Irène Némirvosky: “Suite francese” – di Rosalia Gentile

Per uno strano sortilegio scelgo sempre di leggere libri che si legano indissolubilmente agli accadimenti della mia vita. Vincendo un innato snobismo che mi impedisce di leggere i libri di cui si parla, mi sono piegata all’acquisto di “Suite francese” di Irène Némirvosky. Mi guidava la grande ammirazione provata alla lettura di Due” e ancora più di “Le bal”, acquistati in tempi non sospetti, quelli cioè in cui non si parlava ancora dell’autore anche sui social web.
Così, conquistata dalle trecento e più pagine che mi assicuravano una lettura per  più giorni, da centellinare in quelle ore di pausa dall’assistenza–compagnia del tempo dedicato a mio marito per i postumi di un intervento chirurgico, ho iniziato la lettura del romanzo il 19 giugno scorso, a intervento eseguito e per fortuna con esito positivo. Non so dire cosa rappresenti quel piacere della lettura che travolge chi ha letto tanto, tantissimo, nella propria vita, quando si imbatte in un grande scrittore.
Certo è che Irène Némirvosky è una grande scrittrice, e non sono certo io a doverlo dire.
Scrive, come lei stessa annota nell’ appendice al libro che riproduce i suoi appunti, come se si trattasse di uno spartito… e qui ritorna la mia storia personale. La sera precedente al’intervento (così come ai tempi dell’università eravamo andati, prima degli esami di statica con il famigerato prof. Borzì, a vedere Ecce Bombo) eravamo andati ad ascoltare il concerto delle musiche di Nino Rota a Piazza Ruggero Settimo… Melodie struggenti come il lamento della protagonista del romanzo, con la sua infinita malinconia e la sua straordinaria “trasparenza”, in quella musica che ti penetra dentro e si fa sussurro e poi singulto e ancora respiro, per spegnersi così quando ancora vorresti ascoltarla. Così è lo scrivere di Irène Némirvosky, infinitamente non “trasparente” o meglio, attraversato come un cristallo da infiniti giochi di luce.
Se Pietro Citati giustamente sottolinea la liricità dello scrivere, non è da meno, e questo mi ha enormemente affascinata, l’uso del “contrappunto” che l’autrice adopera con un’intelligenza stupefacente ed efficace, che spezza il ritmo compositivo e introduce i suoi giudizi sul mondo, sugli uomini e sugli uomini nel mondo, come note lasciate cadere una ad una. Una musica appunto… e non finiresti mai di ascoltarla.

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