Il Teatro fuori dal Teatro: Intervista con Isabella Dilavello – di Gabriele Peritore

Ovunque ci sia una storia da raccontare c’è lei: Isabella Dilavello, attrice e autrice in grado di dar vita alle parole, di portare il Teatro fuori dal Teatro. Perché una storia per essere raccontata non ha bisogno di un luogo fisico ma di quella chimica che si crea tra chi recita e chi fruisce, tra attore e spettatore, ovunque ci si trovi. Da questa interazione scaturisce la vera magia del Teatro, fino alla fusione delle parti. La sensibilità espressiva di Isabella le consente di padroneggiare testi estremamente complessi e viverli nel suono della voce, nei movimenti del corpo. Teatro e ricerca aderiscono alla perfezione… e questo magico equilibrio si manifesta ovunque vi sia la possibilità di intrattenere, seducendo il cervello di chi si ferma ad ascoltare. Basta dare un’occhiata alla sua biografia per avere immediatamente voglia di scoprire qualcosa di più. Perché il suo sembra un autoritratto di quelli che svela e non svela… fatto apposta per accendere la curiosità e, infatti, in me si è accesa. Cercherò di cogliere i passaggi di Isabella provando ad anticipare i suoi spostamenti (qualora io sia in grado di farlo), per intercettarla durante il suo vagare… perché di questo si tratta: vagare, errare tra i percorsi della sua vita e della sua arte…
Isabella tu sei di Roma ma è difficile pensarti in un luogo ben preciso… che rapporti hai con la tua città natale?
Da bambina dicevo di soffrire della sindrome del piccione viaggiatore, con la necessità di allontanarmi, andare, portare qualcosa (una storia, una visione, un desiderio?) lontano e poi tornare a casa. Il problema era ed è, che io non so cosa chiamare casa. E allora dove torno? Sono nata e cresciuta a Roma, da padre pugliese e da madre abruzzese, con il vento di mare nelle ossa e la continua attrazione  per le onde. Stranamente al mare non ho mai vissuto, salvo le vacanze estive. Ma è lì che vorrei morire. Per questo mi sento una errante, anche se passo lunghi periodi stanziali, lunghissimi, come adesso. Eppure non appartengo mai al luogo in cui sono e raccontare storie è sempre aprire una finestra, la porta, l’immaginazione per accogliere quella cosa lì che ancora non so, non ho visto, conosciuto… vagante fino alla fine.

E il tuo vagare ti ha portato a fermarti a Verona da un po’ di tempo… c’è qualcosa di magico in questa città che ti ha attirato? Forse ci sono più porte o finestre da aprire?
Di tanto in tanto scappo a Milano a vedere più teatro che posso, per qualche provino, per guardarmi in giro, poi torno (ora raramente) a Roma, poi mi rifugio in Toscana dove ci sono amici e ancora Teatro. Ora sono a Verona, sì, da tanti anni. Ci sono arrivata per caso e per disamore… ed è buffo a pensarci, visto che per tutti Verona è la città dell’amore, benché debba la sua fama agli amanti più tragici di tutti i tempi. Magia? Verona potrebbe davvero essere magica, con il fiume che ne cambia la forma e i colori, con un centro storico che commuove, con una provincia fatta di colline e lago, di vigneti e ciliegi. Ma poi a viverci finisci per scontrarti con quello che non si vede e cioè con il suo essere ruvida e scontrosa, una bella signora di provincia, restia alle novità. Se solo si rendesse conto di quanto è bella e quanto più potrebbe esserlo, sarebbe una esplosione. Mi chiederai: perché ci resti allora? Perché c’è una Verona che resiste, un po’ sotterranea, che mi somiglia, perché mi è capitata qui la fortuna di cominciare un percorso di teatro in carcere che merita tutta la fatica per farlo e ancora non ci voglio rinunciare. Ma non sarà per sempre.
Riesci a portare il Teatro dappertutto, anche in carcere, deve essere un’esperienza dura da metabolizzare…
Non l’ho ancora sviscerata in modo lucido e razionale. È una roba tutta emotiva, fatta di ingressi e portoni chiusi alle spalle, sguardi dolorosi, storie assurde, tempi impossibili, sensazioni di gabbia, mutazione del concetto di giustizia e pena, sospensione affettiva, sospensione di giudizio, percezione del rifiuto da parte del mondo fuori dell’esistenza di quel mondo dentro…

Anche se l’argomento è interessante comprendo quanto sia difficile parlarne: e allora cambiamo, curiosando un po’ sul come è nata la tua idea di fare Teatro…
Confesso, ho perso un po’ di tempo nella formazione. E quando mi sono decisa, era troppo tardi per provare ad entrare in Accademia, ma non proprio tardi per ogni cosa. Quindi, sono andata a bottega. Devo davvero quasi tutto quello so di Teatro a due veri maestri, Guido d’Avino per la  fatica e il sudore e l’incertezza e le domande, ma soprattutto per la felicità e la grazia. Poi Monica Giovinazzi, attrice, regista e performer: con lei ho risposto alla domanda “cos’è che vuoi dire davvero quando ti esponi, nuda al mondo?”, ed è cresciuta la mia idea del Teatro, un teatro come generatore di dubbi, un osare il confine e, in un’epoca di confini che si fanno muri e filo spinato, questo diventa atto politico. Ma per me sono maestri tutti coloro dei quali ho amato ogni lavoro e scelta poetica, come Peter Brook o Claudio Morganti, per fare due nomi su tutti (ma sono tanti, tantissimi).

