Il corpo della donna: ossessione e desiderio – di Cinzia Pagliara

Credo che sia stata l’età di una delle ultime vittime di stupro (ottanta anni) a farmi rinascere questo pensiero che, puntuale, si riaffaccia da quando ho scoperto cosa significa avere un corpo di donna, il che non coincide con “quando sono diventata donna”, né con “quando mi sono sentita donna” significa: quando un uomo, sconosciuto, mi ha fatto capire che venivo vista come un “corpo di donna”. Lo ricordo con esattezza dettagliata. Avevo 14 anni, un paio di jeans in velluto a coste blu, un maglione a dolcevita, un paio di scarponcini scamosciati e la mia immancabile (e mai più abbandonata) coda di cavallo. Camminavo tornando dal liceo con la tracolla piena di libri, e lo sconosciuto si accostò  bisbigliando, con  voce che forse voleva essere erotica e invece era soltanto appiccicosa: “sai che hai un bel culo?”. Lo ricordo perché mi sono vergognata, ho cercato di allungare il maglione sui fianchi, e sentivo il rossore su tutto il viso. Per giorni non ho voluto indossare  quei pantaloni, a mio avviso “colpevoli” dell’accaduto. Poi ho capito. Ho capito che non era il mio corpo ad essere colpevole, e che non dovevo nasconderlo, piuttosto imparare a rispettarlo e farlo rispettare. E’ un’iniziazione che tutte le ragazzine (che  sono donne soltanto nel corpo) subiscono da sempre. Tuttavia c’è in corso un abbrutimento cuturale che lascia senza parole e che spinge a riflessioni non facili da fare senza correre il rischio di uscire dal giro in  e trovarsi irrimediabilmente in quello out… ma credo che debba essere proprio questo il coraggio delle donne: non tirarsi mai indietro per comodità, specie quando la comodità coincide con il non rispetto, anzi, con la violenza. Il percorso è stato rapido e chiarissimo fin dall’inizio: da oltre venti anni ormai, il corpo della donna è merce da esporre come carne da macello su cartelloni che spesso mi fanno arrossire (di rabbia) più della frase dello sconosciuto inopportuno; o in messaggi pubblicitari che non riescono a superare stereotipi mentali che oggi sono diventati “rischiosi” e che vengono mantenuti in nome di una libertà che è ormai, invece, una schiavitù che umilia. Il corpo della donna è merce di scambio e le donne schiave esistono, nascoste e accettate (vedi le donne dell’est nel ragusano). Il corpo della donna è giudicato, deriso, offeso… misurato a centimetri e circonferenze, divenuto ossessione per la donna, oltre che per l’uomo. La violenza sul corpo della donna ha una storia  lunga, e quindi annoia: sembra un refrain sentito troppe volte… e invece è un urlo sempre nuovo. Uomini di ogni età ed etnia (stiamo attenti a non dimenticare, spinti da una informazione perversamente mirata, i branchi di adolescenti italiani che violentano coetanee, giustificati-i ragazzi, e offese-le ragazze- dall’orribile termine ragazzata) stuprano donne di ogni età e razza, su una spiaggia o nel garage della famiglia bene. Uomini di ogni estrazione sociale e professione, uomini che nel loro quotidiano si professano liberi e pronti a difendere i diritti delle donne. Uomini che rincorrono immagini su uno schermo o per strada, e che le trovano anche dove non ci sono, come in una donna di ottant’anni, uguale a quelle che gli stessi uomini deridono nelle centinaia di barzellette a sfondo sessuale che si scambiano sulle chat. Immagini fisse nel cervello. Ossessioni che sfociano in crimini… perché l’ossessione è patologica e  patologica è la giustificazione. Quando poi lo stupro lo commette chi indossa una divisa, frantumando in un attimo tutti i pilastri accusatori degli haters razzisti contro il pericolo dell’uomo nero e cattivo, e tutte le certezze di chi cerca sicurezza e crede di potersi fidare, allora viene a mancare il terreno sotto i piedi e l’aria dentro i polmoni. Le scuse si troveranno, come sempre: rapporto consenziente (ma non le avevano fermate perché in stato di ebbrezza? E la divisa, la divisa incute timore, può diventare un’arma, come lo “status sociale” in molti casi di abuso sessuale), ragazze disponibili… e tutti chineranno lo sguardo, anche le donne:”se la sono cercata”, si dirà, come sempre, così, affossando questa ossessione dilagante. Invece no, chi ha vissuto gli anni della lotta femminista (e ora mi sta bene anche femminile, visto che la desinenza “ista” ha ormai un valore negativo) dovrebbe continuare a difendere la Libertà e il rispetto, separando desiderio e ossessione. L’ossessione è una pericolosa schiavitù mentale, il desiderio è la spinta verso la vita. Ecco, in questa notte di fine estate, sono contenta di aver continuato ad indossare i miei jeans, senza sensi di colpa e senza timori, imparando a vivere libera dentro il mio corpo di donna.

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