“Il testamento di Jerry Garcia” – di Maurizio Fierro

«Capisci, amico? Lui non avrebbe mai rotto il patto d’onore. Cazzo, era lo spirito di San Francisco, quello». Jack si raschiò la gola, rivolgendomi uno sguardo eloquente. Poi si scolò per metà il boccale di birra artigianale, asciugandosi la bocca con il palmo della mano. A San Francisco quel giorno il caldo era insopportabile, e il Magnolia Pub&Brewery era una buon balsamo per alleviare l’opprimente morsa della calura. Non so perché iniziai a parlare di musica con lui. Forse per via del luogo, dopotutto eravamo sempre nel quartiere Haight Ashbury; o forse per via del suo aspetto da vecchio hippy, con gli occhialini rotondi e i capelli bianchi legati in una coda di cavallo. Fatto sta che era da una buona mezz’ora che Jack non faceva altro che rovistare fra i suoi ricordi, perché lui, un hippie, lo era stato davvero. Di più: un Deadhead, e scusate se è poco. Jack si portò la mano alla fronte, e la ritrasse umida di sudore. Il suo volto, brunito di lentiggini, emanava un particolare lucore.
«Maledetto caldo. Con questo clima San Francisco perde il suo sex-appeal», si lamentò, poi emise un sospiro rauco e si asciugò gli angoli della bocca con un fazzoletto. «Be’, gli Airplane però…»
«E no, amico», mi interruppe. «Anche Jorma tradì. Kaukonem e Casady fecero fruttare bene la popolarità degli Airplane… e prima di loro Grace e Paul, che fecero di quella band un business. Proprio come quelli di L.A».
«Business as usual, giusto?»

