Iggy Pop: “Post Pop Depression” – di Magar

Insieme a David Bowie e Lou Reed, Iggy Pop formava una sontuosa Trinità del Rock, capace di attraversare diversi decenni e giungere fino alla seconda decade del Nuovo Millennio in forma smagliante. Poi le cose sono andate come tutti sappiamo, e Iggy è rimasto solo, a confrontarsi con i fantasmi del suo passato e con la disperata voglia di fare musica. “Post Pop Depression” potrebbe essere, a detta dello stesso artista, il suo ultimo Album, e già questo basterebbe a creare in chi legge una sorta di strisciante malumore; se poi aggiungiamo il fatto che si tratta di un gran bel disco, forse uno dei suoi lavori migliori, allora ecco che il malumore si trasforma in rimpianto e dispiacere. Il tempo passa per tutti, e anche i nostri eroi devono fare i conti con il suo ineluttabile scorrere; e quindi prendiamo ciò che ancora ci viene generosamente elargito e assaporiamolo fino in fondo. Prodotto da Josh Homme dei Queens Of The Stone Ages, che partecipa anche come musicista, l’album è un essenziale Breviario del Rock, teso e vibrante, dotato di una linearità classica e moderna in egual misura. Registrato negli studi californiani di Homme, nel breve volgere di tre week end  (due nello studio Joshua Tree e uno in quello di Burbank), il disco si avvale anche della chitarra di Dean Ferita, anche lui proveniente dai Queen Of The Stone Ages, e della batteria di Matt Helders degli Artic Monkeys. Nove sono le canzoni che Iggy propone, cantandole in modo crudo e convincente, dimostrando che il suo Rock di stampo chitarristico resta una variante essenziale del Rock and Roll. Di grande impatto l’iniziale Break Into Your Heart, che presenta subito il suono chitarristico sul quale è costruito l’album, mentre Iggy canta con la sua voce attuale, certamente diversa da quella che caratterizzava i lavori degli Stooges, ma ricca di nuove sfumature calde e affascinanti. La seguente Gardenia appare più morbida, ma è solo apparenza; in realtà si tratta di un solido brano con influenza R&B nel quale si possono avvertire gli echi di alcune cose di Bowie, sopratutto nel modo di cantare. Notevole anche Sunday, con una base ritmica potente ed efficace e una chitarra perfetta a disegnare un riff molto godibile. Il disco scorre senza cedimenti di alcun tipo arrivando all’affascinante chiusura di Paraguay, sei minuti e trenta, che si fa notare per il suo arrangiamento frammentato, quasi a creare due brani distinti. Una degna conclusione per un disco che piacerà sicuramente ai vecchi fans di Pop, ma che non mancherà di coinvolgere un pubblico nuovo e più giovane, dimostrando ancora una volta che la qualità paga.

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1.“Break into Your Heart” 3:54
2.“Gardenia” 4:14
3.“American Valhalla” 4:38
4.“In the Lobby” 4:14
5.“Sunday” 6:06
6.“Vulture” 3:15
7.“German Days” 4:47
8.“Chocolate Drops” 3:58
9.“Paraguay” 6:25

Iggy Pop — vocals, acoustic guitar
Josh Homme — vocals, guitar, bass, piano, synthesizers, mellotron, production, percussion
Dean Fertita — guitar, piano, synthesizers, bass guitar
Matt Helders — drums, percussion, tom-toms, shaker, backing vocals

iggy pop magar

2 pensieri riguardo “Iggy Pop: “Post Pop Depression” – di Magar

  • Aprile 21, 2016 in 7:44 pm
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    Proprio come dici tu. I nostri eroi sono esseri umani, come tutti invecchiano e muoiono. Hanno vissuto da star, ma per il resto … Adesso è morto anche Prince .,,,, quelli della mia età’ stanno morendo poco per volta. Bowie è stato un artista raffinato, Iggy è più grezzo, ma la sua carica difficilmente potrà essere uguagliata. Senza contare che è stato di ispirazione a molti altri artisti, il nostro iguana sprigiona una carica erotica potente quando si esibisce. Ama il pubblico e si mescola tra di lui. È unico

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    • Aprile 22, 2016 in 5:19 am
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      La parabola discendente che accomuna tutti i mortali…
      ma tutti noi, comunque, lasciamo un segno.

      Risposta

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