Incrociando le dita – di Bartolo Federico

Puoi anche pensare di correre via da tutto, ma dal tuo destino non potrai farlo mai. Quel signore barbuto aveva l’aria di un mendicante matto. Si era accomodato sul sedile accanto al mio, in quel pullman pieno di anime ferite, immigrati, disoccupati, donne con bambini a seguito e cinquantenni scarburati come me.
Tutti quanti in cerca di un posto migliore. Si dice così no? “(…) è il destino che t’insegue” mi disse quell’uomo, e mi lasciò senza fiato, quasi tramortito. “Hai voglia a rimasticarci sopra, tutto continua ad accadere, che tu lo voglia o meno. Certamente proverai a scansarlo, cercando di cambiare percorso, frenando di botto, andando a zig zag, ma è sempre la tua sorte che sta facendo il suo giro. Mettiti l’animo in pace amico mio”; e mi lanciò un’occhiata dolce, come per rincuorarmi. Gli resi un piccolo sorriso, intanto che il conducente con tanto di occhi sgranati, fissava la strada. Dopo qualche chilometro l’autista fermò il bus, e aprì la portiera. Una ragazza con un cappello in testa e una piccola valigia salì a bordo. Le gettai un occhiata veloce e seguitai ad ascoltare l’uomo che dietro al mio sedile, conversava con il suo compagno di viaggio. “Questi pezzi di merda che ci comandano, plasmano a loro piacimento qualunque cosa, e ti fanno credere che puoi avere un’altra possibilità. Ma stanno solo bluffando. Chi vuoi che ci prenda a lavorare alla nostra età? Spediscono pseudo giornalisti nei vari talk show, per farci il lavaggio del cervello. Convincerci che sei tu che hai sbagliato, ed è solo colpa tua, se ti trovi con il culo a terra. Non abbiamo modo di difenderci da questi mostri. Mettitelo bene in testa Raffaele, di noi non gli frega un cazzo a nessuno”. L’aria sul bus si era fatta rancida, tanto che qualcuno pensò di abbassare il finestrino e, il vento improvviso, mi colpì in faccia come uno schiaffo. Mi sentivo confuso per come la mia vita stava procedendo, ero un ex marito, un ex lavoratore, un ex di così tante cose che forse la cosa più sensata era quella di sparire una volta e per sempre; ma mi ostinavo a credere che potevo tirare a campare da qualche altra parte. Reclinai il capo e cercai di riposare su quei sedili duri e scomodi; non riuscendoci cercai di ricordarmi qualche canzone che mi faceva sentire fiero di me stesso e provai a intonarla. Ooooh! Mi venne fuori solo un gemito sordo. L’autobus ogni paio d’ore, si fermava in qualche area di sosta per permetterci di sgranchirci le gambe, bere un caffè, fumare qualche sigaretta. Prima di una di queste tappe, udii la donna seduta nella fila accanto alla mia singhiozzare sommessamente. Si sentiva anche lei persa e smarrita, in un mondo che ti getta via in un attimo, se non sai tenergli il passo. L’unica cosa certa era che sopra quel bus, nessuno era in grado di aiutare nessuno. L’autista accese la radio, che stranamente stava trasmettendo Fingers Crossed una ballata spaccacuore, tratta dell’ultimo omonimo disco uscito nel 2016 dell’inossidabile rocker inglese Ian Hunter (che a 77 anni ha ancora energia e passione da vendere). Non avendo molto da fare, iniziai a scartabellare nei ricordi. Nei primi anni ottanta la musica avvolgeva tutta la mia vita, così mi fu naturale propormi a una radio privata della mia città. Dopo un provino e le prime istruzioni sulle apparecchiature per consentirmi di fare da solo la regia, mi assunsero. Andavo in onda due volte la settimana, dalle ventidue alla mezzanotte. Il nome del programma “Nightfly” lo presi dal disco dell’ex Steely Dan, Donal Fagen che era da poco uscito; mentre per la sigla utilizzai il brano omonimo del disco d’esordio dei Fleshtones, Roman Gods. Una rude e passionale garage band, ancora oggi in attività. Trasmettevo senza interruzioni commerciali e, con mio sommo stupore, raccolsi i consensi di quel popolo silenzioso del rock. La prima trasmissione la dedicai a Ian Hunter e al suo doppio live, “Welcome To The Club”. Allora illuso e romantico, come un ombra mi aggiravo per la mia città, in cerca di quegli incontri magici che mi avrebbero cambiato per sempre la vita. Non sapendo che certi sogni, sono possibili solo nelle canzoni. Anche perché in quelle scorribande notturne incontravo solo figli di puttana, criminali, e molestatori e, alle volte, potevo sentire anche il click di una rivoltella che mi faceva gelare il sangue nelle vene; ma i miei desideri avevano preso il sopravvento su ogni altra cosa, e mi sentivo totalmente stregato dal buio. Come un innamorato, vedevo solo il lato buono delle cose. Erano i giorni dell’innocenza che ancora oggi pago a caro prezzo. “Welcome To