“Il Visionario”: intervista con Giovanni Impastato – di Francesco Picca

“Il Visionario” è uno spettacolo teatrale su Peppino Impastato, con testi di Antonio Fanelli, Patrizia Zodiago, Valentina Pierro e regia dello stesso Fanelli. La prima sarà messa in scena il 5 maggio prossimo, a Cinisi, in occasione del quarantunesimo anniversario della morte del giovane Impastato. Uno spettacolo che si differenzia da quelli imbastiti sino ad oggi sulla vita del giovane siciliano, soprattutto per l’intento, non facile, di descrivere il Peppino uomo, la sua solitudine, il suo concetto di bellezza, il suo rapporto profondo con la madre Felicia. È proprio Peppino, ovvero ciò che resta di Lui dopo la tragica fine, che anima la scena: la voce e la fisicità di Antonio Fanelli conducono la trama di un monologo che vorrebbe tanto essere un dialogo con gli amici di lotta, presenze inerti e silenziose sul palco, sorde alla sue domande insistenti e alle sue riflessioni scomode. Sullo sfondo scuro della scenografia si staglia la disamina critica su ciò che è stato e su quanto, purtroppo, non si è avuto il tempo di realizzare. Appare a tratti struggente il tentativo di Peppino di riappropriarsi della propria giovinezza, di riaccreditarsi ad una umanità troppo spesso schiacciata dal “mito”, dall’eroe, dall’uomo forte: “Ma voi cosa pensavate? Che io fossi tutto politica e antimafia? Cosa pensavate? Che non ce li avessi vent’anni?” Molto bella la figura di mamma Felicia, esile nella sua fisicità, imponente nel suo coraggio. Serafica, ma penetrante ed efficace, la voce di Felicia affidata a Valentina Pierro esprime il dolore di una madre che non ha avuto nemmeno il tempo di piangere suo figlio, devastata nell’intimità del proprio focolare dalle perquisizioni dei Carabinieri tra gli oggetti e i libri di Peppino, alla ricerca di qualche prova che confermasse la teoria della sua eversione. Una madre che però raccoglie il messaggio rivoluzionario del figlio e diventa testimone in vita del riscatto rispetto ad una esistenza segnata dal solco mafioso. Abbiamo ascoltato Giovanni Impastato, fratello di Peppino, a margine dell’anteprima dello spettacolo presso il teatro Sant’Egidio di Taranto.
Peppino le ha lasciato una eredità non facile, ma che è stato impossibile non raccogliere
“Si, è stata un’eredità pesante, ma devo riconoscere che quello che ho affrontato in tutti questi anni non è stata solo sofferenza, non è stato solo impegno e concentrazione sulla tragedia di Peppino. Ho ricevuto tanto dalla sua storia e dal suo sacrificio. Abbiamo raccolto la sua eredità e abbiamo cercato di continuare a camminare con le sue idee e il suo coraggio. Siamo andati avanti: inizialmente con la ricerca della verità, poiché Peppino era stato infangato e avevano tentato di farlo passare per terrorista; successivamente abbiamo deciso di impegnarci per cercare di diffondere soprattutto il suo messaggio, che non è soltanto politico e di impegno civile, ma anche educativo per le nuove generazioni. Peppino era figlio di un mafioso, lo zio era mafioso, la nostra era una famiglia di “alta” mafia: lui ha operato questa grande rottura, unica nella storia del movimento antimafia.
Peppino e i giovani, un cordone ancora saldo
“ll suo è stato ed è, ancora oggi, un segnale positivo per i giovani. I giovani si devono impegnare e non devono far passare la cultura dell’antipolitica, perché l’antipolitica non è democratica. Bisogna fare politica, impegnarsi, evitando le strumentalizzazioni”.
L’impegno di Peppino però non era semplicemente politico
Peppino era un comunicatore. Inizia l’attività come giornalista, prima con la carta stampata e poi attraverso la radio. Era un animatore culturale: ricordo il suo Circolo Musica e Cultura, cuore pulsante e pensante del paese. Era anche un ecologista impegnato per la salvaguardia del territorio. Era soprattutto un ragazzo ironico e la sua ironia ero lo strumento per parlare della mafia e per prendere in giro i mafiosi. Con la trasmissione radiofonica “Onda pazza” ridicolizzava Tano Badalamenti, alludendo alle sue attività con lo pseudonimo “Tano Seduto”; il sindaco Gero Di Stefano diventava invece Geronimo Stefanini. Peppino era un artista: non a caso attorno a lui c’era la musica e c’erano i laboratori teatrali. Sappiamo tutti che gli artisti hanno una sensibilità superiore a quella dei politici e sanno percepire con largo anticipo le trasformazioni della società e del mondo intero. Peppino viene dall’esperienza dei primi grandi raduni musicali.. Woodstock, l’Isola di White, Parco Lambro a Milano e, non a caso, organizza a Cinisi il suo primo raduno “Nuove tendenze”; e poi in lui c’è l’influenza dei grandi cantautori impegnati, come ad esempio Bob Dylan e Joan Baez che si piazzarono davanti alla Casa Bianca, con le chitarre, a cantare e a protestare contro la guerra nel Vietnam. Peppino ricorreva all’arte e alla comunicazione per tentare di smuovere le coscienze e di educare i giovani all’impegno per la cultura, per la stessa arte e soprattutto per la bellezza.
La parola bellezza ricorre spesso nel testo
“Il monologo finale mette in evidenza che non c’è bellezza senza lotta di classe. Mi ha emozionato il riferimento ai fasci siciliani, una pagina di storia libertaria, poco conosciuta, che ha coinvolto i braccianti agricoli, ma anche gli operai e i minatori. Molto bello anche il cenno a Placido Rizzotto.

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