Anni Sessanta: dieci meraviglie del Beat italiano – di Fabrizio Medori

Come ogni anno, il rito della “Primavera televisiva“, si celebra a Sanremo. Anche questo 2021, nonostante il clima dettato dalla pandemia, il mercato discografico non si ferma, dobbiamo fare i conti con il Festival, ma la mia mente, automaticamente, corre a un periodo musicalmente meno deprimente. Se negli ultimi quarant’anni bisogna sforzarsi per trovare uno o due prodotti memorabili per ogni edizione della kermesse, c’è stato un periodo in cui la discografia italiana sfornava perle in discreta quantità. Più passano gli anni e più ci stiamo allontanando dalla possibilità di vivere una nuovaetà dell’oro”, da un periodo che smetterà – e non solo nella musica – di farci rimpiangere quegli anni, nei quali le produzioni musicali avevano un profumo così intenso e nuovo, da stordire intere legioni di appassionati, e che lasciavano un segno profondo anche in chi appassionato non era. L’industria musicale italiana, all’epoca, nonostante i pesanti tributi pagati alla musica di lingua inglese e alla nostra solita cialtroneria, produsse delle gemme di indiscutibile valore. Abbiamo pensato, quindi, di stimolare il riascolto delle più conosciute meraviglie del beat italiano, fondamenta della nostra cultura musicale. Ecco dieci dischi (dovremmo chiamarli Long Playing) nei quali sono racchiuse decine di questi capolavori e qualcuno di questi brani è stato anche presentato al Festival, in tempi meno tristi e più gravidi di passione, speranza e voglia di un orizzonte meno gravido di nubi. Buon Ascolto.
I Corvi: “Un ragazzo di strada” (Ariston 1966). Il gruppo di Parma ci presenta il primo grande esempio delle possibilità commerciali, in Italia, per un prodotto di qualità, grandi covers, ottimi brani originali. Impostazione rock e grandi capacità comunicative. Un ragazzo di strada rimane su tutti uno dei brani più belli del pop di casa nostra. Il manifesto del rock italiano.

Equipe 84: “Stereoequipe” (Ricordi 1968). Nonostante la grande popolarità del gruppo, il disco non vendette moltissimo, forse perché la maggior parte dei brani aveva già venduto centinaia di migliaia di copie nel formato 7”, “Stereoequipe” non è però una semplice raccolta di successi, ma la via nostrana alla psichedelia beatlesiana. Con 29 Settembre, Un angelo blu e gli altri un po’ di fantasia al potere.

Dik Dik: “I Dik Dik” (Ricordi 1967). Il suono caldo ed avvolgente di ispirazione americana trova nell’esordio dei Dik Dik sulla lunga distanza, il suo trionfo. Melodie dolcissime, armonie sognanti e una sapiente regia. Questo disco, per la sua carica innovativa merita un posto al sole, quello cantato nella canzone più famosa del gruppo, Sognando la California. da Milano alla “Terra del sogno il passo è breve.

I Ribelli: “I Ribelli” (Ricordi 1968). Gravitavano nell’orbita di Adriano Celentano e del suo Clan ma, grazie alla voce di Demetrio Stratos e ad una manciata di bellissime canzoni, riuscirono a conquistarsi un posto importantissimo nella storia della musica italiana. Qui nell’album c’è il loro capolavoro, Pugni chiusi ed una serie strabiliante di cover, principalmente di genere soul. L’indimenticabile “Voce del beat italiano.

I Giganti: “I Giganti” (Ri-Fi 1966). Il primo disco dei Giganti, mettendo in mostra le loro straordinarie capacità vocali, combina insieme un numero molto elevato di canzoni di altissima qualità. Niente più di una raccolta di successi, ma vale la pena ascoltarli. Tema, La bomba atomica ed altri capolavori.

The Rokes: “The Rokes” (ARC 1965). E’ troppo difficile scegliere tra gli LP e i brani dei Rokes, il primo l’ho scelto per la sua forza innovativa e per la freschezza dei brani contenuti ma, soprattutto, per l’interpretazione dell’unico gruppo inglese capace di raggiungere il vero successo in Italia. Più che meritatamente. Un esordio d’oro per Shel Shapiro e soci. Tra i tanti brani possibili… C’è una strana espressione nei tuoi occhi.

Lucio Battisti: “Lucio Battisti” (Ricordi 1969). La casa discografica per la quale svolgeva, già in coppia con Mogol, il suo lavoro di autore, si sentì in dovere di “sdebitarsi” con un paio di 45 giri che non ebbero grande successo. La crescente fortuna del Ragazzo, non ancora conosciuto come interprete, obbligò la Ricordi a produrre un Lp, anche questo poco venduto ma, nonostante sia pieno di interpretazioni di brani di Battisti portati al successo da altri, è di un livello qualitativo spettacolare. Poi, nel 1969, arrivò anche il Festival. Punto di partenza eccezionale per una carriera unica. Un’Avventura e gli altri brani rimasti indelebili nella memoria.

I Nomadi: “Per quando noi non ci saremo” (Columbia 1967). I Nomadi affrontarono l’appuntamento con il “disco lungo” con una serie di canzoni memorabili. Qui dentro ci sono i brani da classifica, Dylan e Francesco Guccini, e lo stile inconfondibile dei Nomadi. Un album intriso di Gioia e rivoluzione per noi.

Patty Pravo: “Patty Pravo” (ARC 1968). Anche in questo caso, data la difficoltà nello scegliere fra i primi LP, consiglio l’ascolto del primo, contenente anch’esso una dirompente carica innovativa ed i primi capolavori (La bambola, Ragazzo triste). Un “suono nuovo“, fra Venezia e Liverpool.

Caterina Caselli: “Casco d’oro” (CGD 1966). In questo disco, il primo vero 33 giri inciso da Caterina, trovano spazio almeno sei brani da primo posto in hit-parade. Il “Casco d’oro” nazionale riuscì a dosare alla perfezione aggressività e romanticismo. Un album assolutamente imperdibile. Qui purtroppo troverete solo Perdono… il resto, sugli scaffali del vostro negozio di dischi del cuore.

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Un pensiero su “Anni Sessanta: dieci meraviglie del Beat italiano – di Fabrizio Medori

  • Settembre 21, 2016 in 4:43 pm
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    Bel post! Tutte queste canzoni sono parte imprescindibile della mia storia musicale.
    Che poi ricalca quella della mia vita..

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