Imelda May: “Life. Love. Flesh. Blood” (2017) – di Capitan Delirio

Come indica perfettamente il titolo di questo ultimo capitolo discografico “Life. Love. Flesh. Blood”, Imelda May torna a scalare le classifiche decidendo di mettere in gioco tutto il suo privato: tra vita, sentimenti, sesso, finalmente può permettersi di sfoderare tutto il fascino che propaga, dall’aspetto fisico alla voce. Per poter offrire al meglio la performance vocale Imelda si è avvalsa dei saggi consigli dell’imprevedibile conterraneo Bono degli U2. Il disco si apre con ballate tipo Call Me o Sixth Sense, dolci e sensuali, in cui analizza, in equilibrio tra velluto e tacchi a spillo, l’aspetto sentimentale della sua vita, che gli ha procurato tanta sofferenza, dovuta al divorzio, anche artistico, dallo storico compagno Darrel Higham. Tra le righe si può intuire il logorio interiore nel tentativo di metabolizzare il distacco e il lento superamento del dolore che porta ad una nuova apertura, alla voglia di tornare alla vita, di provare nuove esperienze. Nella voce di Imelda si può percepire tutto questo travaglio nel personale impasto di suadente seduzione e sofferta modulazione. Fortunatamente per allietare la sua vita può giovarsi della presenza della figlia che, probabilmente però, sta vivendo una delle fasi più critiche dello sviluppo: l’adolescenza, tanto importante quanto ingannatrice; Imelda le dedica una canzone How bad Can Good Girl Be, senza cercare di sprecare consigli che potrebbero risultare retorici ma immedesimandosi in quella fase dell’esistenza e rivivendo la propria di adolescenza, analizzando gli aspetti riguardanti i cambiamenti fisici e i passaggi caratteriali. Il sound del disco che sembra incanalato in una ampia sequenza di ballate soffici e sensuali tra Blues morbido e Jazz accorato, in realtà è molto più vario di quanto si possa immaginare; è impreziosito da presenze stellari, come quella di Jeff Beck in Black Tears, una triste nenia in cui chitarra e voce duettano alla perfezione e quella di Jools Holland in When It’s My Time che esalta le doti canore di Imelda in un soul graffiante e disperato. Nel brano Bad Habit improvvisamente il disco si apre a sonorità Rock, che le permettono di sfoderare gli artigli e raccontare felinamente di certi inconfessabili vizi; attitudine confermata in Leave Me Lonely, il brano dal ritmo incalzante e aggressivo che la proietta nel ventunesimo secolo e fa da ponte con gli altri brani che appartengono alla vecchia scuola. Quando decide di parlare del suo passato rispolvera le sonorità delle sue radici proponendo melodie del tipico folk irlandese. La tradizionale The Girl I Used To Be dovrebbe essere la canzone che chiude il cerchio; esiste, però, una edizione deluxe che contiene altre quattro tracce, in cui esplora suoni più hard ed elettrici. La produzione e gli arraggiamenti affidati a T Bone Burnett ci restituiscono un’immagine di Imelda May diversa da come eravamo abituati a conoscerla: adesso è più confidenziale (quasi da crooner raffinata) ma anche più seducente, in grado di entrarti lentamente dentro e di strapparti il cuore quando meno te l’aspetti.

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