The Club” suona schietto e sincero, e trabocca d’emozione, e ti annebbia gli occhi, per l’intensità con cui è cantato. Qui ci sono raccolti i migliori sogni di rock’n’roll che uno possa immaginare; ma si sa che Ian Hunter è un cantautore talentuoso sin da quando con i Mott the Hopple durante gli anni settanta ha scorticato i palchi con le sue cavalcate elettriche. Un narratore che riesce ad affascinare con il suo piglio stilistico, un bohémien che canta le sue ballate con disincanto e dolcezza, e una punta di malinconia che ti rapisce per sempre. “Welcome To The Club” è il disco da portarsi nella fantomatica isola deserta, con quel suo rock elettrico e stradaiolo, e quelle bellissime ballate alla Blonde on Blonde che ti feriscono l’anima. Ho sempre pensato che nella musica, vince sempre chi ti fa tremare le gambe e il cuore. Ci sono cose perdute e cose che ritornano, altre che svaniscono per sempre nel vuoto; e ci sono canzoni e artisti che non dimentichi mai. Ecco tutto. Il vento calava giù freddo. Ad un tratto un senso di rilassamento mi pervase il corpo. Ero pronto a seguire il corso delle cose o era solo una mia recondita speranza? L’uomo barbuto si mise a pregare ad alta voce. “Padre Nostro che sei nei cieli…” Me lo sentivo che dentro di me, in qualche rimasuglio, c’era una mossa segreta che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non avevo capito di cosa si trattasse e come fare per catturarla.
Il cuore si agitò come in un vortice. Forse avrei dovuto smetterla una volta per tutte di perdermi nel mondo dei sogni. Anche sei miei sogni ormai si erano fatti talmente piccoli che sarebbero passati da qualunque parte. Il vento aveva alzato nuvole di polvere che avevano avvolto il bus, e la strada tornò ad essere quel luogo magico dove tutto poteva ancora accadere. 
“Ehi Signore non farmi delle domande” cantava rauco Graham Parker accompagnato dai Rumour in “The Parkerilla”, un doppio album dal vivo uscito nel 1978, periodo in cui il rock stava davvero cambiando pelle, perché era stato preso nuovamente in mano da giovani ribelli che suonavano con rabbia e disperazione la loro crisi d’identità. Era un rock’n’roll senza compromessi, né censura delle parole quello che si sentiva in quei giorni tumultuosi per le strade di Londra.
“The Parkerilla” suona ancora oggi un rock periferico e fuligginoso, pieno di passione, con una voce imbottita di fumo e alcool, in cui l’anima del cantante è al centro di tutto; è una musica eccitante che viene fuori dalle viscere, e che esprime tutto quello che un uomo prova. In queste canzoni anche se guardano avanti, c’è un legame con il passato rispetto ai dischi punk, che in quei giorni si riversavano sul mercato discografico. Graham Parker è il fratello inglese di Southside Johnny, un altro dei grandi dimenticati del rock, insieme dividono la stessa passione, lo stesso sofferto modo di cantare, che viene dall’ascolto di pile di dischi soul e rhythm and blues, ammucchiati alla rinfusa nelle loro stanze. Uno che ha saputo maneggiare il punk, il folk, la new wawe, il reggae, sempre con immenso talento. Solo che il pubblico fa presto a dimenticare… ma i sogni di ieri valgono sempre. Graham Parker è stato uno di quelli che mi ha dato una mano, ad alimentare la speranza nel futuro. Quando sul finire degli anni settanta, la gente era costretta a subire ogni genere di stress da parte dei governi centrali, ha cercato di ribellarsi, è scesa in piazza e ha combattuto per i propri diritti. Oggi che accade anche di peggio, tutto inspiegabilmente resta immobile, come se non ci fregasse più niente di noi. Allora cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? Questa potrebbe essere una storia ideale per una nuova canzone, ma nessuno più scrive canzoni su questi argomenti. L’autobus attraversò una zona deserta e l’autista ne approfittò per accelerare, traballammo tutti quanti su quei sedili. Era giovane e massiccio quel guidatore, si accarezzò il mento e accese nuovamente la radio che trasmetteva musica pop inconcludente. Mi alzai dal mio posto, cercando di mantenere l’equilibrio. Mi doleva tutto del mio corpo, il sedere, la schiena, la nuca. Il vecchio barbuto mi guardò, rivolgendomi la parola. “Ragazzo lo sai che ci vogliono delle regole perché le cose funzionino, ma se te ne viene una migliore, vai contro il regolamento. Questo mondo è strano, ogni cosa che accade sembra che sia già accaduta; ma la strada è una sola, e va in tutte le direzioni, per tutti gli uomini”… e me lo disse mentre incrociando le dita guardavo fuori dal finestrino la strada deserta. 

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