“Il rumore del mondo” (2018): intervista con Carmine Torchia – di Francesco Picca

Apparentemente schivo, in realtà affabile e disponibile. Di Carmine Torchia ho apprezzato il garbo umano giù dal palco, pervaso da una gentilezza di altri tempi, quasi desueta e della quale non smetterò mai di stupirmi, da chiunque provenga. Poi l’ho guardato esibirsi con in dosso una straordinaria quiete artistica, sfoggiando con disarmante semplicità una eleganza insolita. L’ho osservato maneggiare la sua Epiphone SG Studio come fosse un cesello, lavorando di precisione attorno ad una imbastitura difficilissima, seguendo con infinita discrezione l’orlatura dei testi poetici di Dino Campana durante un reading musicale agostano tra le colline dell’Alto Molise.
Carmine Torchia è un’anima mite ma coriacea, sensibile ma ben definita. La sua maturazione passa attraverso un ventennio di cantautorato che definirei militante, defilato rispetto ad un panorama nazionale affollato da decine di penne sgomitanti troppo spesso estranee, però, alla cura e alla cultura musicale. Il suo primo album è del 2008, “Mi pagano per guardare il cielo” (Castorone). Il 2010 lo vede collaborare con l’Associazione Evento Area per il progetto sperimentale “Alterazioni”: una commistione tra musica, installazioni e figurazioni, ospitata dalla facoltà di architettura di Reggio Calabria e che ha prodotto un cofanetto contenente un CD con una suite musicale e un DVD con le performance artistiche. Nel 2012 è la volta di “Bene (Rurale), un disco più scuro, più metropolitano, registrato nella città di Milano. “Affetti con note a margine” (Private Stanze 2015), il terzo lavoro, è un disco molto nervoso ed elettrico, quasi un grido di liberazione articolato in ben quattordici brani, registrato in un casolare in Toscana. La sua ultima fatica è l’album “Il rumore del mondo” (Overdrive 2018).
Carmine, quando e come ha cominciato a fare musica?
“Ho cominciato a suonare a metà degli anni 90 nella classica band di paese che si cimentava nella rilettura di quei classici con una spiccata matrice rock che arrivavano da oltremanica. Successivamente ho iniziato a suonare anche il rock progressivo, con una particolare attenzione alle band italiane, ma partendo sempre dall’ascolto di quelle che hanno dato il via al genere, come i King Crimson e gli Yes. Poi ho approfondito molto di più la parte psichedelica, in particolare attraverso la musica dei Pink Floyd.
Parliamo del tuo ultimo album.
“Il rumore del mondo” è del novembre 2018. Uscito per Overdrive e distribuito da Goodfellas è andato in stampa in formato CD, in vinile e anche in musicassetta, una modalità quest’ultima che ci ricorda la parte più buffa e più sincera della nostra adolescenza quando, con un anticipo incredibile rispetto alle moderne playlist, ci divertivamo a creare le cosiddette compilation. L’album è frutto di una collaborazione molto fortunata. La pre-produzione l’ho elaborata nel mio studio “Rurale” a Castellina in Chianti. Poi ho portato tutto il materiale a Barberino Val d’Elsa, ne “Lo Studiolo” di Matteo Frullano, chitarrista dell’album nonché produttore artistico insieme a me e a Peppe Fortugno. Abbiamo coinvolto in studio anche il tastierista Carmelo Arena, il batterista Matteo D’Alessandro e Peppe Fortugno alla chitarra. Abbiamo registrato in presa diretta, quindi è un disco “suonato”, come si faceva negli anni 60 e 70. Solo in seguito abbiamo inserito la mia voce. Sono molto contento del risultato finale, anche perché tutti i musicisti sono stati liberi di contribuire con il proprio bagaglio, la propria sensibilità e il proprio gusto: non a caso alcuni pezzi sono stati ribaltati completamente rispetto alla pre-produzione e questo è uno degli aspetti che musicalmente mi interessa di più. Il missaggio è stato realizzato nello studio milanese “Gufu Sound” di Fortugno. Il mastering nello studio di Roberto Romano a Gaeta. È un disco di nove pezzi. I testi sono miei tranne in due casi: la traccia E sale quanto basta, un testo su Peppino Impastato che da subito mi è parso viaggiare ad altezze notevoli e rispetto al quale è stato per me molto facile trovare l’armonia e le melodie, scritto da Annalisa Insardà, attrice impegnata nel sociale; l’altra traccia è L’ultima canzone, il cui testo è di Léo Ferré (tradotto per me dalla figlia Manuela), grande chansonnier e anarchico francese, uno dei modelli della nostra scuola genovese. Da questo disco è stato estratto un solo singolo, il pezzo di apertura, Come rondini“.
