Igor Cipollina: “Ballata di Provincia” (2018) – di Nicoletta Prestifilippo

Le storie che gocciolano dall’inchiostro, penna su carta, fabbricano l’evidenza sotto gli occhi di chi non la vede nemmeno più con occhio attento. Chi riesce a coglierla, ha una gran confusione di approcci da infliggersi: non manca la severità di giudizio nei confronti di chi osa vivere sbagliando. L’apparenza va serbata intatta, fino a che si può. Come ci fosse qualche vantaggio, nel risultare irreprensibili. Chi vive per davvero lo sa, che bisogna misurarsi coi gesti esasperati, gli amori improvvisi, l’istinto che ritaglia la razionalità portata all’eccesso e ne fa splendidi coriandoli: serve abbellire ciò che si può coi propri mezzi; farsi venire le voglie e con quelle sporcarsi le mani, la bocca, gli occhi: restare indifferenti è peccato mortale, bene al di là di un eventuale credo religioso. A tutti è dato un luogo da calpestare, che può essere più o meno fortunato, ma in ogni caso degno del rispetto che ormai sappiamo a stento; per quello bisogna ringraziare il buon esempio di chi ha conosciuto un mondo migliore, che sembra fosse ieri e invece no: è stato tanto tempo fa, e lo si rimpiange ancora. Ogni diversità crea divisioni, eppure sarebbe così buono l’impasto e la fusione, più che il dettaglio che fa storcere il muso anziché incuriosire: vi sono larghe fazioni, pure in un perimetro ridotto. Nord e Sud cadono vittime di ogni sorta di luogo comune, e non resta che guardarsi: siamo in lotta senza armi, col pensiero bigotto e affilato. Siamo tutti estranei, vicini per un solo pretesto, e una ricerca mai smessa: è bello credere che tutto quanto possa capitare nel tempo di una distrazione. Uno fischietta incurante ed ecco l’amore, la soddisfazione, l’energia. E invece al Nord, al Sud, in lungo e in largo, siamo prede e carnefici delle stesse prede, e dei carnefici. Siamo sognatori con un nodo nel petto, siamo inopportuni, siamo furbi e prevedibili, ingenui e bacchettoni; siamo grandi, pure essendo piccini, tracotanti, cinici, e facili alla nostalgia. La malinconia dicono sia spesso degli isolani, che quando si allontanano da un pezzetto di terra coricato sul mare, non sanno fare altro che tendere verso quello, all’infinito. Se lo stesso tipo di sensazione appartenga ai nordici non so proprio dirlo, venendo io da un’isola di lava e di salsedine, colorata e accogliente. Di quei colori conservo spesso il nero negli abiti e nei capelli, e gli occhi che mi riportano alla terra, di nuovo: scuri come le radici conficcate nel suolo. Sono tornata con Igor Cipollina a immaginare le tinte dei luoghi che fanno la mia storia, sfogliando un libro che ha scritto per Edizioni Della Sera: “Ballata di Provincia”L’autore pare stia cercando ancora il Sud: così dice la sua biografia. E a me viene subito in mente una breve riflessione di Gesualdo Bufalino: «Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio». È nelle stesse pieghe, che si trova il racconto di Ballata di Provincia”E le coordinate non sono identiche, né è identico il modo in cui le vicende narrate si imprimono sulla carta: nel mondo editoriale, i (presunti) capolavori si trovano stipati in ogni angolo. Questa è una lettura che non nasconde le grinze, gli intoppi. È una storia che raccoglie molte storie, come in una matrioska. E talvolta calca la mano, lì dove servirebbe una parola in meno per rimarcare il concetto. Ma nell’insieme è una lettura veloce, spensierata e non vuota. Una di quelle che consente di riconoscere i personaggi, perché chissà dove, li abbiamo già incontrati e magari sfiorati; forse sono stati appena conoscenti, pieni di quei gesti grossolani troppo assurdi per essere veri. Si familiarizza presto con Tanino, che è il protagonista del racconto: l’eterno insoddisfatto che cresce per modo di dire, rinnega le sue origini quando può, si pente, vive per la musica e nella musica: proprio con quella si esprime, quando tentano di sottrargli le parole e la spontaneità dei pensieri e delle azioni. Ha per sé il silenzio rassegnato di una madre dalle linee sbiadite, e un padre che si rivela fragile sotto uno strato di apparenze ruvide. È tutto d’un pezzo, ma ha un animo che si ripiega al minimo pungere di sensi e passioni sopite. Il suo è un mondo legato al passato, ai giochi di antica fattura che ammonticchia in un negozio che sa di rifugio. Pensa al futuro solo quando conosce Olga: una donna che viene da lontano, ma non troppo. Una che scansa i dubbi con poche moine, e un opportunismo mascherato da bisogno. Offre l’amore in cambio di denaro, e gli avventori non si sottraggono mica: nessuna somma costa più di una solitudine che non si sa gestire. La sincerità svuota le tasche e l’orgoglio, annebbia la capacità di giudizio: Tanino vede suo padre e un suo amico, perdere la testa per lei. Mentre lui tenta disperatamente di ricavare un posto nel frastuono del mondo, mettendo a tacere il rumore a suon di musica: una chitarra in mano e le mura dispersive di un centro commerciale, venuto a cancellare le piccole realtà in nome del progresso, del mero profitto: teatro delle miserie umane, degli inganni, dell’incapacità di distinguere il vero dall’assurdo, difeso con le unghie e con i denti. Perché ragionare costa molta fatica, e lasciarsi trasportare consente di dormire il sonno degli inconsapevoli, che non vogliono vedere e accettano di vivere passivamente, pur di venire sollevati dall’ingombro delle responsabilità. I personaggi si muovono come in una giostra. Stanno insieme per un tornaconto, che alle volte ha contorni di emozione, su un fondo di cattiva solitudine. Non di rado gli opposti si incrociano: la bellezza non appartiene a tutti, il tempo è spesso ingeneroso, e le cose della vita segnano in modi imprevedibili. Si parla di sentimenti, in Ballata di Provincia”, e lo si fa in un modo che non comprende le tinte pastello: ognuno ha a che fare con una parte di realtà che non sempre si mostra benevola; ed è lì che fa i conti con la disillusione. Da qualche parte spunta un’affinità imprevista, e anche un po’ paradossale: veste il dono della sorpresa e si lascia cadere nelle mani di chi vive, in attesa che qualcuno osi plasmarla, ridimensionarla, e ne faccia una casa, un abbraccio, lo sguardo sperato in ogni dove, e avuto mai.

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