Il tamburino della “Porta Magica” – di Gabriele Peritore

Dimmi che sapore ha il tuo veleno… se ha il sapore dolciastro del viso di chi ami ma non ti ama, o ti vuole lasciare. Se ha il sapore rancido della faccia grigiastra del tuo datore di lavoro che non apprezza le tue qualità, o ti vuole licenziare, oppure del tuo professore che ti vuole bocciare. Se ha il sapore sublime di una notte che già pregustavi e non è andata come pensavi, o se ha il sapore metallico del farraginoso stress quotidiano. Se ha il sapore nauseante fino al vomito di un problema più grande di te, o se ha il sapore colloso da intrappolare la lingua nel barattolo di gomma delle prediche genitoriali. Qualsiasi sia il sapore del tuo veleno, dimmelo, ho il rimedio giusto per te. Anche se vuoi dare un senso di compiutezza a una vittoria, un traguardo raggiunto, un bacio inaspettato o vuoi migliorare la tua prestazione sessuale, o ti vuoi semplicemente sballare, sfuggire uno stato di asfissiante normalità… ho il rimedio giusto per te. Sono uno specialista dei rimedi. Ho anche una laurea se è per questo. Avrei potuto fare il biologo, ma la mia passione è questa: rendere felice la gente. Molti sostengono che i miei rimedi non siano legali ma questo è secondario, la cosa fondamentale è che sia il rimedio giusto per te. Non ha importanza chi io sia. Non posso certo rivelare il mio nome. Sono talmente abituato a nascondermi, a nascondere tutto della mia vita che io stesso faccio fatica a ricordare chi sono. Sono italiano, questo lo so, di madre lucana e padre magrebino, ma sono italiano. Sono romano, anzi, sono dell’Esquilino. Infatti anche se non posso dire il mio nome molti mi chiamano “Porta Magica”, perché per dispensare i miei rimedi dò sempre appuntamento alla Porta Magica nei giardini di piazza Vittorio. Piazza Vittorio Emanuele è il mio territorio ideale, mi muovo alla perfezione, riesco a mimetizzarmi, nel brulichio di razze e dialetti, a confondermi fino a risultare invisibile e a manifestarmi solo quando voglio io, al momento giusto. Conosco tutto della piazza. Riconosco il rumore di una bottiglia di birra che rotola sul marmo del portico quando è bevuta da un domenicano o da un bangla. Riconosco lo scroscio dei nasoni, solo con il loro scorrere ininterrotto, che risuona nella notte, le fontanelle dissetano cani e umani. Riconosco il battito d’ali dei piccioni che si avventano affamati sulle microscopiche briciole sfuggite ad altri affamati. Riconosco i sorrisi ingenui e festanti dei bambini africani, asiatici e sudamericani che non hanno altro posto dove giocare e perdersi nella folta vegetazione. Riconosco il puzzo di piscio che si annida dietro le grandi colonne. Riconosco il profumo variopinto dei fiorai e delle spezie piccanti indiane, quelle vere dei ristoranti etnici e quelle finte nei fast-food per turisti. Riconosco lo sdegno dei residenti che devono fare uno slalom tra i giacigli di cartoni dei barboni prima di accedere al portone della loro abitazione. Riconosco l’orgoglio e la rassegnazione dei pochi negozianti italiani persi tra le vetrine tutte uguali dei negozi cinesi. Riconosco la brama di chi vuole fare un affare alle bancarelle dei napoletani. Riconosco la meraviglia della Madonna, svettante statua che parla una lingua emanante marmorea luce. Riconosco il canto del nigeriano e il vocio dei vecchietti che si riuniscono sotto il gazebo. Riconosco gli occhi di chi viene a comprare una dose o di un genitore che accompagna i figli alle giostrine. Riconosco l’odore degli sbirri in borghese, dei bastardi infiltrati e dei genitori che mi odiano, fin quando anche loro non provano un mio rimedio. E poi c’è la Porta Magica, unico residuo della villa del Marchese di Palombara. Si diceva che chi fosse riuscito a decifrare la simbologia scolpita sulla porta avrebbe potuto avere accesso alla quinta essenza, alla pietra filosofale, all’oro della trasmutazione alchemica. La villa del Marchese non c’è più, è rimasta la porta, protetta da un recinto, posizionata in un angolo dei giardini al centro della piazza. Un posto perfetto per non essere visti da nessuno, anche se sei al centro della piazza. In tutte quelle ore, di quei giorni passati ad aspettare i miei clienti, mi sono soffermato spesso a studiare i simboli scavati sul marmo della