A cosa ti sei ispirato per la stesura dei testi e delle musiche?
“Tutto l’album ruota attorno al rumore del mondo, capace di arrivare anche nei piccoli paesi della provincia italiana, ma con una differenza: le notizie, quando arrivano nelle grandi città, sono accompagnate da un baccano assordante; in provincia, invece, arrivano in maniera più flebile. Pertanto ho cercato di inscatolare questi rumori provenienti dall’attualità, da figure importanti della nostra cultura, ma anche dai moti interiori di ciascuno di noi. Il brano Come rondini è un grido che mi è arrivato da un “non luogo”, da un “altrove”, e che si è manifestato nella melodia, nelle parole e poi successivamente nell’armonia. È un pezzo semplice, con pochi accordi di pianoforte e una voce riverberata che arriva da altri mondi”.
Il tema che affronti in questo brano è quanto mai attuale.
“Credo sia una delle cose più centrate che io abbia scritto nell’arco di quattro dischi e in venti anni di attività. Parla di migranti, un tema complesso che rischia di farti inciampare nel retorico; ho cercato, a modo mio, di affrontarlo senza utilizzare espedienti. L’ho scritto perché sono mediterraneo: esserlo non è una questione di semplice connotazione geopolitica, è una predisposizione, è un modus che abbiamo acquisito in millenni di esperienza basata sulla convivenza. Il Mediterraneo è un valore, per certi versi imprescindibile. Del resto ricordo perfettamente le mie estati di bambino, quando guardavo gli ambulanti marocchini animare le nostre spiagge joniche: mi salutavano chiamandomi “cugì”, e io rispondevo allo stesso modo. Evidentemente c’era una rispondenza, un riconoscersi. Il brano è anche un video, affidato alla regia di Orazio Sturniolo, messinese che vive a Brighton: coerentemente alle intenzioni del testo, Orazio è stato molto bravo a rinunciare al facile inciampo nelle classiche immagini di repertorio aventi come soggetto gli sbarchi. Protagonisti sono un uomo e la sua solitudine, consumata davanti alla distesa surreale del mare e pochi simboli: una pipa che rimanda a Magritte, una barca giocattolo, un pianoforte; poche cose che rendono l’idea di un’assenza sconfinata”.
La tua attività si è spesso incrociata con quella di altri artisti.
“Mi piace mescolarmi, connettermi ad altre sensibilità e mettere in connessione le persone. La collaborazione fa parte di me, della mia visione artistica: mi offre la possibilità di crescere e di migliorare. Ho avuto l’opportunità di aprire, tra gli altri, i concerti di Stefano Rosso, Niccolò Fabi, Tonino Carotone, Eugenio Bennato, Peppe Voltarelli e Andrea Chimenti. Ognuno di questi episodi ha lasciato qualcosa in me. Mi dedico anche alle produzioni di altri artisti: qualche mese fa ho terminato di lavorare al disco di Michelacci Fabio, un cantautore romagnolo molto interessante. Ora sto chiudendo la produzione artistica di un progetto francese in uscita il prossimo anno. Infine, ma non ultima, una collaborazione di cui vado molto fiero, quella con Miro Sassolini e Monica Matticoli per il progetto sulla poesia di Dino Campana che abbiamo chiamato “Verso l’inquieto mare notturno”.
La tua musica è contaminata da altri interessi artistici?
