Il silenzio degli aquilani – di Ginevra Ianni

Un terremoto devastante ha sconquassato l’Albania il 26 novembre scorso. La terra trema forte e butta giù case e palazzi con tutto quello che contengono. Cose, animali, persone. La notizia del dramma subito si propaga, la scossa e le successive rimbalzano da un notiziario all’altro: scene ben note, case sull’asfalto, tetti dove avrebbero dovuto stare le fondamenta, polvere dove erano palazzi, gente che grida, pianto e stridore di denti. E partono subito anche gli aiuti internazionali. In un mondo sempre più piccolo queste tragedie si percepiscono più acute. 
Anche L’Aquila ascolta la notizia e si allerta: pompieri, aiuti vengono inviati oltremare a soccorrere le vittime. Doveroso più che per altri dopo il terremoto del 2009, di cui ricorre quest’anno il decennale. Una ferita continuamente riaperta – anche stanotte, mentre scriviamo – che non vuol diventare cicatrice, un dolore cronico. Ma c’è un ma. Una sfumatura minima, quasi impercettibile. Un nulla che però dà fastidio come un sassolino nella scarpa: non si vede ma duole. Internet ed il popolo della rete costituiscono un non luogo dove tutti, chiunque è legittimato a parlare, a dire la propria. Questo modo di esprimersi ha finito per creare un mondo parallelo al reale, un universo a cavallo tra democrazia e demagogia. Beh, se si dà una rapida scorsa in questo non luogo ci si accorge che del terremoto in Albania… il “Paese delle aquile”, tanto simile per intensità e frequenza, gli aquilani hanno taciuto o quantomeno si sono espressi in modo parco, stringato. Quasi per pudore. Perché? Perché in quella enorme cassa di risonanza che è la rete pochi, pochissimi hanno parlato? La risposta ha tante cause ma è legata soprattutto ad un fatto: chi sa, chi ha già vissuto un trauma mostruoso come il sisma ha poche parole in bocca. Davanti alla nuova scossa dall’altra parte dell’Adriatico e a quella di stanotte a tutti lo stomaco si è contratto di paura e lo stesso brivido di terrore ha riattraversato la schiena a chi già sa cosa è accaduto quella notte di novembre a Durazzo, ha scavato per resuscitare i sopravvissuti, ha seppellito i morti.
Troppo dolore. Questa è stata la censura spontanea e collettiva che ha legato la lingua agli aquilani. Per carità, la solidarietà e gli aiuti sono stati prontamente inviati e continuano ad esserlo a cura di enti ed associazioni anche private, ma le parole no. Non escono. Sembra di bestemmiare se vengono usate per vuoti luoghi comuni. Chi già sa non ci riesce più. Tace. Parafrasando un conterraneo celebre si può dire che tanti gemiti si fanno per un dolore ma per una grande pena c’è solo silenzio.

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