“Il nostro caro Lucio”: intervista con Donato Zoppo – di Gabriele Peritore

Negli ultimi mesi per la casa editrice Hoepli è uscito il libro “Il nostro caro Lucio”, sulla vita di Lucio Battisti, inserito nella collana dei giganti della musica, curato da Donato Zoppo, uno dei più poliedrici divulgatori musicali in questo momento a livello nazionale. Personalità complessa e affascinante, difficile da inquadrare per i suoi molteplici interessi che lo vedono protagonista nel mondo della comunicazione attuale. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per farci raccontare qualcosa in più del libro e del suo percorso.
Autore di libri, speaker radiofonico, giornalista, blogger, fondatore dell’ufficio stampa Synpress44… è difficile capire da dove iniziare per conoscerti meglio ma forse un filo conduttore c’è ed è la musica. Tu stesso ti definisci un incorreggibile divulgatore musicale. Sembra un legame indissolubile che si manifesta in tutta la tua produzione pur non essendo un musicista. Come è nata la passione per la musica? Perché è così importante divulgare musica, buona musica?
Non so da dove cominciare per rispondere a questa tua domanda, così personale e per questo così complessa. Dovrei raccontarti tutta la mia vita, con il rischio di diventare autocelebrativo e la sicurezza matematica di essere palloso. Però è vero, la mia attività è concentrata nella musica, che è stata ed è tuttora una grande passione ma anche una dimensione professionale, ed è stato un piccolo sogno divenuto realtà. Forse oggi è più agevole concretizzare una propria passione, ma qualche tempo fa era complicato, soprattutto per chi come me proveniva da una famiglia della piccolissima – quasi minuscola – borghesia che auspicava per il proprio figlio la consueta trafila della professione e degli status symbol che ben conosciamo. Alla base di tutto c’è inevitabilmente un grande, incontenibile amore per la musica, ma anche per la lettura e la scrittura: tutto ciò ben miscelato mi spinge ancora oggi con immutata gioia a raccontare le storie di piccoli e grandi artisti. Dal 2007 si è aggiunta la radio, che è una straordinaria palestra ma anche un’occasione senza eguali di confronto col pubblico e di aggiornamento professionale.
Collabori con numerose riviste di settore e probabilmente hai il polso della situazione dello stato di salute della musica italiana attuale… che spazi vedi per i nuovi musicisti?
Credo che il mio polso della situazione derivi da un lavoro “parallelo” tra radio, scrittura e promozione, visto che il mio mestiere principale è quello della comunicazione in un ufficio stampa. Seguo con attenzione e curiosità le vicende degli artisti ai quali tengo di più e noto giorno dopo giorno le difficoltà, anche “culturali”: ho la sensazione che pochi abbiano colto i colossali mutamenti del fare e ascoltare musica, con tutto ciò che ne consegue in termini di opportunità non colte… ma questo vale anche per gli attori, gli scrittori, gli artisti in generale. Credo che l’uscita di un’opera d’arte, qualunque essa sia, oggi abbia solo un brevissimo lasso di tempo per essere conosciuta, per maturare e giungere a destinazione: a meno che l’autore non sia abile nel tener desta l’attenzione per un medio/lungo periodo, l’interesse si esaurisce rapidamente in questa maledetta catena di montaggio che è diventata la produzione culturale. È un grosso e serio problema, perché ogni opera ha necessità di persistere nel tempo per essere esplorata, assimilata, compresa. La difficoltà principale per un artista oggi è dunque quella di fare breccia nel pubblico, di penetrare e di creare interesse e curiosità. Ecco perché abbiamo un abbondare di opere familiari e rassicuranti, e pochi lavori “problematici”, di quelli che colpiscono le coscienze e sollevano riflessioni. Un ritorno alla problematicità dell’arte sarebbe più che auspicabile per contrastare la voracità dei tempi brevissimi di consumo.
Probabilmente, come dici tu, potrebbe essere considerato un ritorno alla problematicità il tuo libro “Il nostro caro Lucio”, uscito nel ventennale della morte di Lucio Battisti. Una biografia ben dettagliata e molto accurata che racconta dei momenti della carriera del musicista poco conosciuti. Ce ne vuoi parlare di più?
