“Inginocchiatevi!”: Onore a Flavio Bucci – di Hermione Jardin

Per il grande pubblico, ormai sempre più disattento, Flavio Bucci è l’attore che ha dato volto e anima a Ligabue, il pittore naïf perennemente dentro e fuori dai manicomi, che fino a quel momento era stato pressoché sconosciuto. Uno sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita, prodotto e trasmesso dalla Rai con ascolti record: oltre ventidue milioni di telespettatori. Limitare la sua rilevanza artistica a questa esperienza, pur se indimenticabile, è tuttavia estremamente riduttivo. Flavio Bucci, infatti, è un fuoriclasse, uno dei più grandi attori ad avere calcato i palcoscenici e i set cinematografici e televisivi in Italia. Proprio quest’anno la sua straordinaria carriera è stata omaggiata dal regista e attore Riccardo Zinna con un film documentario dal titolo “Flavioh. Tributo a Flavio Bucci”. Il film, presentato alla Festa del cinema a Roma, racconta, nel bene e nel male, il suo percorso artistico e umano, in una sorta di road movie pervaso di leggerezza e poesia. Ma chi è realmente Flavio Bucci? Nato a Torino nel 1947 da genitori immigrati – il padre dal Molise e la madre dalla Puglia – ben presto decide di assecondare l’innata inclinazione alla recitazione studiando teatro presso lo Stabile di Torino. Alla fine degli anni Sessanta, in cerca di maggiori occasioni di lavoro, si trasferisce a Roma e continua l’esperienza teatrale recitando con diverse compagnie, finché nel 1972 esordisce nel cinema, quando viene scelto da Elio Petri per il film “La classe operaia va in paradiso” con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato e Salvo Randone – un’altra vetta irraggiungibile del teatro italiano – e l’anno successivo, sempre diretto da Petri, prende parte da protagonista a “La proprietà non è più un furto” con Ugo Tognazzi, Daria Nicolodi, Salvo RandoneMario ScacciaLuigi Proietti. Ha un volto talmente particolare che si imprime indelebilmente nelle memorie, grandi occhi dallo sguardo penetrante, una presenza scenica e una gestualità incredibilmente intense, un talento naturale nutrito da rigorose basi tecniche apprese tramite lo studio. Negli anni della sua carriera artistica – quasi cinquanta – viene diretto dai migliori registi e lavora con gli attori più celebri e quotati, sia nel cinema che in televisione. Nel 1977 vince il Nastro d’Argento come miglior attore protagonista in “Ligabue” e recita nell’horror “Suspiria” di Dario Argento nel ruolo di Daniel, un pianista cieco misteriosamente sbranato dal suo cane-guida. Famose anche le interpretazioni di Svitol in “Maledetti vi amerò” di Marco Tullio Giordana e di don Bastiano ne “Il Marchese del Grillo” accanto ad Alberto Sordi per la regia di Mario Monicelli. In TV veste i panni di don Manfredi Santamaria nel famoso e premiatissimo sceneggiato “La Piovra” di Damiano Damiani e del sornione commissario Ciccio Ingravallo nella serie “Quel pasticciaccio brutto de via Merulana”, splendido lavoro del 1983 in quattro puntate tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Emilio Gadda e diretto da Piero Schivazappa; questo tanto per citare alcuni tra i suoi lavori più riusciti, perché sarebbe troppo impegnativo ricordarli tutti. È però nel teatro, la sua passione più ardente, che brilla maggiormente la sua magica scintilla di interprete: è un magnifico Don Chisciotte per la regia di Armando Pugliese, o un geniale Shylock ne “Il mercante di Venezia” e poi Riccardo III, Serafino Gubbio operatore, Argante malato immaginario… Decine e decine di testi interpretati – Shakespeare, Molière, Gogol’, Ionesco, Pirandello – decine e decine i personaggi richiamati in vita ogni sera. E ogni sera è una rappresentazione magistrale. Fino ad arrivare al recente film “Il vangelo secondo Mattei”, opera prima dei registi Antonio Andrisani e Pascal Zullino, uscito nel 2017 e ambientato in Basilicata, a Matera, città capitale della cultura europea per il 2019, nei luoghi dove Pier Paolo Pasolini aveva girato “Il Vangelo secondo Matteo” nel 1964. Oggi Flavio Bucci ha 71 anni, un volto segnato da rughe profonde e l’incedere claudicante mentre cammina appoggiandosi a un bastone. Il suo corpo porta i segni di un passato di familiarità con alcol e cocaina e di un presente di