Teatro e poesia, letteratura, parola… non c’è niente di più affascinante. Stai lavorando come autrice, insieme al musicista Enrico Breanza, ad uno spettacolo che si chiama: “Fuori da queste ore faziose”, incentrato proprio sulla parola e sul suono della parola in continua trasformazione, evoluzione… ce ne vuoi parlare?
“Fuori da queste ore faziose” nasce dalla necessità di fermarsi. Sia io che Enrico Breanza riflettevamo su quanto intorno a noi sia pressante di richieste, di urla, di barricate, di posizioni da prendere (chissà quali), soprattutto “contro”. Volevamo confrontarci con un “Con”… con il corpo, con la voce, con il suono. A favore di… quando si è a favore, si crea una risposta, un dialogo. Così io mi ritrovo a dialogare con il suono della chitarra di Enrico, ne amplifico i movimenti e ne vengo smisurata. La parola lascio che si apra. Io sono convinta che le parole che scegliamo di dire rappresentino qualcosa, ci rappresentino… e lo fanno in relazione al modo in cui le diciamo. La parola usa il corpo e il corpo usa la parola. È una questione fisica, un esperto del suono te lo saprebbe spiegare meglio, il corpo è cassa di risonanza. Il suono esce da lì, si espande e incontra, sbatte su ciò che trova di fronte. Un muro, le persone, corpi. Torna indietro. Lo senti ovunque. Dal punto di vista emotivo potrei dire che accade lo stesso, il peso e il significato di ogni parola incontra la sensibilità e i ricettori di chi ascolta… e io che ne raccolgo il ritorno ne vengo modificata, comprendo altre cose, la parola stessa si evolve. Al principio di “Fuori da queste ore faziose” gioco con le parole Decadenza e Malevolenza, inevitabilmente colgo più indulgenza sul suono della decadenza. Retaggio poetico, credo …

Bello il concetto del corpo come cassa di risonanza della parola. La tua ricerca sulla parola, appunto, ti ha portato a concentrarti sulle storie di donne. Donne complesse… le partigiane con le armi in pugno o con sensibilità di poetessa come Amelia Rosselli. Si tratta di affinità? Quanto conta l’essenza femminile oggi?
L’affinità è nella complessità, forse. Le donne delle quali scrivo e che poi interpreto entrano nel mio immaginario per la loro esistenza sul bordo, per le loro scelte che pongono un problema alla società che le guarda, per il loro corpo offerto alla vita. Amelia Rosselli è poetessa con una lingua difficile e potente, il “giogo della mia inferma mente” diventa poesia, la sua paranoia diventa poesia, il suo passato e l’eredità di un padre anarchico e assassinato dai fascisti diventano poesia, il desiderio e la musica diventano poesia… ma così facendo apre squarci sulla sua fragilità ed è quel dualismo; fragilità e potenza, che provo a raccontare, fino a quel suo ultimo volo a testa in giù…  e credo sia la stessa cosa anche quando metto in scena “Con vestiti leggeri”, partendo dalla vicenda di Rita Rosani, partigiana combattente, ebrea, morta sui monti veronesi per un agguato fascista, morta imbracciando un fucile. In lei c’è tutta la fragilità e la potenza della gioventù e di una donna innamorata. Ma un amore in guerra fa vergogna, una donna armata fa vergogna e non si alzi il sopracciglio al mio uso del presente verbale: fa ancora vergogna. Ora ho appena iniziato ad avvicinarmi a Janet Frame, e mi trovo di fronte ancora una volta a fragilità e potenza, di fronte a “latte, panni e spazzatura”. Fragilità e potenza.Vedo così l’essenza femminile… e forse qui risiede la necessità di non nasconderla. Ci viene spesso negata e questo in generale: è difficile da digerire che si possa essere forti se ci si può rompere. Eppure si può. Eppure si deve. Eppure sarebbe un passo avanti nell’umanità. Eppure se anche l’uomo capisse che se ci spezziamo non significa necessariamente che lo si debba fare, i rapporti ne uscirebbero sani.

