Il problema è continuare a chiamarlo rock ‘n’ roll – di Stefano Galli

Quando nel 2009 morì Ron Asheton, chitarrista nella formazione più celebre di The Stooges, scrissi un messaggio di posta elettronica alla redazione del Corriere della Sera, posto che non avevano pubblicato la notizia del suo decesso. Naturalmente nessuna risposta, come accadde anche tempo dopo per Alain Bashung. Per la morte di Scott Asheton nel 2014 era addirittura più evidente e prevedibile il disinteresse totale (rilevava di più la morte della allora fidanzata di Mick Jagger!). Nemmeno la pena di ipotizzare una eco al di fuori dei media specialistici in Italia (più sensibili i francesi, sempre solidali con Iggy Pop e compagni). Siccome la memoria è corta, la mia semplicemente non tiene in considerazione tutti i miei pensieri; nel 2014 ero per lo meno soddisfatto di avere citato già Scott (vivo) in un mio altro scritto (dedicato a Oreste e Pilade Del Buono: Pilade come Scott). Non è questo però il punto, soprattutto dopo tre anni dalla morte di Scott Asheton: bastino i decessi di Lemmy Kilmister, di David Bowie e di Prince. Tre morti una più sorprendente dell’altra anche per motivi opposti: Lemmy ancora vivo, Bowie immortale e Prince troppo giovane per pensare a una sua dipartita. Vedevo nel 2014 (ed ora ancor di più) morti ovunque, oppure artisti che sentono il fischio della falce del Tristo Mietitore, magari per interposta persona (si pensi a Roger Daltrey e al suo album con il malato terminale Wilko Johnson). Non è mia intenzione affermare che tutti gli artisti debbano smettere di essere tali a una certa età (quale poi?) ma il rock ‘n’ roll è vecchio, tanto che da anni dico, ispirandomi a Philip K. Dick e anche a Bladerunner che il rock ‘n’ roll è come un replicante che scopre, per sua sfortuna, di non avere scadenza. Si può preferire schiantare in scena, però si deve essere sinceri e non considerarlo un incidente che non si vorrebbe subire. In caso contrario, sarebbe il caso di pensare, piuttosto che a riunioni sempre più grottesche (con abbondante uso di tinture per capelli, gilet più o meno contenitivi e altro) dove manca solo qualche roadie peso massimo a tenere ferme le lancette del tempo per il performer di turno, a cambiare genere o a correggere il proprio repertorio. Perché il problema è continuare a chiamarlo rock ‘n’ roll quando manca anche il fiato nel pronunciare quelle tre parole. Troviamogli un altro nome o, almeno, evitiamo di considerarlo sinonimo di gioventù eterna, non lo è. Se poi la gente pensa che il palco di un concerto li ringiovanisca, un farmaco gli restituisca l’energia di alcuni lustri fa, eccetera, beh sono problemi loro; io schivo qualche martello tiratomi perché il mio essere Grillo Parlante continua a non essere gradito, anche quando “egli, grillo, c’era mentre altri non c’erano” (e oggi dicono di esserci stati). Evito anche molti concerti ai quali penso che proverei discreta pena per artista e pubblico; semmai, aspetto l’immancabile videogramma che uscirà (ottimo il concerto di Iggy Pop alla londinese RAH). Cerco, piuttosto, di continuare a godermi l’arte dei grandi morti, mantenendo lo spirito di quando erano vivi, perché le uniche lacrime che si possono versare sono quelle di rabbia, che rigano le guance mentre ascolti con lo stereo, senza compressioni, certe canzoni.

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