IL Gattopardo dell’Isola a tre Punte – di Cinzia Pagliara

Il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è una di quelle opere letterarie che da studenti si ama poco, a volte per niente, forse per l’ambientazione storica che sembra troppo lontana agli occhi degli adolescenti, forse per la scrittura che nella sua nitidezza e accuratezza lessicale poco si adatta alle menti e ai pensieri spesso inquieti di quell’età. E’ un libro che si riscopre nel tempo e che si legge cogliendo sfumature inaspettate e pagine di una bellezza intensa. Mi è venuta voglia di raccontarlo come farebbe, nel romanzo di “Murakami”, Tamura Kafka il quindicenne che i libri li conosce e li ama tutti, li divora, se ne nutre e non ha bisogno di altro, per sentirsi vivo: “invece di leggere un libro dalla prima all’ultima pagina, mi sforzo di concentrarmi solo sulle parti che mi sembrano importanti ,studiandole a fondo e leggendole, finché tutto non mi è chiaro”. “Il Gattopardo” racconta la storia della rovina di una nobile famiglia dell’Isola a Tre Punte (la Trinacria, la Sicilia) ma la storia familiare dei Salina diventa il simbolo della fine dell’epoca feudale e dell’aristocrazia terriera che l’aveva rappresentata. Gli aristocratici erano colti ma dediti all’ozio e delegavano la gestione dei propri averi a gente spesso disonesta; i nuovi borghesi lavoravano invece loro stessi la terra, investivano i guadagni, non sprecavano tempo ma erano spesso ignoranti, come Calogero Sedàra o in collusione mafiosa, come Pietro Russo. (L’Isola a Tre Punte non è poi cambiata molto… solo i campi sono stati abbandonati dalla borghesia, dedita a nuovi affari, mentre dell’aristocrazia non è rimasto più nemmeno il gusto ozioso per l’arte.) Don Fabrizio riconosce i limiti e le responsabilità fallimentari della sua classe sociale ma non la tradisce: non potrebbe infatti, per i soldi, rinunciare alla poesia, che il Principe di Salina invece vede e scopre continuamente, non solo in un cielo stellato (troppo facile) ma perfino nella morte di un coniglio selvatico durante una battuta di caccia. Sono certa che Tamura Kafka avrebbe sottolineato questa pagina in cui emerge, con poetica intensità, il senso misterioso della vita proprio nell’attimo della morte. “Era un coniglio selvatico: la dimessa casacca color di creta non era bastata a salvarlo. Orrendi squarci gli avevano lacerato il muso e il petto. Don Fabrizio si vide fissato da due grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero ma che erano carichi di un dolore attonito rivolto contro tutto l’ordinamento delle cose; le orecchie vellutate erano già fredde, le zampette vigorose si contraevano in ritmo, simbolo sopravvissuto di una inutile fuga; l’animale moriva torturato da un’ansiosa speranza di salvezza, immaginando di poter ancora cavarsela quando di già era ghermito, come tanti uomini… (Don Fabrizioaveva provato, in aggiunta al piacere di uccidere, anche quello rassicurante di compatire”. Poesia che fa trattenere il fiato e che fa quasi male nella sua drammatica bellezza. Raccontare quello che avviene nel romanzo non è quello che farebbe Tamura Kafka: soffermarsi sulla bellezza straordinaria di Angelica e sull’amore che la lega al brillante e affascinante nipote del principe Gattopardo, il giovane Tancredi, o descrivere i fasti del ballo a palazzo Ponteleone. No, Tamura sottolineerebbe la poesia di altri due momenti, non ho dubbi. Rileggerebbe più volte le pagine, godendo delle immagini verbali e degli aggettivi, gustando le parole lentamente. Le reciterebbe ad alta voce, con un piacere fisico, oltre che emotivo. La descrizione della morte di Don Fabrizio, per esempio”Sentì (il Gattopardoche la mano non stringeva più quella dei nipoti… Non era più un fiume che erompeva da lui, ma un oceano, tempestoso, irto di spume e cavalloni sfrenati… nella camera si udiva un sibilo: era il suo rantolo ma lui non lo sapeva; attorno vi era una piccola folla… fra il gruppetto si fece largo una signora snella… insinuava una manina inguantata fra un gomito e l’altro dei piangenti… Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a  prenderlo…”(Tamura sa bene che ognuno ha la propria, individualissima, profezia)Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse vista negli spazi stellari. Il fragore del mare si placò del tutto. La Morte può sedurre, ammaliare, perfino farsi desiderare, perché la grande Letteratura non conosce limiti. Quando il romanzo si chiude la fine dei Salina è già avvenuta e la villa ha perduto lo sfarzo di una volta, oggetti e mobili preziosi sono stati venduti e nelle stanze spoglie è rimasta Concetta, che mai ha perdonato al  Principe suo padre di non averla data in sposa al bel Tancredi. Ma Tamura Kafka noterebbe soltanto la danza finale della pelliccia del povero Bendicò, il cane alano amato da Don Fabrizio, ormai ridotta ad una sorta di tappeto “tarlato e polveroso, quando ancora una volta le parole diventano immagini e hanno suoni e sentimenti che afferrano il cuore: Bendicò è quello che ognuno di noi ha di prezioso e che il tempo e la dimenticanza trasformano in fastidiosa polvere. “quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo nel cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno: durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante; si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida.”

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