Ignazio Silone: “Fontamara” (1933) – di Riccardo Panzone

Per il “cafone” (nel senso più proprio del termine “uomo legato alla terra”) l’ingiustizia non è un elemento legato a questo o quel governo ma un aspetto ineludibile dell’esistenza come il sole che sorge, il fiume che scorre nella pianura, il fiorire del grano quando è stagione o la natura indomita che inaspettatamente si rivolta contro l’uomo. “Fontamara” di Ignazio Silone, è ambientato nell’omonimo villaggio della Marsica, contiguo alla piana del Fucino, straziata dal violento terremoto del 1915, del quale lo stesso scrittore adolescente fu uno dei rari sopravvissuti: la terra della sua infanzia, dove “il dolore è sempre stato considerato come la prima delle fatalità naturali”. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1933, offre spunti di riflessione diversi rispetto a quelli normalmente connessi alla collocazione dello scritto quale romanzo di denuncia sociale contro il fascismo. “Fontamara” è senza dubbio un romanzo di denuncia sociale ma relativo, più propriamente, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo: il Fontamarese, ignorante suo malgrado, povero per nascita, diffidente per necessità, è un soggetto vessato da tutte le amministrazioni che si succedono nel tempo, al governo delle contrade d’Abruzzo. Più e più volte, nel romanzo, la legge viene ricondotta a spietato strumento, assolutamente legale, teso ad ingannare sistematicamente i poveri abitanti delle montagne abruzzesi e vi è poca differenza, nell’ottica dei personaggi, se l’esercizio della legge è rimesso al governo dei Borboni, a quello dei Piemontesi o dei principi Torlonia: l’inganno viene, sempre e comunque, posto in essere dagli stessi signorotti locali che rinnovano il loro potere sotto qualsiasi amministrazione e che utilizzano la norma giuridica, e la relativa interpretazione della stessa, come mezzo di sfruttamento delle classi sociali meno abbienti e meno istruite. Protagonista del romanzo di Silone è, pertanto, la povertà che rende necessario un lavoro duro e cadenzato da ritmi stagionali sempre uguali, che impedisce al “cafone” di istruirsi e, conseguentemente, di affrancarsi da una situazione di sudditanza propria dell’uomo che non sa, che non conosce e che, come tale, non può combattere il proprio nemico. Nell’ambientazione temporale del romanzo, il nuovo nemico dei Fontamaresi è il governo fascista ma assume, a chiarimento, importanza fondamentale il ruolo di Don Circostanza, nella sua figura del “galantuomo” cui gli abitanti del villaggio, in buona fede, hanno sempre dovuto far riferimento, nei secoli, per tutelare i propri diritti. La denuncia sociale di Silone, operata all’epoca ma sempre attuale, va individuata nella necessità di sottolineare l’importanza della conoscenza come mezzo di reazione più efficace a qualsivoglia forma di sfruttamento. Altro elemento di profondo interesse, nell’economia generale del romanzo, è il profilo psicologico di Berardo Viola, uno dei protagonisti, Fontamarese “senza terra” e senza futuro che si dibatte, lungo tutto il percorso narrativo, tra la scelta di continuare ad indossare il ruolo di difensore dei diritti dei “cafoni” e la necessità di provvedere, come qualunque uomo di buon senso, ai propri interessi personali e alle proprie modeste ambizioni, in un contesto generale di miseria collettiva. Come un Achille Omerico, il narcisismo di fondo di Berardo Viola si esprime nel suo ruolo di punto di riferimento della gioventù Fontamarese che lo fa “sentire vivo” in un contesto di morte. La sua necessità, arrivato alla soglia dei trent’anni, di crearsi una posizione attraverso il duro lavoro al fine di sposare Elvira, novella Briseide, lo mettono dinanzi all’obbligo di pensare “ai propri interessi” e mettere da parte gli interessi collettivi propri della comunità di cui è membro. Silone offre uno spunto interpretativo, nella narrazione, del mutamento psicologico del personaggio: man mano che l’interesse individuale sostituisce quello collettivo, l’atteggiamento e il carattere di Berardo Viola si incupiscono e vengono ingabbiati in una sorta di isolamento che viene meno soltanto quando, nella Capitale, per circostanze fortuite, il protagonista ritrova il suo ruolo centrale di martire della libertà e rimane esterrefatto di soddisfazione nel leggere il suo nome su un giornale clandestino dell’epoca. Nell’inconsapevolezza delle sue azioni, Berardo Viola rivive la stessa parabola psicologica dell’Achille Omerico dibattuto tra la scelta di una vita breve e gloriosa e una lunga anonima esistenza priva di dignità: Berardo Viola è felice, solo ed esclusivamente, quando può esercitare il suo ruolo di guida e liberatore e la stessa Elvira, nel vederlo individualista e rinunciatario, vacilla nell’espressione del suo amore quando si trova davanti un uomo radicalmente trasformato. Volendo leggere il romanzo di Silone come fosse un romanzo di Dostoevskij, piuttosto che di Silone stesso, potremmo dire che quella di Berardo Viola è una interessantissima storia nella storia: la storia di un uomo prigioniero, suo malgrado, di un personaggio e di una sorte ineludibile che, tuttavia, nel riappropriarsi lungo il cammino del proprio destino trova dignità, felicità e la morte gloriosa che lo attendeva.

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