“Ho l’interesse per le arti grafiche, anche perché, quando la musica me lo concede faccio artwork per libri, festival, copertine di dischi. Seguo il dibattito sull’architettura contemporanea; talvolta, alcuni amici che non si danno pace rispetto al mio aver abdicato dal ruolo di architetto, mi scomodano per le loro necessità. Mi interesso di arti figurative, strascico del mio passato dedicato alla pittura, rispetto alla quale però, per mancanza del giusto tempo, ho optato per il disegno: il soggetto ricorrente è un cane, un animale realmente esistito, che peraltro ha trovato ospitalità e spazio all’interno di una canzone e al quale ho attribuito in maniera fantasiosa dei super poteri. Ho voluto che anche l’artwork di questo disco fosse basico, pertanto ho disegnato il tutto utilizzando solo due colori, cercando di coniugare i linguaggi artistici della canzone e del disegno, e rifacendomi alla tradizione dei cantastorie anni 50 che utilizzavano il rimando tra la storia cantata e il fatto illustrato. In passato ho scritto anche musiche per il teatro e alcune mie produzioni sono state restituite nella forma del teatro-canzone. Guardo volentieri certo cinema che mi offre spunti e riflessioni: su tutti l’arte intelligente, acuta e feroce di Woody Allen.
E la tua scrittura?
“Preferendo la poesia ai romanzi leggo Saramago, García Marquéz, i poeti del 900 italiano come Quasimodo, Ungaretti, Montale e lo stesso Dino Campana. I miei testi sono la risultante di ciò che filtro dalla realtà quotidiana, di ciò che leggo e soprattutto della musica d’autore dagli anni 60 in poi. De André, Ferré, Gaber hanno fortemente indirizzato la mia visione sociale della vita e dei rapporti umani sotto il segno dell’anarchismo che, per me, coincide con il valore dell’amore. La mia coscienza politica si è affinata nel tempo, fruendo di certe letture e di certi ascolti. C’è una frase di Errico Malatesta che dice: “Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta”; queste parole sono rimaste inchiodate nella mia testa per anni. I valori libertari in cui credo derivano proprio da un’insofferenza verso il potere. L’autodeterminazione, nel mio caso, si basa sulle azioni e le creazioni, inseguo la possibilità di autogovernarmi e di credere ad una legge morale più alta, al di sopra delle leggi degli uomini, quegli stessi uomini che spesso sono i primi a disattenderle”.
Puoi vantare alcuni premi prestigiosi.
“Nel 2005 la prima edizione di “Musica Controcorrente”, che si teneva a Poggio Bustone, paese natale di Lucio Battisti, mi ha dato il primo premio, senza il quale la mia carriera discografica non sarebbe decollata. Nel 2009, nell’ambito di “Musicultura”, rassegna di musica popolare e d’autore, ho ricevuto per Quest’amore il premio SIAE per la migliore musica e il premio AFI per il miglior progetto discografico. Però il premio più gratificante è rappresentato dal vedere che ogni giorno, nonostante il passare degli anni, il pubblico aumenta, si affeziona, ti scrive e ti invia le foto scattate durante i concerti”.
Vivi in Toscana ma hai origini calabresi.
“La Calabria è una terra che mi piace rivedere sempre; ci ritorno con piacere perché ci sono paesaggi a me familiari, sia naturali che umani. Certi luoghi hai bisogno comunque di rintracciarli di tanto in tanto, per capire se e come sia cambiato il tuo rapportarti con essi. La mia è una terra affascinante, ma molto difficile: è come una donna bellissima con un caratteraccio. Però mi sento di appartenerle e, ogni volta che faccio dei tour verso il sud, mi viene data la possibilità di cantare tra quelle persone e tra quei paesaggi”.

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2 pensieri riguardo ““Il rumore del mondo” (2018): intervista con Carmine Torchia – di Francesco Picca

  • Settembre 16, 2019 in 10:22 am
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    Ascoltando e riascoltando ” Come rondini ” si è pervasi da immedesimazione,emozione,coinvolgimento a risolvere i grandi ed ostici problemi che ci si trova a vivere.
    Complimenti,Carmine,per aver creato ,fra parole e musica,quella perfetta armonia…che scalda l’ anima!

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  • Settembre 16, 2019 in 10:28 am
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    Bellissima intervista,complimenti a tutti!

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