’avvenimento su scala mondiale in cui il pangermanesimo celebra e rappresenta al globo la propria potenza. La macchina della propaganda nazista affiderà a Leni Riefensthal il compito di tramandare ai posteri le immagini dei giochi olimpici del 1936 in un lungometraggio, “Olimpya”, di indiscusso fascino e valore artistico che travalica, comunque, le finalità estremamente perniciose del regime. Lo sforzo economico dell’Italia autarchica dell’epoca, dal canto suo, nel 1934, permette l’organizzazione di un campionato del mondo di calcio che, senza dubbio, supera, a livello di organizzazione, l’estrema improvvisazione Uruguayana di quattro anni prima. Il regime vuole efficienza, ordine e, sopratutto, una vittoria sul campo tesa a santificare le prerogative proprie della razza latina e del regime fascista. La nazionale Italiana, per il Mundial casalingo, si affida allora ad un giornalista prestato al calcio: il “sergente di ferro” Vittorio Pozzo che, sulla struttura della Juventus dei cinque scudetti (19301935), impreziosisce la nazionale con altri elementi di indiscusso valore e, soprattutto, con la punta di diamante del reparto d’attacco, Peppino Meazza. Il C.T. Pozzo è un uomo duro del suo tempo: costringe i calciatori a continui ritiri in cui qualsiasi distrazione è severamente vietata; i calciatori non sono liberi neanche di andare dal barbiere, tanto che il barbiere stesso, settimanalmente, raggiunge i nazionali in ritiro. L’accezione militaresca che Pozzo offre dello sforzo agonistico, si sublima nei discorsi motivazionali con cui il commissario tecnico sferza l’amor patrio dei calciatori, chiedendo ai componenti della selezione nazionale lo stesso sforzo dei soldati Italiani durante la prima guerra mondiale. Unico “vizio” ammesso è il poker: il bomber Meazza riuscirà a perdere, ben prima della conclusione dei mondiali, tutto il premio partita accordato per la vittoria finale. Quale altra nazionale può togliere alla “corazzata” Italiana la vittoria finale? Partecipano ai mondiali del 1934 sedici squadre: dodici europee, tre sudamericane e, per la prima volta, una selezione Africana, l’Egitto. L’Uruguay campione del mondo, in aperta polemica con la federazione Italiana per l’assenza volontaria al campionato di quattro anni prima, non partecipa e, la sparuta rappresentanza sudamericana viene eliminata tra gli ottavi e i quarti di finale. La nazionale di Pozzo fa fuori, agli ottavi di finale, gli Stati Uniti con un sonoro 7 a 1 e, nei quarti, in un doppio macht, la Spagna del portiere Ricardo Zamora, il miglior estremo difensore dell’epoca. Il regolamento allora non prevedeva i calci di rigore finali e il primo incontro con gli Iberici, concluso in parità anche dopo i supplementari, venne ripetuto il giorno dopo. In semifinale, l’Italia se la vede con un’altra delle grandi favorite, l’Austria di Matias Sindelar, stella indiscussa di quel calcio mitteleuropeo che vive il suo apice negli anni 30. Nulla, tuttavia, può fermare la rincorsa dei ragazzi di Pozzo al titolo e, schiantata l’Austria in semifinale per 1 a 0 con goal in avvio di gara dell’oriundo centrocampista Enrique “Enrico” Guaita, l’Italia approda in Finale con la Cecoslovacchia. Il 10 giugno del 1934, giorno della finalissima del secondo mundial, a Roma, presso lo stadio del Partito Nazionale Fascista, si celebra non solo la fortissima selezione Italiana ma, soprattutto, si esaltano il regime e le virtù fisiche e sportive della “razza” Italica.La cura del corpo e il benessere fisico, infatti, erano elementi centrali nella formazione della gioventù fascista: scimmiottando apertamente quelle che erano le prerogative e le virtù dell’antica Roma Repubblicana, presso i cd “campi dux” – colonie periodiche di attività fisica e militare, i Balilla offrivano flessioni, piegamenti ed