Il terremoto dentro – di Ginevra Ianni

Sei aprile 2019. Nel decennale del terremoto che ha distrutto la città dell’Aquila, volevo scrivere non un solo articolo ma una serie di brani che narrassero da tanti punti di vista cosa è accaduto quella notte. Tante voci diverse che raccontassero in modo differente l’accaduto. Non ci sono riuscita. E’ più forte di me. Un grumo irrisolto di dolore e rabbia me lo impedisce, lo ammetto. Perciò tutto quello che posso scrivere è quello che io ho vissuto e provato in prima persona. Non un articolo come una vicenda del genere merita di essere ricordata. Un punto di vista unico e assolutamente parziale né equilibrato. Me ne scuso.
Ogni anno quando sta per finire marzo e le giornate si allungano, una strana inquietudine comincia a serpeggiarmi dentro. Senza motivo apparente l’umore si fa tetro. Non in modo razionale né lucido ma il buio, i rumori improvvisi diventano fastidiosi, intollerabili. È come se un orologio interiore scandisse rumorosamente il tempo verso quel giorno, il sei aprile. Ogni anno, da dieci anni. La notte del 6 aprile 2009 il terremoto si è preso la città dell’Aquila e trecentonove vite: uomini, ragazzi, donne incinte, bambini. Ma il mostro ha preso anche qualcos’altro. Nessuno se ne è reso conto subito, c’erano troppe cose da fare, tirare fuori i morti dalle macerie, cercare vestiti per coprirsi perché a marzo all’Aquila fa ancora freddo e la gente quella notte era scappata di casa solo con un pigiama addosso. Lo stesso del giorno seguente, perché il giorno dopo l’armadio non c’era più, non c’era più la camera e neanche la casa. Non c’era più cibo, acqua calda, scarpe o coperte. Non c’era più niente. Da quel pigiama addosso come unica ricchezza, quelli che sono sopravvissuti hanno dovuto ricominciare, rinascere a sé stessi e come naufraghi tutti i sopravvissuti si sono attaccati disperatamente alla vita e al ricordo di come fosse prima di quella maledetta notte. E allora tutti a dire jemo nnanzi”, tiriamo avanti, ricominceremo e tutto, tutta la città sarà ricostruita più bella di prima e ci torneremo a vivere felici. Come i principi inconsapevoli che eravamo stati sino alla notte in cui il mostro ha spalancato le fauci e ha divorato tutto. Tutto. Ma nell’immediato quello che nessuno immaginava o si rifiutava di capire era che il terremoto ci aveva rubato il futuro. Questo è stato l’altro danno oltre ai beni materiali o la vita delle persone. Il fervore della ricostruzione ha animato gli aquilani, la speranza ha tirato su nuovi muri ed accesso le luci nelle nuove case, almeno in quelle ricostruite sinora, ma a mano a mano che un palazzo veniva restituito alla Città capivamo che era solo un investimento per il futuro, per le generazioni che verranno e che non hanno vissuto il dramma sulla propria pelle… non per noi che siamo scappati con il solo pigiama addosso. A noi tocca vivere il tempo sospeso della non-città, delle strade buie di notte, dei vicoli scuri e disabitati, dei locali sempre pieni dove si beve, si beve tanto, fino a stordirsi. Perché fuori dal locale non c’è niente se non un altro locale e poi un altro e poi un altro ancora. I negozi che hanno riaperto in centro sono sempre vuoti. La gente a novembre quando fa buio presto, in centro non ci va. Una passeggiata in centro è un “amarcord” dentro il ricordo dei luoghi che sono stati e quelli sconosciuti ed in eterna (almeno per questa generazione) ricostruzione che ancora non nascono, che galleggiano in un limbo puntellato tra passato e futuro. Si possono dire parole piene di speranza e di incoraggiamento ma L’Aquila questo è adesso. Un embrione di ciò che sarà in futuro ed il fantasma di ciò che è stato. La mia personale reazione ogni anno che si avvicina questo tragico anniversario è di distacco. Non partecipo, non mi faccio coinvolgere più. Non mi hai voluto? Mi hai scacciato da te? Bene. Vivo senza di te, ai margini dei nuovi spazi in cui mi hai relegato ma, come un amante tradito, non ti cerco più, non vengo più a trovarti perché mi hai insegnato a fare a meno di te e adesso io non ti voglio più. Non mi piaci e questa nuova Città che tra cento anni uscirà dalla polvere dei cantieri io non la conosco. Non è più mia e soprattutto non è ancora una città. Questo è il regalo tragico del terremoto: ogni giorno lui continua a scuotersi dentro di noi e ci toglie il futuro. Se lo mangia. Dieci anni dopo il terremoto noi sopravvissuti ce lo portiamo dentro e sarà così fino alla fine dei nostri giorni. Quelli della generazione che sopravvisse.

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