cornice della porta e… c’è stato un momento ispirato, una mattina d’autunno molto calda da sembrare estate, se non fosse stato per il continuo calpestio delle foglie ingiallite sotto le suole delle scarpe, c’è stato un momento in cui sono entrato in sintonia con quei simboli, forse perché avevo in circolo la giusta dose di anfetamine, e credo… credo di averli decifrati. I simboli dei pianeti, da leggere in senso antiorario per stabilire la sequenza dei metalli: Saturno il piombo, Giove lo stagno, Marte il ferro, Venere il rame, Luna l’argento e Mercurio il mercurio e, in alto, sopra il frontone, un cerchio, simbolo dell’infinito, con dentro due triangoli uniti e intrecciati punta contro punta che rappresentano, l’unione degli opposti, la fusione degli estremi; l’alto e il basso, lo spirito e la materia, il maschile e il femminile. Sopra i triangoli, una croce, la sofferenza cristiana, l’albero divino che unisce il cielo e la terra, la purezza. Sotto la croce, un altro cerchio più piccolo come un occhio. Un percorso esteriore per arrivare all’oro alchemico, dallo stadio più basso, dal nero del piombo e, interiore, per arrivare alla trasformazione dell’io in qualcosa di superiore, attraverso la sofferenza, la purezza e la congiunzione degli opposti. Praticamente è quello che faccio io con le mie sostanze. Sono convinto che questa porta sia stata posizionata qui per avere accesso ai miei rimedi. Non c’è niente che non si possa fare con le giuste miscele di acidi e anfetamine, con i derivati della morfina, misture di benzodiazepine e ketamine, tetraidrocannabinolo e oli naturali. Solo che i miei rimedi vi possono far viaggiare ma senza la sofferenza. L’accettazione della sofferenza a cui vogliono farci assuefare per rendere più tristi le nostre esistenze. Nel mondo c’è già troppa sofferenza e non ha mai fatto bene a nessuno. La sofferenza, il dolore, ecco cosa combatto con i miei rimedi. Solo innescando le endorfine: la Porta Magica. Non c’è niente che io non possa ottenere con i miei rimedi. Chiamatemi spacciatore o alchimista, dottore o pusher, vi farò fare un giro sulla mia nave magica turbinante… vi farò scomparire tra gli anelli di fumo della vostra mente giù nelle nebbiose rovine del tempo… danzare sotto il cielo di diamante… vi farò dimenticare l’oggi fino al domani… e poi, non potrete più fare a meno di me. e allora cosa aspettate, venite numerosi a provare i miei rimedi ma non vi preoccupate se non riuscite a trovarmi, sono talmente mimetizzato che non riuscirete a vedermi, certe volte anche io non riesco a vedermi, sarò io a farmi trovare, qualora io riesca a trovarmi, quando voi ne avrete più bisogno… e poi in un solo attimo mi sarò dissolto.

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6 pensieri riguardo “Il tamburino della “Porta Magica” – di Gabriele Peritore

  • dicembre 6, 2018 in 1:55 pm
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    Bellissima storia intrigante e persa nei tempi più odierni . Grazie per questa perla nel mare .

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    • dicembre 6, 2018 in 10:18 pm
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      Grazie Ciosi, grazie a te che sai cogliere la preziosità di una goccia nell’infinito…

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  • dicembre 11, 2018 in 9:19 am
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    Complimenti Gabriele, da un Dulcamara passando per la beat generation, fino a Piazza Vittorio. Mi è piaciuto.

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    • dicembre 11, 2018 in 5:54 pm
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      Grazie Zichietto! In questo nuovo linguaggio che sto cercando di sperimentare hai colto alcune delle letture che mi hanno ispirato. Grazie davvero

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  • dicembre 11, 2018 in 6:03 pm
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    Bravo , novello Dulcamara (amo la Lirica) e questo racconto è anche musica….

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    • dicembre 11, 2018 in 7:42 pm
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      Grazie Ninfo! Sono felice che si possa sentire una certa musicalità…

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