Sogno n. 1: “Il Canyon” – di Cinza Pagliara

Sognare era stata sempre una delle sue caratteristiche. Poteva sognare dovunque: ad occhi aperti o chiusi, sull’autobus nell’ora di punta o sdraiata su una poltrona in vimini del giardino, tra il chiasso degli alunni durante la ricreazione o perduta nel silenzio delle notti di collina, guardando il mare e la luna o nascondendo lo sguardo dietro scure lenti da sole. Ma c’era di più: i suoi sogni avrebbe potuto toccarli, se avesse voluto. Erano proprio lì, li sentiva, concreti fino al punto di estasiare o di far paura; ma pochi erano pronti a crederle. Un sogno è un sogno: bello o brutto, a colori o in bianco e nero comunque rimane un sogno. Apri gli occhi e non c’è più. Come spiegare che per lei non era così? Ci sono sogni che sono molto, molto di più.
Era un sogno, ne era certa, ed era terribilmente vero, sapeva anche questo. Si ritrovò d’un tratto in uno scenario da film western, soltanto meno abbagliante, con venature cromatiche che andavano dal verde bosco al marrone bruciato, con lievi e rapidissime pennellate di un blu che sapeva di tranquillità. Come sempre notò dapprima soltanto questo: la sua vita sembrava essere regolata dallo scandirsi nervoso o sereno dei colori, che talvolta riuscivano ad essere perfino polemici, addirittura arroganti. Non quella volta: un giallo ocra può essere morbido, un arancio dorato può essere dinamico, insieme erano voglia di fare; e fu con questo spirito che si guardò attorno. Cosa era quello che  vedeva?
A metà tra un incubo che toglie il respiro e un’immagine che stordisce restituendo tranquillità, si stagliava davanti a lei un canyon, non troppo profondo, senza neppure un fiumiciattolo in secca a ricordare una possibilità di rigenerazione. Rocce diseguali, alcune quasi aguzze, altre così levigate dal tempo e dalle lacrime del cielo da apparire soffici. Qua e là qualche anfratto, piccoli ripari per chissà chi, visto che in giro non c’era ombra né di essere umano né di animale. Immersa in quel silenzio così profondo da divenire sacro cominciò a chiedersi perché si trovasse proprio lì. Non amava particolarmente i western, le dava fastidio la polvere, adorava le mille tonalità di verde che le offrivano i boschi, il profumo della terra appena bagnata, si fidava del mare con le sue onde ora silenziosamente ammaliatrici, ora violentemente rigeneranti, amava il senso di vita interrotta e incontrollabile, tenace e incurante del resto intorno. Amava scoprire che la vita c’era, nonostante tutto. Perché dunque si trovava lì? Perché c’era voluta andare, questo lo sapeva  bene. I suoi sogni la conducevano soltanto dove lei voleva: era lei che sceglieva il luogo in cui poi avveniva ciò che non sapeva spiegarsi.
Dunque aveva deciso così, e quel canyon doveva nascondere un significato. Guardò più vicino a sé, scoprendo su una roccia piatta un accendino di plastica colorata, di quelli che si vendono ai semafori. Strano reperto per un luogo così aspro e spopolato. Si ritrovò a sorridere pensando che forse fra un po’ sarebbe arrivato qualcuno a venderle fazzolettini di carta e a chiederle dove avesse lasciato la macchina, per pulirle i vetri. Prese in mano l’accendino e si guardò intorno ancora più attentamente, ormai coinvolta in quel gioco di cui non capiva lo scopo. Si accorse che alcune foglie erano state tagliate da una pianta grassa, alcuni rami  secchi erano stati bruciati a mo’ di falò.
“Un uomo – si disse – sono qui per trovare un uomo.” Si chinò accanto a ciò che rimaneva del fuoco, raccolse alcuni legni, li accese forse sperando che questo uomo notasse il fumo, o ne sentisse l’odore. Rimase così, seduta, mentre il sole si abbassava sul canyon e il cielo giocava con i colori immergendosi ora nel rosso più allegro, ora nel viola più sconcertante fino a lasciarsi inghiottire da un blu profondo che per lei, da sempre, significava paura.
Distolse lo sguardo e si concentrò sul fuoco, sulle scintille allegre, sul crepitio dei pochi legni.
Perché era lì? La notte l’aveva presa alle spalle ed ora era inchiodata dal suo stesso terrore, incapace di decidere. Dove portava quella gola? Chiuse gli occhi e chiese aiuto alla sua mente e ai suoi pensieri: capì subito che non poteva fermarsi, la sua mente era già in cammino in mezzo al canyon, dimentica del buio e del silenzio. Stranamente coraggiosa s’incamminò dietro la sua mente:sempre più confusa, sempre più convinta che ciò che stava facendo non avesse senso, eppure tenace nei suoi passi, aggrappata ai pensieri per non lasciarsi travolgere dall’ansia del silenzio. Credeva nella sua mente, sapeva che non l’aveva mai delusa, che l’aveva fatta andare sempre fino in fondo, a costo di farla soffrire, piangere e urlare dentro le pieghe del cuscino nelle sue lunghe, interminabili notti di solitudine e attesa, a costo di farle desiderare la fine. Fino in fondo: spietata, implacabile con tutti e prima di tutto con se stessa ma sempre coerente, orgogliosa fino allo spasimo, sì, ma aperta verso spazi infiniti.
La sua mente la aveva mantenuta in vita e se ora le chiedeva di camminare.. beh, non aveva scelta, l’avrebbe seguita con la stessa fiducia di un bambino, con la certezza dei suoi figli quando le stringevano la mano. Non poteva però  fare a meno di chiedersi il perché di quel viaggio, dove portasse quel canyon roccioso e cosa avrebbe illuminato il sole del mattino. Già, il sole. Nuovi colori si specchiavano sulle rocce tirate a lucido dal tempo, rifrangendosi in mille bagliori di perla, alcuni ancora argentei, altri già dorati, resi preziosi dai primi raggi, che via via si facevano più decisi e in brevissimo si arroventarono di splendide e terrificanti tonalità di arancio. Nei sogni non c’è il tempo. Lei si chiedeva come potesse già essere così tardi e dove fosse finita la sua ombra. Per quanto si fosse voltata da ogni parte non ne aveva visto traccia per tutto il cammino. Per la prima volta provò a guardarsi i piedi, le gambe e più su le braccia magre ancora tirate dai muscoli, le mani infantili. Nulla. Eppure non si agitò nello scoprire di essere diventata pensiero, pura mente. Per così tanto tempo si era chiesta se gli altri si accorgessero realmente di lei – provando talvolta perfino a farsi male per assicurarsi di esserci ancora – che in fondo l’idea di sparire non le faceva paura. Certo che questo rendeva ancora più insolita e illogica la sua presenza nel canyon. A cosa può servire una mente nella solitudine di una gola deserta? Qualcuno aveva bisogno di lei, la chiamava con una voce che non conosceva suoni eppure non la lasciava riposare. A questo può servire una mente: a soffiare sulle ceneri di una vita per non farla spegnere, ad ascoltare i suoni del silenzio e non farli disperdere, a regalare parole che non cancellino la speranza.
Che razza di sogno era quello? Ma prima di tutto si chiedeva se quello era un sogno.
Quel posto esisteva davvero, ne era certa, così come era certa di non esserci mai stata;
Eppure conosceva già quelle rocce, quella polvere fastidiosa che le si infilava dappertutto (dappertutto?… ma se era un pensiero) aveva già guardato quel cielo confondendosi nei suoi colori, aveva già parlato con quel silenzio assaporandone gli antichi ritmi senza tempo. Aveva già ascoltato i canti insidiosi di quelle notti, chiedendo una risposta alle stelle, piangendo, sì, straziandosi in cerca di una risposta.
Era tutto vero.
Perché dunque si trovava ancora lì nel suo sogno? Di nuovo la mente fu chiamata da una voce che adesso le parve più vicina, tanto da poterla toccare, se mai una voce può essere toccata. “Chi sei? Cosa vuoi da me?“ continuava a ripetere, cercando quella voce. Poi lo vide. Si nascose tra le rocce più scure per non  farsi scoprire e avere ancora un po’ di tempo per osservarlo. Ma nei sogni non c’è il tempo, e lui era già sotto la roccia.

