“Il piano B” – di Ginevra Ianni

Ennesima giornata di fatica inutile. Fuori piove. Brutto periodo questo. Pessimo lavoro e pessima resa. Pessima vita personale. Infelicità borderline con scivoloni frequenti verso l’indifferenza. Il corpo e lo spirito si risecchiscono e si accartocciano come foglie che un dì furono verdi. Il cuore a furia di starli a guardare si è indurito e questa scorza secca che rimane batte solo per pompare sangue. D’altronde si chiama muscolo involontario no? L’alba e i tramonti si succedono indifferenti, ma in fondo cosa vado cercando con queste lamentazioni, cosa pretendevo? Sono il piano B, il frutto di ripiego, niente aspettative e delusioni certe. Matematiche. E’ sempre stato così dall’inizio, prima ancora che io nascessi. Come in un copione già scritto in cui era stato tracciato l’inizio, la storia e pure la prevedibile fine: Sono il frutto di un secondo amore, quello di ripiego, quello nato dalla rassegnazione di aver perso per sempre la certezza fulgente del primo vero, quello eterno, quello che non si dimentica e resta sopito in fondo al cuore, pronto a riemergere e fare da confronto ad ogni delusione. Sono la seconda figlia, quella venuta dopo la perdita del primo, l’ultima chance. Il recupero all’ultimo momento di quello perfetto, sano maschio, quello che non essendo vissuto abbastanza ha realizzato virtualmente tutti i risultati migliori senza incertezze, senza fallire mai. Se ci fosse stato Lui, tutto sarebbe andato meglio ed avrebbe brillato tanto da pormi al riparo sicuro della sua ombra. Invece no. E’ impossibile fare concorrenza ad un ideale perfetto la cui assenza serve solo a rimarcare i tuoi errori e fallimenti. Si procede a fatica nella vita quando si sa che chi c’era prima ha già fatto o comunque avrebbe fatto meglio di te. L’autostima lasciamola coltivare agli psicologi, la vita è fatta di altro. Mi guardo allo specchio nella luce cruda e implacabile del mattino. Meglio. Meglio vederle tutte e subito le cose come stanno, senza illusioni o aspettative e l’epilogo arriva immediato: Tutto sbagliato, dalla faccia in poi. “Toccami”. La voce rimbomba nel vuoto asettico del bagno fino all’alto soffitto e mi sorprende a metà di un pensiero. E’ vicina. Alzo lo sguardo, vedo la mia immagine che mi fissa pacata e poi ripete “toccami. Metti la tua mano sul mio viso, sulle mie labbra”. Tace e aspetta che esegua il suo ordine. Chiedendomi se sono impazzita alzo le dita e sfioro la mia faccia riflessa ma con sorpresa  non percepisco il freddo dello specchio ma il tepore e la morbidezza del mio viso, sono io. “Io esisto. Tu esisti. Sei viva respiri e puoi toccarti il cuore, sentire i polmoni pompare aria. Tu sei viva. Hai avuto sin dal primo vagito una possibilità infinita: giocare con il mondo. Interagire con lui, essere vera”. La mia bocca si sigilla prima che il suono della voce scenda dall’alto su di me. Confusa, perplessa, stordita. Mi fisso ancora nello specchio lasciando sedimentare le parole nella mente e ricambio lo sguardo serio della mia immagine. Ha parlato a me, non l’ho sognato, sono io. Ho bisogno di sedermi e seppure a malincuore lascio la mia faccia nello specchio e mi accoccolo abbracciando le ginocchia sul coperchio del water. Sono io. Sono io. Sono io. Sono io. Sono io. Sono io. Le parole si ripetono nella mia testa come un eco mentre scopro con sorpresa di quanto sia piacevole percepire il calore delle mie braccia sulle gambe piegate, un tepore accogliente, naturale.  Sento l’aria che scende dal naso ai polmoni, il pulsare del sangue sotto il polso con cui trattengo le gambe al petto, una posa innaturale ma che mi fa percepire ogni parte del mio corpo tiepido, pulsante, vivo… Che è successo? Perché non sentivo tutto questo prima? Perché ero perso nei miei pensieri, perché il loro colore nero aveva tinto tutto il mondo intorno a me. Ora è come se qualcuno avesse acceso una lampadina in una stanza buia, tutto cambia, le cose escono dall’oscurità e, belle o brutte che siano sono lì, visibili nel bene e nel male. Sono confusa adesso, mi sembra di essere in un sogno: tutto è ovattato e cambia rapidamente. Nel dubbio mi alzo di nuovo e torno dinanzi allo specchio con la speranza e la paura di cosa vi troverò dentro. La mia faccia torna a fissarmi e  naturalmente mi parla “capisci ora? Io esisto, tu esisti e occupi questo spazio fisico e questo tempo. Nessun’altro. Hai trascorso tutta la tua esistenza all’ombra di un fantasma creato da te, di un parto malato della tua mente dietro cui hai nascosto i tuoi giorni e hai usato come alibi per ripararti dalla vita. Ci sei tu e solo tu, al massimo ci può essere la tua solitudine ma quella avresti dovuto imparare a gestirla già un bel po’ di tempo fa. Tu sei il frutto di un secondo amore. Tu sei la minore ed ultima figlia. Tu sei caduta. Tu hai sbagliato. Ma esisti solo tu. Dietro di te non c’è nessuno che ti abbia mai preceduto né davanti per poter camminare seguendo le sue orme, ci sei tu. Solo tu e i tuoi errori, le tue insicurezze ed incapacità non servono a far risaltare la perfezione di nessun’altro, tantomeno del fantasma che porti dentro di te. Sei tu nel bene e nel male e qualunque cosa farai sarà sempre il tuo meglio possibile. Sarai anche il piano B di te stessa ma per il mondo tu sei comunque l’unica possibile, il piano A”. La voce torna a tacere e quel vuoto sembra rendere assordante il silenzio che ora è sceso. Mentre fisso ancora la mia faccia in attesa di nuovi segni vedo la luce della stanza crescere e un raggio di sole opaco illuminare i vetri bagnati di pioggia. Strano, ha smesso di piovere. All’improvviso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *