Il sogno di Jello Biafra – di Abraxas M.

“Una risata vi seppellirà”. Sembra una profezia blasfema urlata da un eretico al rogo, lo slogan (forse coniato dagli anarchici di fine Ottocento e da alcuni attribuito a Michail Bakunin) che conquista l’immaginario giovanile negli anni Sessanta, diventando uno dei manifesti simbolo della controcultura. Perché, diciamocelo: c’è qualcosa di più sottilmente sovversivo dell’irridere il potere, del farsene beffe? Una domanda che si deve essere posto anche un ragazzo originario del Colorado, cresciuto in una famiglia liberal (il padre era uno psichiatra affascinato dalle teorie esistenzialiste di Ronald David Laing, la madre una libraia) che, un decennio dopo, frequenta la comunità punk di San Francisco. Il ragazzo comincia a rispondere alla domanda rinunciando all’assillo burocratico previsto dall’anagrafe, che lo identifica come Eric Reed Boucher: rinasce allora come Jello Biafra, ossimoro mutuato da Jell-O, sottomarca del gruppo Kraft famosa per i dolci a base di gelatina e Biafra, lo stato africano afflitto in quegli anni da una devastante carestia. Sì, è un tipo tosto il ventenne Jello. Un radical convinto, un anarchico che combatte il potere con la forza della stravaganza eccentrica, nella migliore tradizione del guru Abbot “Abbie” Hoffman, cofondatore dello Youth International Party. Avete presente quegli avanguardisti sui generis che decidono di interrompere la rassicurante cantilena della vita costringendoci a una lettura differente della realtà? Ecco, Jello Biafra potrebbe essere, che so, la reincarnazione di un surrealista francese degli anni Venti, oppure di un cubista tedesco della Repubblica di Weimar. Come detto, Jello è originario del Colorado, ma la sua terra d’elezione – ça va sans dire – è la California. Perché è fra Berkeley e San Francisco che il pranksterism è di casa. Sì, il pranksterism, la tattica canzonatoria del burlone, naturale corollario alla strategia culture jamming, il sabotaggio e la destabilizzazione delle gerarchie costituite. Insomma, minare l’establishment dalle fondamenta. Un po’ quello che accadeva con i Merry Pranksters, il movimento psichedelico di Ken Kasey e Neal Cassady, che nell’estate del 1964 attraversa gli Stati Uniti a bordo di uno scuola bus decorato per diffondere il peace&love hippy. Una tattica che costringe a una visione laterale delle cose, e che si porta dietro un’eco di risata carnevalesca, una prospettiva critica in cui mettersi a osservare i difetti del quadro del mondo, ben visibili agli occhi di un certo Lenny Bruce, che al Troubadour di West Hollywood, o all’Hungry I di North Beach, inframezzava i suoi show irriverenti al grido di “moriremo tutti quanti”, declamato ed enfatizzato in un falsetto stridulo, magari dopo una battuta sulla scarpa sbattuta sul tavolo dell’Onu da Nikita Sergeevič Chruščëv, oppure dopo un’imitazione al vetriolo di JFK. Insomma, un bel po’ di glamour mammifero… ma Jello è un punk. Soprattutto, un punk. Si è formato leggendo fanzine come Flipside e ascoltando la musica trasmessa dal dj della KEOQ Rodney Bingenheimer: ritmi indiavolati e canzoni bruciate in un respiro. Furia e velocità. Sta assistendo all’esaurirsi dell’energia vitale del punk-rock alla Ramones e, con la sua etichetta indipendente Alternative Tentacles, fondata insieme al chitarrista East Bay Ray, vive in prima persona la transizione verso l’hardcore, ancora più estremo, arrabbiato, anticonformista e aggressivo, l’ultima frontiera dello spirito ironico e dissacrante della controcultura a stelle e strisce. Ha un sogno, Jello: declamare la fine dell’“American Dream” attraverso la combinazione binaria di musica e politica. Un bel sogno, di quelli che ti catturano accompagnandoti per una vita. Allora crea una band, che chiama, udite, udite, Dead Kennedys, fondata con l’inseparabile East Bay Ray. Scandalo… ma non è finita, perché Jello si candida alla carica di sindaco di San Francisco. Doppio scandalo. Ma anche una sensazione strana, un “funny feeling” che si incunea nello stile di vita sibarita di quelle lande progressiste, materializzandosi in un programma politico che ha l’ambizione dell’irriverenza quando prevede la costituzione di un’asta pubblica per le cariche cittadine: niente male, vero? Ma c’è dell’altro. Come l’autorizzazione a tirare uova ai politici incapaci, o, sentite questa, il trasferimento del carcere di San Quintino al golf club di Daly City, a sud di San Francisco: sapete com’è, no? una vera opera di recupero e reinserimento non può prescindere da aria buona e svago creativo. Ah, certo, poi la sostituzione delle divise da poliziotto con costumi da clown, in una summa iconoclasta del pensiero in contromano che fa tornare alla mente la stravaganza naive di “Polli Bianchi”, il manifesto politico del poeta olandese Auke Boersma, in cui si chiede ai poliziotti di liberarsi delle armi e di rendersi utili in altre occupazioni, come aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, oppure consegnare cibo a poveri e bisognosi… un manifesto che era la base programmatica del movimento anarchico Provo, candidato per le elezioni ad Amsterdam nel 1967. Ma Jello Biafra è un punk e, anche la musica dei Dead Kennedys si nutre dello stesso spirito del suo frontman. I testi sono dissacranti, venati di una vis comica al vetriolo, una protesta verso un futuro annunciato, urlati da Jello con i toni di un profeta isterico. Il “cultural clash” dei D.K. è scandito dalla nevrotica sezione ritmica di Klaus Flouride (Geoffrey Lyall) e Ted (Bruce Slesinger), a sorreggere i riff chitarristici iperveloci di East Bay Ray e di 6025 (Carlos Cadona). Saltano fuori singoli come “California Uber Alles” (1978), che irride il Governatore della California Jerry Brown, l’icona del partito democratico tacciato di conservatorismo fiscale, connotandolo come una sorta di essere mitologico, metà hippy e metà fascista: Holiday in Cambodia si erge come icona delle protest song, mentre il caustico umorismo di  Kill the Power si somma ai toni cupi di Stealing Peoples Mail, alle provocazioni sarcastiche di Nazi Punks Fuck Off, all’isteria di Drug Me, al sardonico falso moralismo di Chemical Warfare e ai paradossali serial killer di I Kill Children. Tutti brani che finiscono in “Fresh fruit For Rotting Vegetables” (1980), primo lp dei Dead Kennedys, inciso per l’Alternative Tentacles, edito in Inghilterra e ostracizzato negli Stati Unti, una sorta di opera pop dall’effetto sinestetico della durata di trentatré minuti. Quattordici tracce che rappresentano l’evoluzione e il futuro prossimo del rock&roll, un esperimento in attesa di essere contaminato e, perché no, sognato e personalizzato da qualcun altro. A proposito: e il sindaco di San Francisco? Dopo gli omicidi di George Moscone e del consigliere Harvey Milk, le elezioni del 1979 confermano alla guida della città Dianne Feinstein, Presidente del consiglio comunale, automaticamente subentrata a Moscone dopo la sua morte. Grazie ai voti della comunità punk, Jello Biafra si piazza al quarto posto, primo fra gli indipendenti. “C’è sempre spazio per Jello”, si legge sulla scheda elettorale. Che è un po’ come dire: c’è sempre spazio per i sogni. E per una pernacchia irriverente, anche. Sì, “una risata vi seppellirà….

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