Non era cambiato molto: il viso scavato, che adesso sembrava più duro, la barba e i capelli brizzolati, in anacronistico contrasto con le scarpette sportive e il cappello con visiera: l’eterno ragazzo. Era lui, e in fondo si confessò di averlo sempre saputo. Camminava lento ma non stanco, sembrava aspettare una sua parola. Di nuovo, come in un sogno di qualche anno prima – quanti anni? … un tempo infinito e onnipresente – portava sulle spalle una cassa di legno scuro, senza fregi, chiusa da un enorme  lucchetto di ferro. Notò che ormai era arrugginito. Nel suo primo sogno lui le aveva chiesto se voleva aprirlo per controllare ciò che aveva riportato dal suo viaggio, un viaggio che li aveva separati per sempre e poi (proprio come in un sogno ) riuniti. Non aveva voluto. Aveva gettato via la chiave, gli aveva tolto dalle spalle la cassa e la mattina si era svegliata sicura che tutto avrebbe avuto una soluzione. Adesso lo guardava con curiosità infantile, chiedendosi da quale altro viaggio tornasse e da chi si fosse staccato questa volta. Lei, la mente, lo chiamò e lui si voltò a cercarla. Era sempre riuscita a farsi sentire, anche se solo da lontano, soltanto in sogno. Non poteva vederla. “Sono la sola parte di me che tu ancora ricordi,quella fatta di parole. Mi hai chiamato, mi hai ancora chiesto aiuto,mi hai di nuovo urlato di non mollare,di non lasciarti solo. Eccomi:ho continuato a parlarti e parlarti e ti ho seguito con i pensieri. Siamo ancora in piedi,nonostante tutto.” Lui non smetteva di cercarla, strizzando gli occhi in una continua quanto inutile messa a fuoco, ora fissando un anfratto, ora sbirciando tra  le rocce più basse, ora in alto, in un abbagliante cielo di mezzogiorno. Poggiò la cassa tra la polvere, tentò di aprirla, di nuovo si voltò verso dove non sapeva. “Non aprirla! – la mente parlava senza che lei lo volesse – Non importa cosa c’è in questa cassa. Non importa dove sei andato, non importa dove stai per andare. Non importa ciò che nascondi. Non importa chi ti  nasconderà. Mi hai chiamato, ti ho trovato. Lasciala qui questa cassa. Lascia qui anche me.” Nei sogni non esiste il tempo, ed ecco che era già notte. Di nuovo le stelle a rendere meno aggressivo il buio, di nuovo il pulviscolo celeste di corpi che lei non conosceva. Quando tornò a guardare il canyon vide solo la cassa, cimelio dissotterrato, tesoro da nascondere. Lei la lasciò lì. Nessun altro sarebbe mai entrato nei suoi sogni, nessuno avrebbe mai scoperto realmente cosa fosse nascosto là dentro.
Quanto a lei, lei lo sapeva: la sua vita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Illustrazioni: el cordobès©Tutti i diritti riservati
 

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