“Il nostro caro Lucio” è un piccolo ma significativo atto d’amore verso la musica di Battisti, ci tengo sempre a sottolineare che non mi rivolgo a lui da fan, da collezionista o da cultore sfegatato, ma semplicemente da ascoltatore appassionato, che è cresciuto e ha affinato i propri gusti anche grazie a Battisti. Già nel 2011 avevo scritto qualcosa su di lui, ovvero il libro “Amore, libertà e censura. Il 1971 di Lucio Battisti” (Aereostella), che dal titolo fa capire che si trattava di un saggio specifico su un determinato aspetto della vicenda battistiana (il suo 1971, il disco “Amore e non amore, la copertina, la censura, il rapporto col progressive, etc.). Mi è rimasta la voglia di approfondire la vicenda battistiana, l’ho sempre fatto privatamente nel corso degli anni, quando poi Hoepli mi ha proposto di inaugurare la nuova collana sui giganti della musica italiana con Battisti beh, non potevo non cogliere la palla al balzo. Ho immaginato di coniugare l’aspetto prettamente musicale e discografico con quello umano, dunque “Il nostro caro Lucio” è una biografia approfondita sul versante artistico, caratterizzata da due elementi, ai quali tengo molto. In primo luogo cercare il senso delle cose. Questo libro non servirà ai mastini da fiera del vinile con gli occhi sbarrati, non ci sono notizie inedite, rarità etc. ma punti di vista sul senso, sulle motivazioni, sulle dinamiche della storia battistiana. È nei punti di vista che offriamo una differenza. Il secondo elemento riguarda le voci: ho intervistato tanti musicisti che hanno avuto a che fare con Lucio, da Alberto Radius a Roby Matano, da Gianni Dall’Aglio a Robin Smith, raccogliendo spunti, ricordi, aneddoti, riflessioni.
Quanto ha significato la musica di Battisti per te?
Ha lo stesso significato rivestito dai King Crimson, dai Beatles, da Miles Davis, per citare tre grandi nomi che hanno segnato la mia storia di ascoltatore. Come questi, anche Lucio Battisti ha avuto una assoluta, intransigente e tenace devozione per la musica, tanto da perseguire in modo coerente la tutela della propria integrità artistica. È un esempio dunque.
Ci puoi rivelare una di quei lati avvolti nel mistero della Sua vita?
È vero, si parla spesso di mistero per la vita battistiana, ma una volta entrati nelle motivazioni che lo hanno spinto a tante svolte, fino a quella più radicale dell’isolamento e del silenzio, capiamo che di enigmatico c’è poco. Lucio ha sempre voluto fare musica, ha perseguito questo obiettivo con una incredibile abnegazione. La sua devozione alla musica era tale che non gli interessava il resto, che considerava un contorno inutile e fastidioso fare interviste, suonare dal vivo, fare promozione in radio e in tv. Non gli interessava… e aggiungo che non gli serviva neanche, visto che i dischi li vendeva anche non apparendo. Credo che abbia capito questa cosa in modo definitivo proprio nel 1971, quando “Amore e non amore arrivò in classifica e Dio mio no veniva gettonata nei juke-box nonostante la censura, che nell’Italia dell’epoca del regime monopolista Rai significava assenza totale dalla programmazione radiofonica. Certo, oggi nell’epoca dei social e della sovraesposizione mediatica, sarebbe assolutamente impensabile una scelta del genere: è per questo che Battisti resta una figura misteriosa. A questo aggiungiamo la difficoltà di comprendere la politica di protezionismo degli eredi, su alcune cose probabilmente fin troppo zelante.
Sembra per te un vero e proprio nume ispiratore ma, ovviamente, non è l’unico artista che hai trattato. Tra i musicisti a cui hai dedicato un lavoro troviamo anche Claudio Baglioni e la PFM, Genesis e Area. C’è una preferenza ben definita per gli anni sessanta/settanta?
Sì, pur non essendo un nostalgico – per indole, ma anche perché fare radio mi spinge a esplorare molto la contemporaneità – la mia formazione di ascoltatore è nata e si è sviluppata con i classici dell’epoca d’oro, sia italiani che, soprattutto, angloamericani, sia rock che jazz o cantautorali. È molto stimolante per un autore immergersi in quell’epoca… ad esempio nel 2016 nel libro per Mimesis, “La filosofia dei Genesis, ho avuto l’opportunità di analizzare la natura del teatro rock genesisiano, in un panorama storico e artistico – la prima metà degli anni 70 – brulicante, nel quale la politica, la musica e la cultura avevano un ruolo e una funzione cruciale. Però riconosco che anche una narrazione della musica degli ultimi anni può rivelare aspetti interessanti: pensa a “The gloaming. I Radiohead e il crepuscolo del rock”, il recente lavoro di Stefano Solventi, che utilizza i Radiohead come cartina di tornasole per i mutamenti del rock contemporaneo.