una cinquantina di sigarette al giorno, eppure quel corpo continua a trasmettere l’energia e il magnetismo di chi per decenni ha dominato il palcoscenico. Oggi l’artista poliedrico che tanto ha dato al pubblico e con il suo genio funambolesco ha arricchito la storia culturale del nostro Paese, colui che ha prestato la voce a Gérard Depardieu e a John Travolta, il coproduttore del primo film di Nanni Moretti “Ecce bombo”, è ridotto a vivere quasi in miseria, ospite di una casa famiglia. Di fronte ad una simile vicenda si prova imbarazzo, per non dire vergogna, a vivere in uno Stato che abbandona in questo modo chi lo ha rappresentato con onore; a fare parte di una società che non sa distinguere un vero artista dai tanti guitti che imperversano e si erge a giudice in nome di una morale fasulla, senza possedere le conoscenze e il diritto per farlo. In una recente intervista di Giovanna Cavalli per il Corriere della sera, rilasciata in occasione della presentazione del docufilm di Riccardo Zinna sulla sua vita, l’Attore si è raccontato a cuore aperto, con l’onestà intellettuale che lo ha sempre contraddistinto. Dice di avere guadagnato moltissimo ma di avere sperperato tutto, soldi e affetti, in una vita di impegni e di eccessi che lo ha condotto alla solitudine attuale. Dalle sue parole si intuiscono i lati oscuri e le contraddizioni di una personalità limpida ma complicata, costretta a convivere con i fantasmi di un estro che, come spesso capita ai grandi, è fonte di gioie nel lavoro e di dolore nel privato. Neppure l’ombra di rabbia o di vittimismo nelle sue affermazioni, nessuna denuncia né autocommiserazione. Non si pente, non si giustifica, non rinnega nulla: In teatro guadagnavo anche due milioni al giorno. Per fortuna ho speso tutto in donne, manco tanto, che me la davano gratis, vodka e cocainal’alcol mi ha distrutto? Mah, ha mai provato a ubriacarsi? È bellissimo. Lasci perdere discorsi di morale, che non ho. E poi cos’è che fa bene? Lavorare dalla mattina alla sera per arricchire qualcuno?. Quasi tutti i suoi familiari, due ex mogli, tre figli e una mamma novantatreenne ancora in vita, si sono allontanati perché stargli vicino era davvero difficile:Non è stato facile starmi vicino, alcuni hanno resistito e altri meno, si vede che era il mio destino. L’unico che resiste è il fratello minore Riccardo, che lo ha tirato a riva dopo il naufragio tra alcol, sonniferi, solitudine e depressione e lo accudisce, pure lui tenendosi tuttavia a distanza di sicurezza. Qualche amico gli è rimasto, i più veri: Alessandro Haber per esempio. Rimpianti però non ne ha o forse sì, “ma tanto – dice – non si può cambiare niente. Ognuno è quel che è, e non è di nessun altro”. Ha qualche rammarico, certo, ma non per la perdita della ricchezza, della quale gli è sempre importato poco: Non sono stato un buon padre, lo so, ma la vita è una somma di errori, di gioie e di piaceri, non mi pento di niente – conclude – ho amato, ho riso, ho vissuto, vi pare poco?Così, chissà perché, tornano in mente le parole con le quali don Bastiano ne “Il Marchese del Grillo” apostrofa la folla convenuta per assistere alla sua esecuzione, congedandosi dalla vita con coraggio e dignità: E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi, a chinare la testa davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi, e chinate la testa davanti a uno che la testa non l’ha chinata mai, se non davanti a questo strummolo qua [la ghigliottina]! Inginocchiatevi, forza! E fatevi il segno della croce! E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto da infame, sul patibolo, che è diventato poi il simbolo della redenzione! Inginocchiatevi, tutti quanti! E segnatevi, avanti! E adesso pure io posso perdonare a chi mi ha fatto male. In primis, al Papa, che si crede il padrone del Cielo. In secundis, a Napulione, che si crede il padrone della Terra. E per ultimo al boia, qua, che si crede il padrone della Morte. Ma soprattutto, posso perdonare a voi, figli miei, che non siete padroni di un cazzo! E adesso, boia, mandami pure all’altro mondo, da quel Dio Onnipotente, Lui sì padrone del Cielo e della Terra, al quale – al posto dell’altra guancia – io porgo… tutta la capoccia!”

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