“Io che conosco il tuo cuore”: intervista con Adelmo Cervi – di Cinzia Santoro

Sanguigno e autentico, Adelmo Cervi racconta la Storia, la sua e quella di altri uomini e donne che vissero la tragedia del fascismo. Comunista e passionario come solo un contadino emiliano può essere, cattura l’attenzione di giovani e meno giovani, che ascoltano in silenzio le sue parole semplici ed efficaci. Adelmo esige il “tu”: sostiene sia una formula “democratica”. Fisico asciutto, tornito dagli anni e da una vita faticosa; sguardo acuto e loquacità strabordante, colorita, intrisa di saggezza popolare.
Cervi è in Puglia per promuovere il suo libro “Io che conosco il tuo cuore – Storia di un padre partigiano raccontata dal figlio” (Edizioni Piemme 2014). Il fitto programma di incontri si snoda tra sale consiliari, aule scolastiche e circoli culturali. La sua tenuta oratoria è coriacea e schietta, senza mediazioni. Le platee sono rapite tanto dal racconto quanto dalla lucida analisi della situazione politica attuale. Adelmo è il figlio di Gino, uno dei sette fratelli Cervi, fucilati dai nazi-fascisti nel dicembre 1943. Sette figli di una comunità contadina sfruttata, sette partigiani combattenti, sette difensori del riscatto sociale, della giustizia e della libertà. Adelmo aveva soltanto quattro mesi quando trucidarono suo padre e ancora oggi, quasi ottantenne, prova a colmare il vuoto e a compensare la mancanza attraverso la ricerca storica e la testimonianza familiare. Abbiamo provato a sintetizzare una lunga e appassionata chiacchierata fatta con lui a margine di uno dei suoi incontri in terra ionica.

Adelmo, la storia della tua famiglia è strettamente legata al lavoro della terra.
“La nostra era una famiglia di mezzadri della bassa reggiana, al soldo di una contessa. Il mio bisnonno Agostino divenne mezzadro nel 1893. La terra è sempre stata per noi una benedizione e una condanna. Eravamo affamati da un sistema sociale iniquo, comandato dai padroni, gli stessi che sostennero il fascismo e lo portarono al potere. La nostra vita era fatta di enormi sacrifici e di equilibri precari e, quando nel 1929 mio padre partì per la leva, la mancanza delle sue braccia si sentì in maniera pesante. Ricordo che da bambino mi alzavo spesso da tavola ancora affamato. C’era da stringere la cinghia. All’età di nove anni davo già una mano nei campi. A undici anni lasciai la scuola e la terra divenne il mio lavoro”.

Chi era Aldo Cervi detto Gino?
“Mio padre, prima di fare il rivoluzionario in casa d’altri, lo ha fatto nella propria famiglia. Rientrato nel 1933 da Gaeta, dove scontò ingiustamente tre anni di carcere militare per una controversia con un ufficiale, portò tra le mura di casa le idee e gli ideali che aveva maturato attraverso le letture e le discussioni condivise con gli altri comunisti e antifascisti suoi compagni di detenzione. Sosteneva che il carcere fosse stata la sua università politica. Cresciuto in una comunità cattolica, adottò come nuova croce la bandiera rossa con falce e martello. Il fratello maggiore Gelindo fu per lui una spalla importante. Io ripeto sempre che mio padre è diventato comunista perché le carceri fasciste erano piene di comunisti. La preparazione alla Resistenza armata fu lunga e faticosa. Mio padre spesso rientrava a casa a tarda sera, distrutto dalla stanchezza per aver camminato tutto il giorno su e giù tra le montagne in cerca di rifugi e di appoggi. Tra i boschi occultava anche quei viveri che venivano nascosti ai fascisti e sottratti all’ammasso. Mia mamma mi raccontava che gli toglieva le scarpe e le calze e, a volte, raccoglieva anche brandelli di pelle dei suoi piedi. Lui sosteneva che la lotta armata sarebbe dovuta partire prima, prima ancora che il “testone” criminale trascinasse il Paese in guerra.
Quando Aldo viene fucilato tu hai appena quattro mesi. Lui entra nel mito ma tu cresci senza una guida così importante.
“La mancanza di un padre si sente, sempre. Ero un bambino a cui nessuno raccontava le favole e che nessuno aveva nemmeno il tempo di cullare. Mia madre lavorava nella stalla quindici ore al giorno e aveva giusto il tempo di adagiarmi in un paniere prima di uscire di casa. E allora ricordo che mi dondolavo da solo. Questa cosa me la son portata dietro, negli anni, e ancora oggi quando ho una tensione particolare mi vien quasi di cullarmi nel mio letto. Tante volte nella mia vita ho guardato la foto di mio padre e gli ho chiesto di aiutarmi”.

Che ricordo hai di tuo nonno Alcide?
“Mio nonno diceva sempre: “Guardate il seme, perché la quercia morirà e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo”. Mio nonno è morto quando io avevo ventisette anni, quindi ho un ricordo vivo. Era un uomo semplice, legato alla terra, alla famiglia e agli ideali di giustizia e libertà. Un uomo segnato da una tragedia enorme che oltre ai figli gli ha portato via anche la moglie. La foto più famosa della mia famiglia è quella che ritrae gli uomini di casa, mio nonno e i suoi sette figli. Ma c’è un’altra foto significativa e a me molto cara, quella che ritrae i sopravvissuti all’eccidio: un anziano uomo, quattro vedove e undici bambini. Fino alla fine nonno Alcide coltivò la terra e il seme della libertà”.