Ti sei fatto un’idea su che voglia abbiano le generazioni telematiche attuali di conoscere questo recente passato così intrecciato alla storia del nostro Paese?
La tua domanda è molto importante, e ti rispondo subito dicendoti che non sono più giovane da un bel po’ di tempo e non frequento il mondo giovanile, mi mancano moltissime informazioni a riguardo, però ho due figlie piccole e ormai ho capito che se come genitore fossi assente, sarebbero alla mercé dell’egemonia culturale dominante, quella dell’usa e getta più spietato: alle mie bambine facciamo ascoltare Beatles, Stones, Battisti, Dylan, Bach e Mozart, abbiamo cercato sin da quando erano in fasce di offrire un’opportunità di ascolto che si tradurrà – almeno lo spero – in curiosità intellettuale e culturale. Nelle famiglie in cui invece questo tipo di accompagnamento manca, temo che i ragazzi siano lasciati a se stessi anche come ascoltatori (e lettori, e spettatori…). Quando mi capita di fare incontri o presentazioni legate alla storia del rock, la fascia adolescenziale e immediatamente seguente manca, è un dato di fatto: ritrovo invece ragazzi dai 20-25 anni in su, incuriositi principalmente grazie agli stimoli dei genitori, oppure affascinati da alcune figure – Beatles, Jim Morrison, David Bowie, Lou Reed, Bob Dylan – che esercitano ancora un’influenza culturale ed estetica rilevante. Ancora una volta, sono queste icone della cultura popolare a venire in soccorso
Ad una delle tue figlie è dedicata anche una pubblicazione. La tua opera non si ferma agli anni settanta… ormai è vastissima… per te ce n’è una a cui maggiormente sei legato? Il libro che ti ha fatto fare il salto verso l’ignoto del mondo editoriale…
Il libro dedicato a mia figlia Federica Isabella (oggi ha sei anni), che ho intitolato “Her Favourites, è stato un omaggio un po’ sentimentale – a un neo papone questa cosa sdolcinata va concessa! – alla paternità, alla nascita della mia primogenita, e anche un piccolo riconoscimento a personalità a me care come Gesualdo Bufalino e Piero Chiara, che non disdegnavano di tanto in tanto stamparsi in proprio dei volumetti da regalare agli amici. Anche per me è stato così: pur avendolo stampato da me e regalato ai miei amici, lo considero un’uscita ufficiale. È il racconto degli ascolti preferiti che Federica, da quando era un fagiolino nel pancione fino a quando non è uscita fuori, fece in regime amniotico… Francesca ed io ascoltavamo ad esempio Dr. John, se lei reagiva con dei calcetti annotavamo il gradimento – curioso che non abbia mai scalciato coi Rolling Stones, di cui sono amante – e così è nata una bella playlist commentata, che alterna Black Sabbath e Bach, Rocket Juice & The Moon e Bonnie Raitt. I libri che ho scritto mi sono tutti molto cari. Il primo, quello sulla PFM che pubblicò Editori Riuniti nel 2005, fu l’inizio di un’attività che mi emoziona e diverte ancora. Tengo molto al libro sugli Area di un paio di anni fa: credo sia quello meglio scritto, per il quale ho sperimentato un tipo di scrittura dal taglio narrativo talvolta assente nella saggistica rock.
Uno attivo come te ha sicuramente in cantiere qualcosa di nuovo. Cosa bolle in pentola? Per caso hai in programma di scrivere qualcosa che non riguardi la musica?
Guarda caso, in pentola bolle un lavoro che tocca la musica in modo lieve, non centrale. Da anni collaboro con Claudio Sottocornola, docente di filosofia ma soprattutto filosofo del pop (ma non solo: saggista, performer, fotografo, poeta, giornalista etc.), noto per le sue lezioni-concerto e per l’attività saggistica in cui interpreta le categorie del popular in chiave divulgativa, con un’attenzione specifica per la musica. È molto interessante il lavoro che svolge con i ragazzi, raccontandogli la storia del costume e della società italiana attraverso le canzoni, che lui interpreta in prima persona. Stiamo facendo un lavoro insieme che ricostruirà tutta la vicenda di questo anomalo e interessantissimo “filosofo che canta”. Poi in futuro se riuscissi anche a scrivere un libro su Santana e uno su Van Morrison, due miei grandi amori, sarebbe bellissimo..
Sarebbe bellissimo anche per noi…

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