“Io sono di adesso”: intervista a Nilza Costa – di Eloisa Guidarelli

Ho conosciuto Nilza Costa a una serata antirazzista che vedeva riuniti diversi artisti, presenti per renderla speciale e prendere una chiara posizione contro ogni discriminazione, con musica e arte come condivisione di cultura ed ideali. Non conoscevo Nilza, quando l’ho sentita cantare sono rimasta colpita, una voce profonda che sembra poter arrivare dove desidera, una voce che mi ha fatto sentire un forte legame con la terra, la terra come madre, una madre Africa che è la madre universale, l’Africa che è madre di tutti noi, perché tutti noi discendiamo da questa terra bellissima. Quando sentiamo una voce così ne veniamo trascinati, perché siamo felici. Quando si prova quello che ho provato io, allora si desidera condividere, far conoscere a più persone possibili quella voce e quelle sensazioni. Poi con Nilza è venuta una bella opportunità di confronto, anche con un’intervista.
Nilza, sei una cantante, autrice e compositrice brasiliana che ha saputo unire i ritmi africani e brasiliani in un linguaggio originale, innovativo e personale. Sei inoltre portavoce attraverso la tua musica di un messaggio di emancipazione molto importante. Come vedi il ruolo della donna oggi a livello sociale e culturale e cosa desideri trasmettere alle donne attraverso la tua musica e le tue parole?
Io penso che ancora rimanga molto da fare. Nel XXI secolo molti confondono il femminismo con stereotipi di comportamento che non hanno nulla a che fare con la realtà. I tassi di violenza contro le donne, incluso il femminicidio, rimangono allarmanti. In politica e nelle posizioni di leadership delle aziende sono ancora una minoranza e, quando ci arrivano, hanno stipendi più bassi e spesso subiscono pregiudizi. La mia musica è il mezzo che ho trovato per manifestare la mia lotta contro questi stereotipi.
Tra le tue diverse e importanti collaborazioni, quali ti hanno maggiormente arricchita artisticamente?
Ho collaborato con diversi artisti italiani, tra loro ci sono Etnia Supersantos, Massimo Donno, Cico Giramondo e Elhadj Demba S Gueye, un artista senegalese che vive in Italia, grandissimo compositore e autore.
Raccontaci dei tuoi inizi con il disco di debutto “Revolution, Rivoluzione, Revolução(2014). Questo titolo sembra promettere e anticipare il tuo impegno e la tua lotta in modalità universale, una partenza che è rivoluzione, come rivoluzionario è anche il tuo genere musicale. Cosa ha significato per te quest’album e cosa desideri raccontarci di questa partenza?
Revolution, Rivoluzione, Revolução” è stato il mio primo lavoro discografico da solista. Soberania Popular, Filhos do Vento e Africa sono un urlo contro razzismo e ingiustizie sociali e celebrano la forza di un popolo che nonostante abbia sofferto nei secoli non ha mai abbassato la testa. Ma nel disco parlo anche di me, della bellezza della mia città, del potere dell’amore. Quest’album mi ha aperto le porte per i concerti in giro per l’Europa. In Olanda piacciono moltissimo Soberania Popular e Lettera della Terra.
Spesso ti sarai sentita rivolgere questa domanda, specchio di uno stereotipo. Oggi la faccio come provocazione, in modo che chi desidera conoscere la tua musica si ricordi di non riproportela: “Data la tua origine brasiliana, perché la scelta della world music e non samba o bossanova“?
La world music è già dentro di me, da sempre. Il Brasile è un frullatore di ritmi, melodie, culture. Ci sono parecchi artisti che fanno la world da molto prima che io fossi nata ma in Italia arriva “solo” il samba/bossanova.
Nell’album “Revolution, Rivoluzione, Revolução” il brano di apertura, Obanixa, è una preghiera rivolta a una divinità dei culti sincretici afro-brasiliani. Parlaci di questa divinità.
Conosciuto come il re di Oyó, Xangô è un potente orixá che ha il controllo su fulmini e tuoni e che sputa fuoco dalla bocca. Quando era re, secondo la leggenda, Xangô non ha risparmiato sforzi per conquistare altri territori per il suo potente regno. Nonostante fosse un guerriero molto violento, ha insistito per affrontare in modo equo tutte le questioni che apparivano tra i suoi sudditi.
Sei una persona che ha sempre preso posizioni chiare a livello di diritti umani, diritti delle donne e dell’ambiente. Per quanto riguarda politica e società, come vedi la realtà di oggi, questo avanzare delle ideologie prevaricatrici a livello mondiale, il razzismo, il sessismo, la situazione del Brasile guidato da Bolsonaro?
