Iron maiden: “Fear of the Dark” (1992) – di Lorenzo Scala

La notte in cui vidi la creatura influenza ancora oggi le mie giornate. Quella notte ha steso un sudario imbevuto di ansia sui miei giorni futuri. Avevo sette anni, i miei dormivano a casa di amici, una volta al mese passavano la notte fuori… all’epoca non lo sapevo ma una volta diventato maggiorenne si confidarono con me: “ Facciamo dei festini! Niente di che, qualche canna, qualche disco, mandiamo giù del vino e parliamo male dei nostri figli”. Ricordo di aver apprezzato molto quella loro frivolezza e il modo sincero di raccontarmela con ironia. Insomma, se due genitori fanno queste cose insieme, si devono volere bene. Quella notte in casa c’era mia sorella Luna, chiusa nella sua camera insieme al fidanzatino dell’epoca: lei vent’anni, lui ventuno, li sentivo ridere sotto le note di Fear of the dark, degli Iron Maiden, ridevano di cuore mentre Bruce Dickinson cantava: “Sei mai stato solo di notte convinto che qualcuno ti camminasse alle spalle?”. Una situazione buffa, in effetti, considerato il mio problemino: Nictofobia, il terrore dei luoghi  oscuri, paura del buio. Prima di andare a letto Luna mi aveva implorato di non disturbarla, si era raccomandata con me: “Devi stare tranquillo, la notte per i bambini è fatta per dormire, per le bellissime ragazze come me invece è fatta per prendersi una vacanza dalla famiglia”, al termine della frase mi diede un bacio e poi mi strizzò un occhio al di sopra di un sorriso affettuoso simile a una smorfia. Presi sonno quasi subito immerso nella luce, non vorrei pensaste che sono un fifone, anche da bambino ero un tipo coraggioso, non avevo paura di affrontare i bulli e neanche delle montagne russe. Solo del buio. Alcova di incognite. Ma l’uomo ha la luce, un lampo infinito imbrigliato da cavi e interruttori. Mi addormentai sereno con la luce accesa e con i Maiden che mi risuonavano ovattati nelle orecchie. Avevo capito il perché mia sorella metteva la musica ogni volta che stava insieme al fidanzato, ma non mi importava, volevo solo il suo bene. Quando nel cuore della notte ho aperto gli occhi, nel dormiveglia l’oscurità ha cominciato a infiltrasi nel mio spettro visivo, il terrore è dilagato come una mandria di bestie selvagge a galopparmi nel cuore, ingolfando di stupore la gola irrigidita. Poi è arrivata puntuale l’apnea. Polmoni paralizzati, la bocca tesa e spalancata non riusciva a emettere suoni, il nome di Luna mi rimase di traverso nel pensiero, le braccia rigide cominciarono a cercare un appiglio oltre il lenzuolo, muovendosi a scatti con traiettorie irrazionali. Poi giunse al mio olfatto la puzza, disumana, vomitevole, un feroce olezzo di carogna e feci. Ecco, tutto quello che segue vi suonerà folle, ma ricordo perfettamente la consapevolezza di un essere sotto il mio letto, qualcosa di vivo, tangibile. Sentivo il suo respiro affannoso e il suo sgusciare lento e goffo sul pavimento. Una cazzo di creatura. Sotto il letto. “Ah ah, banale” – direte voi – io ora vi dico questo, anche essere rapinati è banale finché non vi capita. Io non sono mai stato rapinato, in compenso una creatura voleva, presumibilmente, fottermi nel cuore della notte. Finalmente un urlo riuscì a districarsi dal panico, trovò la via di uscita liberandosi nella stanza. A questo punto ricordo di aver sentito la creatura scattare verso la parete opposta al mio letto. Tornato padrone del mio corpo ho allungato la mano sull’abat-jour, unico tentativo andato a vuoto, ovviamente la corrente era in pieno blackout. Senza perdermi d’animo e con una lucidità impensabile fino a pochi attimi prima, ho cominciato a rovistare nel letto finché non raggiunsi la mia fedele torcia. Il raggio di luce illuminò un essere abominevole, il corpo felino, simile a quello di un grosso gatto, la testa umanoide, sproporzionata rispetto al corpo, gli occhi come feritoie nel volto grigio e pieno di pieghe, piaghe, o qualsiasi cosa fossero. La creatura mi balzò addosso emettendo un suono raccapricciante, simile al suono delle gomme sull’asfalto quando una macchina inchioda. Dopo solo il buio. Non so dove la creatura mi abbia portato. Non so niente. So solo che al mio risveglio in ospedale i miei genitori piansero e mia sorella unita a loro in quell’abbraccio bagnato di lacrime. I medici parlarono di una crisi ipoglicemica e di un forte shock. Io continuo a chiamarla paura del buio.

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