“Il canto dell’africano” – di Gabriele Peritore

Scavo. Scavo nella terra il più profondamente possibile, alla luce della luna, perché non riesco a dormire. Ho paura. Ho paura e scavo. Scavo in ginocchio su questa terra che non è la mia terra. Questa terra così scura, così dura, così simile alla mia terra ma che non è la mia terra. Mi entra sotto le unghie, come faceva la mia terra, ma non è la mia terra. Mi graffia i polpastrelli ma non è la mia terra. Questa luna così grande, simile alla luna di casa mia, non è quella di casa mia. Questa aria umida che non fa respirare non è per niente come quella del mio villaggio… e scavo. Africano qui mi chiamano e… non gliene frega niente se sono senegalese, keniota, nigeriano, togolese o anche Zulu. Io scavo come mi diceva di fare mia nonna, durante le notti di luna piena. Ho paura e scavando, come mi diceva mia nonna, mi sembra di stare un po’ a casa mia, anche se non è il mio villaggio. Mentre scavo mi viene in mente la canzone che mi cantava mia nonna quando avevo paura: “Kuna mtu shambani, kuna mtu shambani, ia ia kuna mtu shambani”. Mia nonna cantava e mi diceva di scavare, durante le notti di luna piena, quando avevo paura dei versi degli animali, delle urla del vento o mi mancavano i miei genitori. Scavavo una buca profonda per nascondere le mie lacrime. Scavavo perché mia nonna diceva che in fondo alla terra, nelle notti di luna piena, avrei trovato il seme che mi dava la forza. Non ho mai trovato quel seme ma, piangendo, ho sentito ugualmente la forza. Scavando e piangendo. Scavo in questa terra che io chiamo Europa, scavo per i miei genitori che sono morti perché volevano arrivare in Europa… loro non ci sono arrivati in Europa mentre io ci sono arrivato… Questa Europa che qui chiamano Italia… e poi la chiamano Puglia… e poi la chiamano Foggia… e poi ci sono tanti altri nomi ma io non so dove sono. Abbiamo viaggiato per ore su un furgoncino scassato e siamo arrivati in questa campagna lontana da tutto per raccogliere i pomodori… e io scavo perché ho paura. Due o tre euro all’ora per raccogliere pomodori tutto il giorno. Sotto un sole cocente che non è il mio sole. In un’aria irrespirabile che non è la mia aria. L’uomo, che ci fa lavorare, tutti lo chiamano “U Caporale”. Ha la faccia bruciata dal sole e dalla rabbia e urla in continuazione… “Te le uadagnà u páne, Te le uadagnà u páne”. In una lingua che non è la mia lingua. “Fatica, fatica, Te le uadagnà u páne”. Ogni giorno prendiamo il furgoncino scassato, ci entriamo anche in venti, stretti come bestie, e veniamo a faticare. Quel furgoncino mi fa più paura della barca con cui ho attraversato il mare. Quanti fratelli africani come me sono morti in mare, come i miei genitori… e quanti fratelli africani stanno morendo su questi furgoncini. Ho paura e scavo. Poi la notte ci riuniamo per mangiare quel poco di cibo che abbiamo e con le ossa doloranti andiamo a dormire in una capanna che non è una capanna. Poche coperte buttate su un materasso ammuffito e una lastra d’amianto per proteggerci la testa… ma io ho paura e non riesco a dormire. Non so in quanti siamo. Forse cento. Forse mille fratelli africani… ma nessuno è mio fratello. Ho paura. Riesco solo a scavare. C’è chi prega il suo Dio, c’è chi non beve la birra, c’è chi beve birra per staccare il cervello. Io scavo. C’è chi fatica così da tanti anni ed è ormai abituato, c’è chi non s’abitua e se la prende con gli altri. Nessuno è mio fratello veramente… e io ho paura. Ho paura e scavo. C’è qualcuno che scava come me… no… non come me, scava per farsi una latrina. Scavo perché poi la notte ho troppo freddo. Scavo nelle notti che fa caldo. Scavo, scavo ma non è la mia terra, non è il mio villaggio, non è la mia luna, non è il canto di mia nonna. Non è la mia lingua. Ogni giorno che passa dimentico sempre qualcosa di più della mia lingua e mi rimbombano in mente soltanto le parole del Caporale “Te le uadagnà u páne, Te le uadagnà u páne…”… ma io non smetto di scavare. Come quando ero bambino e cercavo il seme della forza. Scavo per nascondere la mia paura. Scavo, dovessi arrivare dall’altra parte del mondo…  nel mio villaggio. Scavo per ritrovare la voce di mia nonna. Scavo e per non piangere canto, in questa lingua che lentamente sta sostituendo la mia. Scavo e canto. “Ia ia kuna mtu shambani / Ki ma dda dà stu páne? / Bibi Bibi Mungu Bwana / Ki ma dda dà stu páne? / Baba mama Mungu bwana / Ki ma dda dà stu páne? / Mimi humba, Ninakumba dunia / Mwezi utanikiliza, mi ascolterà la luna”.

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4 pensieri riguardo ““Il canto dell’africano” – di Gabriele Peritore

  • settembre 9, 2018 in 9:55 am
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    Intenso e commovente. La ripetizione dei gesti e dei pensieri, così come è descritta, fa stare male è angosciante, si prova quasi la stessa sofferenza del giovane protagonista..Ecco è così che ci sente e non è facile descriverlo. La terra, il pane, la vita, le radici, la famiglia: poche certezze per potere tirare avanti e tanto dolore. Altro che lo smalto alle unghie e tutte le altre inutilità che gravitano attorno a noi e nel web. E’ un nuovo blues, è un canto triste ma voglio pensare che chi canta ha in sé speranza. Chi canta scopre la sua forza. E ‘ una storia dura e cruda ma è raccontata nel modo giusto. Perché serve per conoscere.Serve per capire…

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    • settembre 10, 2018 in 2:26 pm
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      La sintonia e la profondità totale di te che hai letto, è talmente gratificante, per me che ho scritto, che è difficilissimo trovare le parole giuste per ringraziarti alla stessa maniera e l’unico augurio è che queste tue qualità, che già usi per i tuoi scritti, possano espandersi in ogni dove…

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  • settembre 25, 2018 in 2:10 pm
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    Hai ragione, tutto quello che doveva essere detto e scritto è stato detto e scritto…Ti ringrazio a nome di tutte le persone che vivono la realtà che così drammaticamente hai descritto… Anche se non ho nessun titolo per rappresentarle.Però ti ringrazio a pieno titolo, per la tua gentilezza e per l’augurio che mi fai. Sperando prima o poi ti potere discutere con te, davanti a un buon bicchiere, di presenza..

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    • settembre 29, 2018 in 12:18 am
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      Con vero piacere… Un buon bicchiere di vino e buona musica che vuoi di più…

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