Una società montata su una biforcazione, su una perversa ingiustizia sociale, non creerà mai una coesione interna che le consentirà di saltare verso forme di convivenza più civilizzate. In Brasile, purtroppo, c’è sempre stato un capitalismo selvaggio che non è mai riuscito a essere civilizzato. E quando i figli e le figlie della povertà riuscirono ad accumulare abbastanza forza politica per raggiungere il potere centrale e soddisfare le esigenze fondamentali delle popolazioni umiliate e offese, presto i discendenti della “Casa Grande” e della nuova borghesia nazionale si organizzarono per rendere impossibile questo tipo di governo dell’inclusione sociale. Hanno dato un colpo vergognoso, parlamentare, mediatico e legale per garantire i livelli di accumulazione considerati tra i più alti del mondo e mantenere i poveri al loro posto, in periferia, nella marginalità povera e misera. Ed è allora che sono arrivati Bolsonaro e tutta la sua famiglia di miliziani. Per comprendere questa diffusione del conservatorismo nel mondo è necessario pensare a come porre questa domanda sul governo conservatore e autoritario. Non basta attribuire il fenomeno a un mero gioco di forze politiche ed eventi elettorali. Non è comprensibile pensare alla questione come a un fenomeno sociale, economico e culturale. Jair Bolsonaro, purtroppo, non è un’eccezione, un fenomeno isolato o una mera figura caricaturale. Jair Bolsonaro è il presidente della Repubblica che incarna il modo di pensare di molti. Incarnazione di soggettività, desideri, valori, idee, progetti e pregiudizi che sono diffusi nella società brasiliana. Fuorviante attribuire mera frode, disinformazione, manipolazione alla sua elezione. È purtroppo l’incarnazione di modi di pensare e di un sentire diffusi nella società, che erano minoritari un tempo ma che sono diventati, per ragioni storiche che dobbiamo cercare di diagnosticare, la maggior parte.
Mi incuriosisce e mi attrae della tua musica questo titolo come una speranza: Lettera della Terra. Di cosa parla questa canzone e da dov’è nata l’ispirazione?
Lettera della Terra è una poesia della poetessa pesarese Elena Benvenuti, che mi ha chiesto di metterla in musica. Voleva comunicare la capacità di rinascere sempre, ripartendo dalle ferite. Ed era proprio questo che volevo trasmettere nel mio disco.
La tua musica è un itinerario tra lingue e culture che comprende liriche in portoghese, inglese, italiano e yoruba, antico idioma introdotto nelle Americhe dagli schiavi africani. Non è comune scegliere di farsi portavoce di questa parte di storia tragica ma fondamentale per la memoria. Perché questa scelta artistica e ideologica? E cosa provi quando canti in yoruba? Quali sensazioni ed emozioni si percepiscono quando si canta di dolore, speranza e ribellione?
La lingua yoruba appartiene alla famiglia nigeriano-congolese, parlata secolarmente dagli yoruba in diversi paesi del sud del Sahara, principalmente in Nigeria, ma anche da minoranze in Benin, Togo e Serra Leone. È stata portata nel continente americano dagli schiavi. È una lingua musicale e, allo stesso tempo, mi dà una sensazione di libertà. Infatti quando canto in yoruba sento l’energia che arriva dal fondo della terra, è come un grido di sfogo, un fuoco che m’illumina l’anima.
Hai collaborato e ti avvali di musicisti d’eccezione, immagino sia un arricchimento costante e importante, uno scambio unico a livello di sinergie e ispirazioni reciproche.
I musicisti con cui lavoro sono stati molto pazienti con me. Non so suonare nessuno strumento, non ho mai seguito un corso di musica nella mia vita per mancanza di risorse finanziarie, e quando compongo le mie canzoni nella mia testa registro e mando a Red Rossi, che è il mio batterista/percussionista, suona un sacco di altri strumenti ed è anche arrangiatore. Sono molto grata a Red Rossi, Daniele Santimone e Massimo Zaniboni per tutto quello che mi hanno dato e che mi danno ogni giorno. Senza di loro sarebbe impossibile fare musica e realizzare il mio sogno. 
Prima di chiederti del tuo terzo e ultimo album, parlaci di “Roots” (2016). Tra tutte le tue bellissime copertine, quella di “Roots” mi colpisce in particolare.
Roots” è un mix di influenze, lo adoro. È stato arrangiato da Red Rossi e Federico Codicè in mezzo alla natura di Sesto Imolese, prodotto da me stessa e dallo studio SoundLab di Bologna. La foto di copertina è della bravissima Daniela Guccini. I capelli raccolti in dread rappresentano le radici.
Il terzo album “Le notti di S. Patrizio” è l’ultimo lavoro in imminente uscita. In quali meravigliosi mondi ci porti questa volta?