«Proprio così. Loro erano il sistema. Corporation e tutto il resto. Noi invece facevamo parte di una scena, non so se mi spiego. Quasi uno stato dell’anima, capisci? Una cosa che non comprese fino in fondo nemmeno Sly. E neppure Janis. Dopo Monterey fece ciao ciao e salutò la compagnia in cerca di gente più brava. Una delusione».
Osservai il suo viso magro contrarsi in una leggera smorfia; per un po’ tacque, e in quella pausa si infilarono le buffate di vento caldo e il vociare della gente seduta ai tavolini.
«Vabbè, viva il Frisco sound, allora!», esclamai. Jack si abbandonò sulla sedia, rivolgendomi uno sguardo di condiscendenza. «Ma no…».
Poi, di fronte alla mia espressione meravigliata, osservò: «tutti quelli che parlarono del sound della Baia, scrissero un sacco di fregnacce. E poi, quale sound? Quello dei Quicksilver? Oppure dei Santana? O dei Grape? Ma andiamo. Hai presente Steve Miller Band? Niente di più diverso fra di loro. No, amico. Per capire una scena devi comprenderne lo stile di vita, come dire: l’anima. Noi entravamo nella complessità del mondo da una porta laterale. Una roba onesta, capisci?» Annuii. «E quando si parla di musica onesta, coraggiosa, intendo Jerry Garcia, intendo i Grateful Dead e pochi altri», aggiunse, dopo un breve silenzio. «Loro sono stati molto popolari, certo, e Garcia fu un leader».
«Sì, ma attento», replicò lui, alzando il dito indice con fare ammonitore, «non pensare alla figura del capo come ce la propina la vulgata. E no, il vero leader naturale è silenzioso e inconsapevole. Inconsapevole, soprattutto. Il vero leader è trasgressivo, non so, come uno che apre nuovi percorsi, mi spiego? uno che desacralizza quello che la maggioranza considera intoccabile, ecco. Be’, Jerry fu anche questo. Lui metteva un petardo nel culo del sistema e poi stava lì, seduto, con le gambe incrociate, a godersi lo spettacolo; magari suonando la sua sei corde. Emozioni, amico… quelle non si comprano, si regalano solo. Bei tempi…».
«Il tempo dei Dead…», convenni. Jack si sforzò di sorridere, poi disse: «Certo, al 710 di Ashbury puoi trovare qualche nostalgico che fotografa quella che fu la loro casa, ma una vera scena musicale oggi non esiste più. Scomparsa, come tutti i club della Bay Area. Flop… tutto evaporato. Il digitale ha fottuto gli studios, e chiunque può ascoltare ottima musica davanti al computer della sua scrivania. Cosa vuoi, io sono rimasto un imbranato, un analogico, dentro. Ma se vuoi minimamente rivivere quell’epoca, amico, allora recupera il vinile di “Live Dead” e ascoltalo in religioso silenzio, sul filo della puntina del tuo fottuto stereo. Ascolterai un rock classico, sontuoso, mistico».
«Un concerto dal vivo…»
«Sì, era lì che saltava fuori dalla bottiglia il genio di Jerry, Bob, Phil, Bill.. fanculo ai tempi cadenzati delle registrazioni in studio… solo pura ispirazione. Una volta, senti questa, eravamo alla Longshoreman Hall, in una delle loro esibizioni gratuite, sai, quegli happenings che sapevi quando iniziavano ma non avevi idea di quando sarebbero finiti. Dio santo, quel posto era un dispensario di metedrina, acido, hashish e anfetamine varie. C’era tutta la famiglia del 710 di Ashbury e gran parte della comunità, i Dead suonarono tutta la notte, una cosa che non puoi immaginare, amico, ma molti di noi poi si sballarono, crollarono, si addormentarono, fecero all’amore, e io con loro, e quando mi svegliai, cosa vidi? cazzo, Jerry e Phil che continuavano a darci dentro. Sembravano presi da un ardore compulsivo. I timbri del basso di Lesh e i riff di Garcia piovevano giù come fossero mantra… da non credere, e chissà per quanto tempo sarebbero andati avanti se non fosse saltato l’impianto di amplificazione…, allora, cosa fecero? decisero di costruirsene uno tutto loro: già, proprio così; ne venne fuori una bomba da ventitré tonnellate, con nove tecnici per l’allestimento».
«Eravate una vera comunità», aggiunsi. «Già», fece lui, aggrottando la fronte. «Oggi quel concetto è svanito, volato via. A quel tempo era centrale, tutti noi ci credevamo. Oggi di giovani ne vedo in giro pochi, e di giovani strani, come quelli di allora, ancor meno. Sono mosche bianche. Allora c’era l’invasione di mosche bianche, una marea di creativi e di fuori di testa che veniva attratta da queste parti, come se la Bay Area fosse un cazzo di magnete»
«La Summer of Love…»
«Ma dai…», replicò Jack, scuotendo la testa, «adesso, va bene che fa caldo, ma non ho perso del tutto la ragione. Quella fu solo una gigantesca puttanata orchestrata ad arte dai media a uso e consumo degli allocchi. No, io intendo la comunità artistica. “Non venire a San Francisco se non hai talento”. Lo ripeteva spesso anche Jerry Garcia. Ne hai mai sentito parlare? Era uno slogan in voga a quei tempi, sai? Poche parole, ma che sono meglio di un fottuto discorso».
«Parole che assomigliano a un monito».
«E certo. Perché il talento ha sempre bisogno della scena ideale dove manifestarsi. E per Jerry, quella San Francisco lo era, la scena ideale».
Osservai Jack farsi pensieroso, poi, d’un tratto, una luce illuminò il suo sguardo.
«Un testamento, amico… un testamento mistico!», esclamò. «Forse è questa l’eredità di Jerry Garcia. D’altra parte, lui era un rabdomante della musica. Era attratto dal mistero, dalla reincarnazione, dai luoghi occulti. Alle Piramidi ci suonò anche… qualcosa di esperienziale… poi, sai, gli Acid Tests, la cultura lisergica, le feste con Allen Ginsberg e Timothy Leary, i Pransktesters… Ken Casey, hai presente? roba per gente avventurosa…».
Jack si schiarì la gola, strizzò gli occhi e sbatté le palpebre e, in quel momento, il suo volto mi apparve come quello di un bambino. Un bambino anziano abbracciato al suo sogno.
«Ma se dovessi dirmi qualcuno che sia rimasto fedele a quello spirito, qualcuno, non so, che non abbia tradito quel… testamento? Un solo nome. Chi mi suggeriresti?»
Jack si strinse nelle spalle, e per un attimo parve perso nei suoi pensieri, poi afferrò il boccale e finì la birra. «Vuoi una risposta? Allora tutti quelli il cui suono non sappia di menzogna. Sai, Jerry era di Oakland, ha imparato a suonare da solo la lap steel guitar; jazz, blues, bluegrass, country, nessun genere riuscì a ingabbiarlo, la sua chitarra era l’essenza concettuale della psichedelica e la nostra famiglia, quello di comunità. Anche dopo gli anni d’oro continuò così, fedele e coerente a quello spirito. Prima l’LSD, poi l’eroina, e infine la morte nel sonno, in un maledetto centro per la disintossicazione. Si muore sempre da soli, no? La Collina della Serenità… cazzo, si chiamava così quel posto». Sorrisi amaramente. Jack indugiò e riprese fiato. «Vedi, io sono uno degli ultimi Deadhead dell’epoca. Ora, guardati intorno: questo quartiere è diventato un’attrazione turistica. La Jimi Hendrix Redhouse, lo smoke shop con i murales, la Piedmont Boutique, con le sue pellicce sintetiche e quell’artefatto, sì, dai, hai capito, le gambe di donna che escono dalla finestra… i graffiti di Cole Street, uno raffigura Jerry…cosa vuoi, ormai sono solo memorabilia e niente più. Non credere, so benissimo che voi giovani ci vedete come dei patetici sognatori aggrappati alla periferia di un mondo scomparso. Ma io preferisco rimanerci aggrappato, a quel mondo. Quello che vedo in giro non mi piace. Tizi che sguazzano nella rutilante melma della modernità, luci al neon, resine acriliche e algoritmi… ma tanto vuole Mamma America, e così sia, amen. Ma tu sei okay, amico, qualunque cosa questo possa significare per te»
Continuammo a parlare per un po’, anche se in realtà fu quasi sempre Jack a farlo. Alla fine lo vidi affaticato e decidemmo di congedarci. Si allontanò, a passo veloce, districandosi fra i turisti, e in pochi secondi scomparve fra la folla. Lo immaginai tornare a casa, buttarsi sotto una doccia e poi bere una birra ghiacciata. Quindi rollarsi una sigaretta, rovistare fra le centinaia di vinili, prenderne uno, appoggiarlo sul piatto dello stereo e sprofondarsi su un divano old fashion, esalando lente boccate di fumo. Per un po’ rimasi seduto a osservare le persone intorno a me, ascoltando il vento caldo raschiare le cime delle palme, finché l’aria tornò limpida e immobile. Poi decisi che era arrivato il momento di rincasare. Quella sera, prima di addormentarmi, il mio pensiero corse a Jack. Mi rividi seduto al Magnolia, ad ascoltarlo parlare di quel suo mondo perduto. Raccontava di Jerry Garcia, e del suo testamento.
“Il codice… roba onesta…”. Mi piaceva come lo faceva: con il rispetto che si deve ai grandi e con l’amore che si regala ai soli.

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