Il Blues del Gatto Randagio – di Bartolo Federico

Avevo appeso i miei anni selvaggi sopra un chiodo arrugginito e contemplavo il mio passato guardando delle vecchie foto in bianco e nero quando vidi il volto di Teresa. Il cuore mi si fermò per un attimo, ma non mi mise di cattivo umore in quella notte di oblio e tormento. Come chiunque, avevo due facce e sapevo bene che alla fine una di loro avrebbe vinto la partita, era solo questione di attendere l’esito. Era da giorni che pioveva. La pioggia avvolgeva la città in una nube nera e silente e il paesaggio che osservavo dalla finestra spettrale. Avevo perso tutto senza fare nulla, avevo lasciato che tutto andasse alla deriva senza che provassi a frenarmi, ma la paura è una strana compagnia ed io la sentivo in tutto il corpo, quasi la potevo osservare scrutandomi allo specchio. Accesi lo stereo e tirai fuori un vecchio disco di Richie Lee Jones. Qualche giorno prima avevo rivisto il film “Alice nella Città” e mi era venuta voglia di riascoltare la sua versione di Under On The Boardwalk dei Drifters e, come l’attore Rüdiger Vogler in quella scena sotto il pontile, anch’io osservavo delle polaroid, le sole foto che hanno la magia di non avere negativo, di essere uniche e non più riproducibili, proprio come quel sorriso che avevo di fronte. Come la vita. Faceva freddo ed ero intorpidito per l’umido. Mi versai un dito di Jack Daniels che buttai giù nell’oscurità più profonda di me stesso. Una pioggia pigra ticchettava sul vetro. Accesi l’ennesima Chesterfield e ne aspirai una lunga boccata, lasciai che la musica finisse e spensi lo stereo. Dal divano raccattai l’impermeabile, afferrai il vecchio cappello grigio topo ed uscii di casa. Quando lei se ne andò da quella stessa porta non si voltò mai indietro ed io non feci nulla per fermarla. Allora andavamo troppo in fretta per accorgerci che entrambi stavamo calpestando la merda, ma i miei rimorsi pesavano come macigni, ad un punto tale che adesso mi pestavano il cuore come un pugile imbestialito. Uscii dal portone che non pioveva più e la strada luccicava come uno specchio. Mi incamminai lentamente, dinoccolandomi sotto un vento maligno che mi faceva increspare la pelle. La strada era un deserto, solo qualche gatto randagio in cerca di cibo faceva capolino tra i bidoni dell’immondizia vuoti. Avevo perso tutto per nulla, per non avere mai avuto il coraggio di dirle che l’avevo amata sin dal primo giorno che l’avevo vista, sin dal primo istante. Avrei voluto scriverle un blues come aveva fatto Tom Waits alla sua donna in “Swordfishtrombones”: Lei è il mio unico amore riempie tutti i miei pensieri. Guarda qui nel portafoglio. Questa è lei. E’ cresciuta in una fattoria laggiù. C’e un posto sul mio braccio dove ho inciso il suo nome accanto al mio. Vedi, proprio non posso vivere senza di lei”. Ero arrivato in basso, dove tutto si confonde, dove non riesci più a resistere. Avevo superato la linea, quella linea di demarcazione che ti porta dritto all’inferno, nel buio della tua anima. Lo avevo sempre saputo che la vita non era un “gratta e vinci”, ma avevo puntato d’azzardo con me stesso ed avevo perso nella partita più importante. Ora la notte e il freddo, insieme ad un forte mal di testa, mi fanno compagnia mentre mi reco al giornale, al mio lavoro di cronista di nera. Ha smesso di piovere e le strade si stanno riempiendo di gente. Intanto che vado, osservo i tetti delle case e il cielo che resta grigio e fosco sulla mia testa. Se n’era andata non molto lontano, ma se n’era andata e dovevo farmene una ragione, dovevo spegnere per sempre quella fiamma che bruciava di rimorso. A questo punto penso che non ho più niente da rinfacciare a nessuno, nemmeno a me stesso. Mentre scorrono i titoli di coda cerco un sorriso da indossare e mi viene in mente lo strumentale Rainbirds. Per l’ultimo addio.

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