Le notti di San Patrizio” è già pronto, stiamo valutando le etichette. È stato un disco fatto di notti. Dico notti perché ogni volta che soffrivo di insonnia e mi venivano le idee, mi alzavo dal letto e andavo al pc per registrare quello che avevo in testa. E parlando con Red Rossi di questa cosa, lui mi ha detto: allora perché non lo intitoli “Le notti di S. Patrizio”? Ho trovato che fosse una buona idea ed è rimasto questo nome che praticamente non c’entra nulla con le religioni. Quest’album è cantato e recitato in portoghese e yoruba, ed è un viaggio in compagnia del mare e dei suoi odori che chiamo di Maresia.
Cosa significa essere una donna che si afferma nella musica con tematiche forti a livello sociale e di diritti umani, essere cantautrice e doversi al contempo muovere nell’ambiente musicale, organizzare concerti, serate, eventi? Ti è mai capitato di subire episodi di sessismo nel tuo ambiente? Quali sono le difficoltà che si incontrano nel trovare un manager oggi?
Essere una donna è essere resistenza, e per questo mi piace di più esserlo. È difficile fare tutto da sola, scrivere e-mail ai locali, chiamare al telefono, cercare concerti, manager, molto difficile. In tanti mi dicono che il mio genere musicale non è adatto al loro posto, dicono che se facessi bossanova sarebbe meglio. Non ho molta pazienza con questa gente, però ormai ho smesso di cercare un manager. Ho due agenti che mi trovano i concerti nel Benelux, un italiano della Toscana e un altro in Repubblica Ceca. In Italia ci ho provato ripetutamente ma nessuno si è interessato al mio progetto, ho lasciato perdere perché mi sono stancata, ma proprio questo mi ha dato forza per andare avanti.
Cosa non ti piace dei social network? Oggi sappiamo che sono strumenti fondamentali per gli artisti anche a livello pubblicitario, e fin qui tutti ne riconosciamo l’utilità, ma so che per le donne possono diventare estenuanti e insidiosi, soprattutto quando un’artista non viene approcciata per le sue capacità ma considerata oggetto sessuale, ne parlavamo di recente ed è un problema comune. Eri giustamente esasperata da questa mancanza di rispetto, non così facile da arginare, che spesso obbliga a bloccare le persone e a inopportune perdite di tempo nel migliore dei casi. Tutto questo nasconde un problema molto più grave, la mancanza di rispetto verso la donna derivante da un concetto maschilista ancora purtroppo molto presente. Da qui il passo è breve a considerare la donna un oggetto di proprietà alla quale concedere libertà, iniziativa e addirittura la vita stessa, come dimostra il femminicidio in tragica crescita. Ma tutto questo non si riduce solo a iniziativa o prerogativa di qualcuno, purtroppo è una società ancora prevalentemente maschilista a livello sociale e culturale a non tutelarci affatto. Cosa ne pensi?
I social network ci danno visibilità, grazie a questi posso fare le mie date in tour in Europa. L’unica cosa che non mi piace sono proprio gli uomini che pensano che noi donne siamo lì per vendere i nostri corpi. Ci sono molti che mi chiedono amicizia come musicisti e subito dopo cominciano a fare proposte sessuali, quindi li blocco perché con questo tipo di persone non vale la pena discutere. Infelizmente a sociedade… è maschilista. Ci sono uomini che mi videochiamano nella chat facebook alle due di notte e mi spaventano, perché penso sia la mia famiglia in Brasile. Mi scrivono chiamandomi “frutto proibito”, o mi chiedono che intimo ho usato nel concerto, mi chiamano “cioccolatino” eccetera. Da vomito! A quale livello di schifezza sono arrivati questi uomini? Anche se i social ci danno visibilità artistica, purtroppo moltissime persone si sentono in diritto attraverso questi mezzi di dire cazzate.
Hai fatto concerti in diverse parti del mondo. Nella speranza che la tragedia del covid-19 possa al più presto vedere un miglioramento e pensando a prospettive future, con la possibilità di tornare a varcare i confini, dove ti piacerebbe portare la tua musica? Quali sono i progetti?
Con la band in trio o quartetto abbiamo girato in diversi paesi europei e quest’anno abbiamo già delle date per presentare il nuovo disco, sperando che la situazione migliori e che ci dia la possibilità di continuare il nostro progetto, e che le porte dei locali, club, ristoranti, festival si aprano per la musica senza discriminazioni. Io non sono una che parla di aspettative per il futuro, perché non so cosa succederà domani. Io sono di adesso. Nel mio adesso voglio fare musica e musica!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://nilzacosta.altervista.org/

https://nilzacosta.bandcamp.com/

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: