Il silenzio di Rigopiano – di Ginevra Ianni

Il 18 gennaio di quest’anno, quando ancora non si smaltivano gli strascichi delle vacanze natalizie, in Abruzzo una slavina si stacca dalla montagna e travolge un intero hotel. Bilancio tragico, 29 morti ed 11 sopravvissuti. Il mondo scopre Rigopiano. Il 28 Aprile del 2017 un giornale dirama la terribile notizia che, sebbene si sia sempre ritenuto che i morti siano deceduti all’istante per l’impatto, almeno uno di loro è rimasto intrappolato per giorni al buio ed al freddo continuando a lanciare messaggi e chiamate con il suo telefonino prima di arrendersi alla fine. La notizia si diffonde rapida e sulla montagna della morte si riaccendono i riflettori, torna l’attenzione del mondo. La magistratura nel frattempo indaga, va alla ricerca, se ve ne sono, dei colpevoli, di chi ignorando i segnali, ha condannato ad una fine orrenda quegli innocenti. In un certo senso è un dramma che si ripete due volte, la prima volta per la tragica fine di quei poveri innocenti, con la magrissima consolazione che la loro fine sia stata rapida ed improvvisa; la seconda con la scoperta che purtroppo per alcuni di loro così non è stato. In entrambi i casi si tratta di una tragedia tremenda, avvenuta e/o preannunciata da freddo, neve, gelo, terremoto e, infine, morte. I media hanno fatto da cassa di risonanza per amplificare la notizia, per narrare dapprima la tragica corsa contro il tempo e le difficoltà causate dal maltempo per raggiungere la scena del disastro ed ora per diffondere l’esito drammatico degli ultimi momenti di quelle povere anime. L’effetto è stato comunque il medesimo: all’inizio tutti incollati agli schermi delle televisioni aspettando che contro il clima avverso i soccorsi raggiungessero la meta, per piangere sulla gravità della tragedia e per esultare ogni volta che dalle macerie veniva estratto un sopravvissuto; poi per ascoltare o leggere gli ultimi messaggi disperati, le richieste d’aiuto inviate per telefono e mai arrivate. Le notizie sono sempre salite agli onori della cronaca in entrambi i casi ed è giusto così ma vi è un intervallo, un lasso di tempo sospeso tra questi due fatti di cui nessuno o pochissimi si sono occupati. Quando vi è stata la prova che ormai là sotto non poteva esservi rimasto più nessuno superstite, il grande fratello mediatico ha spento le luci e sulla neve e le macerie è sceso di nuovo il buio ed il silenzio, almeno fino alla scoperta di questi nuovi messaggi. Tra questi due fatti però si è svolta nel frattempo un’altra storia, ugualmente tragica ma senza pubblico a fare da cassa di risonanza. Il recupero dei morti. Le difficoltà affrontate sono state le stesse, stesso freddo e stessa fatica per restituire i corpi alle famiglie perché potessero realizzare davvero che erano morti, per riabbracciarli un ultima volta. Ma questa volta in silenzio. A luci spente. Chi ha scavato  lo ha fatto giorno e notte, con turni massacranti e trovando riposo in lettucci da campo allestiti sulla stessa neve che ha ingoiato le vittime ed ha ostacolato l’arrivo dei soccorsi. Chi ha scavato ha avuto gli arti ghiacciati dal freddo intenso ed i muscoli stanchi, i visi bruciati dal ghiaccio e gli occhi abbacinati dal riverbero, ma nessuno ha mai smesso per questo, anche se non c’era più nessuno da salvare, anche se non vi era più alcuna corsa contro il tempo da battere. Si è scavato consapevoli di ciò che si doveva trovare, lucidamente. Si è scavato andando incontro al cupo mietitore. Bisognava tirar fuori i morti dal loro sepolcro di ghiaccio e cemento, senza più speranza ma solo con la cieca consapevolezza che era una cosa che doveva essere fatta. In silenzio. Senza clamore. Con determinazione. Con il rispetto tacito che si ha ad un funerale. “Quando tutto è finito mi sono sentito sollevato, sereno, perché sono stati tirati fuori da quel buio, da quella solitudine” ha chiosato quasi con sollievo uno di questi anonimi spalatori. Senza nome né cognome, narrando con semplicità la grandezza della loro fatica senza premio. Gli eroi agiscono così. In incognito, senza aspettarsi clamore o gratitudine dal mondo, ma ne reggono ogni giorno le sorti. In silenzio. Essere Anonimi è la loro forza oscura che si fa energia e li mantiene ogni giorno freddi e consapevoli. Per fortuna.

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