“In fondo ai miei blues” – di Bartolo Federico

Sono come una pietra che cadendo lungo il pendio di una cima rotola, rotola e non sa più come fare per fermarsi, a cosa appigliarsi, per non finire a sbattere. Accade quando la vita ti costringe in un modo o nell’altro a guardare dalla parte opposta a quella in cui stai camminando. O quando qualcuno o qualcosa butta giù quel muro che ti oscurava la visuale. Allora sei costretto ad uscire dagli sgabuzzini segreti dove ti sei bellamente rifugiato e a guardare in faccia dritto negli occhi i tuoi fallimenti. A me è bastato un bacio nel buio della notte sul labbro sinistro, per andare in malora e sentire il mio corpo tremare molle ogni volta che il cuore batteva. In un piccolo bagaglio ho chiuso tutto quello che è rimasto della mia vita. Ci ho messo dentro le mie angosce, i miei odi, le mie speranze e, forse, anche qualcos’altro. Poi mi sono infilato nella notte che è da sempre la mia amante preferita e me ne sono andato via attraverso quei cortiletti bui senza luna. Lì, in fondo ai miei blues. Bimba, son solo uno di quei vagabondi Sto vagabondando da nemmeno io so quando Quando sarà notte me ne sarò di nuovo andato” (Bound To Loose Bound To Win – Bob Dylan). E’ di notte che la vita vibra a rallentatore e l’esistenza ci divora. E’ di notte che si sussurrano le confidenze e si diventa teneri e romantici. Ma tutto questo non mi accade più da molto tempo ormai. Può darsi che abbia perso quella parte di me e che tutte le voglie, a furia di ristrettezze, mi sono passate in un botto. Inutile che io mi affanni a cercare i dettagli non li troverei neanche a stanarli con il lanternino… si sono sparpagliati in fondo ai miei blues. Nell’umidità della notte una puzza di piscio acidulo mi attraversa il naso. Mi passo una mano sul viso come per cancellare ogni traccia di me, come per mettere una pausa ai miei pensieri. Non piove più e un venticello si è alzato sulla città. Le profezie che cerco, me lo ripeto, sono lì, in fondo ai miei blues. E’ solo dentro le canzoni che soffiano le risposte. Bisogna semplicemente aspettarle e loro, come per incanto, arrivano imprevedibili, violente, ciniche e, alle volte, anche sensuali. Succede pure quando si è prigionieri dell’angoscia che agguanta e svilisce scaraventandoci nella mediocrità. Quelle parole, però, sono fragili come vetro, e una volta catturate, bisogna tenersele strette al cuore, cullarle come si fa con un amante nella notte. Sul far del mattino, il freddo che si è piazzato dentro di noi, per un po’ andrà via. Da quanto, da quanto tempo è partito il treno della sera? da quanto, da quanto bambina mia, da quanto? (How Long How Long Blues – Leroy Carr). Alla stazione della vita, ho comprato un biglietto di sola andata e nel posto dove vado non c’è nessuno che mi aspetta. Il vento ha preso ad abbaiare come fosse un cane rabbioso. La strada brilla, sotto le luce bianca del neon. Mi appoggio ad un lampione e con lo sguardo prendo a vagare intorno. Dalla sigaretta aspiro una boccata di fumo strizzando gli occhi. C’è stato un tempo in cui mi infilavo nella bruma, sotto la pioggia, e spingevo a fondo il pedale della vita. C’è stato un tempo in cui nulla riusciva a farmi paura, neppure ricominciare da capo. Sapevo sempre cosa fare o cosa non fare e, se sbagliavo, andava bene lo stesso. Non come adesso che ho solo voglia di andarmene a nascondermi il più in fretta possibile. Non come adesso che nessuno capisce, che davvero mi dispiace per qualcosa… ma a nessuno sembra importargliene. Non come adesso che non ho più nessuno che mi può aiutare. Non riesco ad esser più buono come prima. Non ci riesco, bimba, perché il mondo è diventato ingiusto, dolcezza. Preparami la valigia, dammi il cappello non chiedere di me, bimba, perché non tornerò.” (World Gone Wrong – tradizionale – arrangiato da Bob Dylan). Mia madre me lo diceva di essere gentile con gli altri che loro lo sarebbero stati con me. Alla luce dei fatti forse si era sbagliata. Adesso non ho più voglia di sorridere, ma ho anche una paura fottuta di smettere di essere come sono stato. Non so proprio che fare. Dio! So che voglio e che devo fare, ma farlo realmente è davvero un’altra cosa. Tossisco, barcollo e cado nel vuoto, spalanco gli occhi e rabbrividisco. Visioni di Billie Holiday in bianco e neroLady Day entra in un bar, cammina lentamente con lo sguardo rivolto a terra e si dirige verso lo sgabello che è lì, fermo come se la stesse aspettando. Quando ci si siede, lo fa con una grazia che lascia tutto il pubblico di stucco. A quel punto Lester Young si avvicina e si mette al suo fianco. Lady Day ha i capelli attorcigliati in un garbato chignon. Alza lievemente il capo e la band inizia a suonare. Alle prime note degli ottoni una piccolissima smorfia gli contrae il labbro sinistro. Adesso, sempre lentamente, gira gli occhi che sembrano immensi specchi neri e osserva un punto indefinito della sala. Poi cade in trance e inizia a cantare Fine and Mellow. La notte e i graffi che la pioggia lascia sui vetri si specchiano sul suo viso. Lì, in fondo ai suoi blues. Dopo che gli applausi erano finiti e la gente se n’era andata. Scendeva le scale del bar e usciva verso l’albergo che lei chiamava casa. Aveva muri verdastri e il bagno nel corridoio. E dissi no, no, no oh, Lady Day. (Lady Day – Lou Reed). C’è sempre un prima in ognuno di noi… ed è sempre un dolore quello che ci cambia. Mi tornano i pensieri, quelli tristi, ma adesso non ho più fretta. Perché con l’età so bene che qualcosa perdo ad ogni ora che passa. La strada del tempo è spietata, cambia tutte le prospettive. Così quella follia, quella vanità che avevo da ragazzo, nell’andare avanti si è fiaccata e vorrei fermarmi di botto per rivederla passare, quella giovinezza, adesso che il tempo mi ha detto come sono la gente e le cose. Adesso che me ne sto qui e non riesco a muovermi, quasi a respirare. Tremo soltanto. Fermo qui ad aspettare. Quando l’ultima rosa dell’estate mi pungerà il dito ed il caldo sole mi farà gelare fino alle ossa. Quando non riuscirò più a sentire la canzone E non riuscirò a distinguere il mio cuscino da una pietra. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e canterò una canzone da solo. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e sognerò un sogno tutto da solo”. (Black Muddy River – Robert Hunter). Mi ha tolto tutto quel bacio sul labbro sinistro, tutto quel che avevo. Ma è stato un raggio di sole in un mare di merda. Lì, in fondo ai miei blues. 

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