“Il Pretesto” – di Francesco Picca

A volte il mio tavolo era occupato e allora dovevo accontentarmi di un posto in mezzo alla sala. Non sopportavo quelle ventate di aria gelida che vagavano sibilando, come fantasmi disperati, dietro la mia schiena. Quel postaccio era umido e puzzolente e i tipi che lo frequentavano erano altrettanto malconci, ma il vino costava poco e le parole di Alekos non costavano nulla. E poi, ogni cosa, sia che prendesse forma, sia che smarrisse la propria forma, ogni cosa, in quel locale, continuava a mostrare dignitosamente la propria verità. Anzi, a volte, sembrava quasi ostentarla, come una vecchia bigotta ed il suo cappellino nuovo. Sul tardi, in piena notte, Alekos abbracciava la propria stanchezza. Il bancone restava bagnato e sui tavoli si moltiplicavano le bottiglie vuote. Qualche poveraccio finiva lungo per terra, guancia a guancia col pavimento, e restava lì, come un morto, fino alla chiusura. Non appena il tavolo si liberava mi affrettavo a prendervi posto. Sistemavo la sedia nell’angolo e toglievo il cappotto. Mi piaceva girare lo sguardo attorno, provando a indovinare da cosa fuggissero quei poveri diavoli attaccati ad una bottiglia. La serata trascorreva sempre molto lenta, come se aspettasse i miei pensieri che, ancora più lenti, erano rimasti un po’ indietro. Di fronte avevo il grande specchio. Quando non riuscivo più a distinguervi chiaramente la mia immagine, mi trascinavo fuori, per strada. Una sera dimenticai di pagare il mio vino. Tornai indietro, rientrai in quella bolla di fumo e mi poggiai al bancone. Alekos mi guardò sorridendo. Sembrava dire: – È la prima volta… c’è sempre una prima volta. E ha un sapore strano la prima volta. Ti senti stupido ed anche un po’ disonesto… vero? – . Prese i miei soldi e disse: – Sai qual’è la verità? Hai agito inconsciamente. Non mi ha pagato per avere un pretesto, quello per non tornare più qua dentro. Guardati attorno. È pieno di gente in cerca di un pretesto. E non c’è uno solo di questi poveracci che sia vicino almeno cento miglia dal trovare il suo. Questa gente ha smarrito ogni cosa, tranne la porta del mio locale. Anch’io cerco un buon pretesto per non aprire domani sera. E lo cerco da almeno dieci anni. Ma la verità è che la fabbrica dei pretesti ha chiuso i battenti. Sono qui a parlarti, e domani sarà lo stesso -. Voltai lo sguardo verso il grande specchio. La mia immagine aveva ripreso forma. Sul letto di casa ripensai alle parole di Alekos. La sera successiva bevvi il mio vino, al solito tavolo. Mi allontanai senza pagare, incrociando lo sguardo beffardo e liquido di Alekos. Non lo rividi mai più. Ero contento di aver trovato un buon pretesto e di aver contribuito, almeno in parte, affinché Alekos trovasse il suo.

Tratto da: “Chiave 21” di Francesco Picca  (Pufa Editore 2015Tutti i diritti riservati©
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