esercizi ginnici alla Patria.. L’Italiano dell’epoca aveva il dovere di essere una macchina perfetta dal punto di vista fisico al fine di diventare, successivamente, una macchina perfetta dal punto di vista militare. Ma torniamo alla finale: ad inizio gara, dinanzi ad uno stadio strapieno (60.000 spettatori) la banda intona la “Marcia Reale di casa Savoia”, in onore della corona, e “Giovinezza”, in onore del regime. Presenti, sugli spalti, sia i membri della casa reale che Benito Mussolini in “abito bianco e cappello da marinaio”, accorso di gran carriera a raccogliere i frutti degli sforzi propagandistici e celebrativi del governo. Una situazione ambientale del genere non poteva neanche lontanamente contemplare l’ipotesi di una sconfitta e, tuttavia, la Cecoslovacchia si dimostra tutt’altro che una squadra accondiscendente o rinunciataria: la selezione Ceca passa addirittura in vantaggio al 76esimo minuto facendo rabbrividire gli spalti ma una rete di Raimundo Orsi, sei minuti dopo, porta l’Italia ai supplementari, dove gli azzurri finalmente si impongono con il goal vincente di Angelo Schiavio, al 95esimo minuto. I giornali e la cronaca dell’epoca, celebrarono tanto la vittoria della squadra di calcio, quanto quella del partito fascista; lo stesso Pozzo (e non sappiamo quanto fosse sincero) affermò che il successo era stato possibile grazie all’ambiente e all’atmosfera creata dal fascismo intorno alla squadra. Una testimonianza dell’epoca racconta che “(…) Fu una specie di apoteosi del gioco del calcio, coi giocatori nostri commossi fino alle lagrime, con la folla pazza dalla gioia, col Duce esprimente a pieno viso e a piena voce la sua soddisfazione (…) Il successo è stato afferrato. Esso premia la serietà, la fermezza morale, lo spirito di abnegazione, la ferma volontà di un plotoncino di uomini (…)”. I calciatori della nazionale ricevettero, per la vittoria, il premio partita di 10.000 lire, cui si aggiunsero altre 10.000 lire a testa racimolate con una colletta nazionale. Il giorno dopo la partita, il gerarca Achille Starace accompagnò i calciatori a Palazzo Colonna da Mussolini e precisò che, in quella occasione, avrebbero potuto chiedere qualsiasi regalia al capo del governo: I giocatori si consultarono e vennero fuori le richieste più strane… chi voleva chiedere la licenza di terza liceo, chi la tessera ferroviaria a vita… Alla fine chiesero… una foto del “Duce” con dedica. Davvero altri tempi. Fu vera gloria?  Quanto incise davvero l’elemento politico sull’affermazione di quella nazionale Italiana? La doverosa premessa è quella che, comunque, rimanda a squadre ospitanti quasi sempre vittoriose nei campionati del mondo organizzati in casa: tra gli anni 60 e 70, addirittura, ben tre edizioni su cinque videro l’affermazione del paese ospitante, anche con episodi di dubbia correttezza. Nulla di strano, dunque, se le prime due edizioni del “Mundial” videro l’affermazione delle squadre di casa, sostenute dall’ambiente familiare e dal tifo di intere nazioni. Il regime voleva la vittoria, come due anni dopo il regime nazista tenterà di imporsi ad ampio raggio alle olimpiadi di Berlino e, a tal fine, il regime stesso aveva selezionato i migliori calciatori dell’epoca allenati da quello che, ad oggi, rimane ancora il Commissario Tecnico più vincente della Nazionale. Quella del 1934 era una nazionale Dannunziana: patriottica, volitiva ed attenta, per quanto possibile, anche a garantire un certo valore estetico al gioco espresso. Al di là dell’inevitabile sostegno psicologico (e in qualche caso arbitrale), quella di Vittorio Pozzo rimane una Nazionale di altissimo livello e danno conferma dell’assunto le vittorie successive, in ambito calcistico, alle olimpiadi 1936 e al Mondiale del 1938.

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