Della componente femminile di casa Cervi non si fa spesso menzione. Eppure c’erano le quattro sorelle, le quattro mogli e la nonna, Genoveffa Cocconi, moglie di Alcide.
“Mia nonna ha cercato disperatamente di portare avanti una famiglia distrutta, fatta ormai di sole donne e bambini. Ma la violenza non è terminata con la fucilazione dei figli: hanno continuato ad infierire contro noi sopravvissuti, arrivando persino a bruciarci la casa. Quella stessa terribile notte lei ebbe un infarto e dopo un mese ci lasciò, a meno di un anno dalla tragedia del dicembre del ‘43. Anche mia madre ha avuto una infanzia difficile: da piccola ha perso il padre nella Grande Guerra. Mia nonna materna faceva da balia ai figli dei ricchi per dar da mangiare a mia madre e ai suoi due fratellini. Mi piace ricordare e sottolineare il ruolo delle donne nella Resistenza. Non furono solo semplici “staffette”; anzi, per il fatto di essere donne e in quanto tali meno controllate, si prestarono alle missioni più pericolose e imbracciarono anche il fucile. Anche le donne di casa Cervi ebbero un ruolo fondamentale di copertura e di sostegno alle attività clandestine che facevano capo al casale in località Campi Rossi.

La tua famiglia era, come tante, di tradizione cattolica. Qual è il tuo rapporto con la Chiesa e con gli uomini di Chiesa?
“Un fratello di mia madre, Adelmo, studiava per diventare prete, ma purtroppo è morto prima. Anche se porto il nome di un prete e anche se passo per essere un “mangiapreti”, lo ricordo con grande affetto. Allo stesso modo porto nel cuore il ricordo di don Andrea Gallo e di Don Pasquino Borghi; quest’ultimo, nella sua chiesa, offrì rifugio a mio padre e al suo gruppo di partigiani e per questo fu fucilato quindici giorni dopo l’eccidio della mia famiglia. Va detto anche che proprio un altro prete fu il gancio dei fascisti per arrestare i fratelli Cervi. Il nonno era un cattolico iscritto al Partito Popolare e ricordo il suo profondo dispiacere, al limite del dolore fisico, alla morte di Papa Giovanni XXIII: era come se avesse perso un amico. Certamente suo amico non era stato il predecessore, colui che aveva benedetto le armi dei fascisti in partenza per la guerra. Venendo ai nostri giorni dico che dovremmo lasciar da parte la Chiesa e dovremmo invece pensare a ciò che c’è da fare per il bene della nostra società e impegnarci ad aiutare chi ne ha bisogno. Pace e giustizia sono una cosa seria e vanno realizzate sulla Terra; al cielo poi si pensa”.

Come intendi oggi la politica e cosa vedi nel futuro del nostro Paese?
“La politica va discussa e vissuta. Io discuto con tutti e cerco di godere della nostra democrazia, anche se la considero zoppa. L’importante è che ci sia onestà. Politicamente non c’è altra strada se non quella di rivolgersi ai giovani e di coinvolgerli. Guardo con sincera simpatia al movimento delle Sardine e comprendo bene la loro presa di distanza da sigle e bandiere, anche se è una cosa che viene loro rimproverata. Il punto è che noi non possiamo permetterci di rimproverare ai giovani di non avere idee e programmi. Noi abbiamo un programma da settant’anni e non abbiamo combinato nulla, se non mettere lo Stato nelle mani delle mafie, degli stragisti e di un puttaniere miliardario. Rivolgendomi ai giovani non dico mai “dobbiamo spaccare tutto”, bensì dico loro “dobbiamo costruire”. Ai giovani dobbiamo insegnare la Costituzione: è il miglior punto di partenza per costruire una società sana e democratica.

Da comunista hai potuto toccare con mano anche la vita nell’ex U.R.S.S. È complicato essere un comunista nel terzo millennio?
“A casa Cervi sono stati ospitati molti fuggiaschi; tra questi un prigioniero russo, Anatolij Tarasov, portato in Italia dalle armate naziste in ritirata. Ha fatto la lotta partigiana per tre anni accanto ai fratelli Cervi; fu arrestato insieme a loro, ma riuscì a fuggire. Tornato in Russia al termine della guerra, fu deportato in Siberia e riabilitato solo dopo molti anni. Sono stato suo ospite in U.R.S.S., ma mi sono reso conto che la vita del popolo sovietico non era certo migliorata, e che l’utopia socialista era ben lontana dal potersi compiutamente realizzare. I dittatori mi stanno tutti sul gozzo, compreso Stalin. I miei litigi con i compagni sono spesso dovuti al fatto che “gli tocco il mito”. Io non voglio dei miti. Mio padre non era un mito e non era un eroe; era un uomo onesto, un lavoratore che aveva fatto una scelta di giustizia e che ha pagato con la vita, perché troppi son stati coloro che non lo hanno sostenuto. Non mi piace il luogo comune “il popolo italiano si è liberato”; preferisco dire che “una parte” del popolo italiano si è liberata da quella parte di popolo che ha seguito un personaggio, un criminale come tanti e come ancora oggi ve ne sono. I personaggi politici attuali non sono fascisti, sono degli sfruttatori che calpestano le istituzioni e che utilizzano la politica per scopi personali. Nel nostro mondo dovremmo ricostruire un po’ di umanità. Io mi sento comunista perché i miei ideali rivendicano una società più umana e più giusta”.

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