Il tuo modo di fare Teatro è perfetto per comunicare a livelli più profondi… è molto legato alla fatica, alla ricerca che è un vero e proprio lavoro… ma poi, in realtà, in questo periodo storico, è sempre più difficile vederselo riconosciuto…
Ho scelto di essere ai margini. Mi spiego, ho scelto di fare un teatro senza inserirmi nelle logiche dei premi, dei bandi, dei fringe, delle commissioni cultura, dei giochini degli assessorati e dei comuni. Di questo inevitabilmente si paga il prezzo. Perché se non partecipi a questa giostra, praticamente non esisti. Se sei indipendente, se hai storie tue e nessuno che ti mette un timbro, sei trasparente. Quindi ogni volta che c’è un pubblico di cinquanta persone, per me è un successo paragonabile al sold out del Teatro Argentina. Poi mi capita di confrontarmi con altri attori e registi, che magari un po’ invece ci stanno dentro e hanno comunque difficoltà a farsi pagare, a vedere riconosciuto il loro lavoro. E se poi andiamo a vedere come funziona davvero il FUS (fondo unico per lo spettacolo), si capisce che è un sistema assurdo e incompetente. Per dirla con le parole di Roberto Latini, “ma perché la mia capacità teatrale, se ne ho una, deve essere mortificata dalla mia capacità di sopravvivenza?“. Io sono dell’idea che dovremmo smetterla di aderire al sistema, smontarlo, rivoluzionarlo, rifiutarci di stare al gioco… forse davvero non è possibile senza radere al suolo tutto. Compresa me.
In Italia è sempre più difficile trovare una risposta al perché la Cultura non abbia un valore riconosciuto… fortunatamente esiste la passione, quella che ti contraddistingue e che ti ha portato, inoltre, alla composizione su carta di alcuni racconti, firmati con uno pseudonimo. Questa volta il tema è l’eros, ritratto in due intensissimi momenti, captati con sensibilità e attenta curiosità… e mi viene da chiedere quanto è importante il corpo in questo periodo virtuale?
Oh! Ma come si può prescindere dal corpo? Anche quando lo martoriamo, lo neghiamo, lo condanniamo, il corpo è lì a metterci o a toglierci dall’imbarazzo. Il virtuale da un lato mette dei filtri e ci protegge (dall’essere visti come realmente siamo, dal toccare e dal farci toccare), dall’altro ci espone al pubblico ludibrio. La guerra al corpo si è fatta più crudele. Anch’io ho la mia battaglia con lui. Ma al corpo, bene o male, anche se solo alla fine e nella morte, torniamo sempre. Scrivere racconti erotici (entrambi nella raccolta Hot Stuff edita in formato Ebook da Simonelli Editore) è stato un modo per portargli delicata attenzione e non solo in relazione al sesso. Se ne può scrivere e parlare senza svilirlo, senza umiliarlo. Farci pace, almeno ogni tanto.

Sembra che questo rapporto complicato con il tuo corpo non t’impedisca, comunque, di provare gioia in vita e in scena… ma non c’è soltanto il Teatro: hai fatto anche un film… perché non ci racconti qualcosa?
A marzo 2017 è uscito nelle sale “Per un figlio”, primo lungometraggio di un giovane regista italo srilankese Suranga D. Katugampala, già menzione speciale al Festival Internazionale del Cinema di Pesaro. Quando Suranga mi chiese di prendere parte a questo film low budget credo di aver accettato soprattutto per i suoi modi e i tempi dilatati. Poi, la storia, non è un film sull’immigrazione e l’integrazione, per quanto lo sia. È lo scontro generazionale genitore/figlio, è la solitudine, è l’abbandono. È l’universale nel particolare. Dal punto di vista recitativo, è stata una esperienza fatta di lunghe attese, di profumo di spezie, di tempi espansi, di fierezza del farne parte. http://www.perunfiglio.it/

E in ultimo, per salutarci con qualcosa che possa rimanere ai nostri lettori… quanto è importante la parola in questo periodo storico dominato dalla comunicazione globale?
Recentemente ho letto un articolo in cui si evidenziava il numero di parole realmente usate d’abitudine, partendo dal vocabolario base comune a tutti di circa 6.500 lemmi: sono 2.000, tutte sempre più semplici. Certo, qui si parlava non di tecnici, o letterati e filosofi, per quanto poi anche il loro vocabolario si stia restringendo al settoriale: si parlava delle persone nella quotidianità. La semplificazione regna nell’epoca della comunicazione globale. Chissà, magari è per via della fretta di questa comunicazione, è per quell’illusione di poter essere capiti facilmente. Il fatto è che ci stiamo impoverendo, anche e soprattutto in capacità di comprensione. La descrizione di un qualcosa che ci ha emozionato, di un incontro, di una qualsiasi cosa ci appaia importante da condividere, non può ridursi a un nome e un aggettivo, non riusciremmo mai così a ricreare e a passare a un altro quella sensazione. Io credo sia responsabilità di noi tutti che in qualche modo ci occupiamo di comunicazione, la parola. Dovremmo averne cura.

Io ti ringrazio per la tua essenza di attrice e autrice che fa ancora dell’impegno una passione e una professione e riesce a trasmetterla a chi ascolta…
Posso ringraziare pubblicamente voi, te in particolare per l’attenzione e per la possibilità di avere una voce, in modo diverso dal solito?

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