Iggy Pop: “Lust for Life” (1977) – di Benedetta Servilii

Quella mattina mi sentivo come Mark Renton nella scena iniziale di “Trainspotting”. Avevo dormito poco e male, in preda ad un’eccitazione adrenergica senza precedenti. Mi ero svegliato al primo raggio di sole, senza costringermi a temporeggiare ancora rotolandomi nel letto e tra i pensieri. Cosa che era successa ripetutamente per quaranta giorni. Mi importava poco anche della colazione che, per tutto questo tempo, era diventato un rituale lento, con facile regressione a ricordi infantili. Avevo solo sostituito serie crime ai cartoni animati. Avevo la fortuna di poter ammirare i monti e il mare cambiando semplicemente finestra e quella opportunità, in quel periodo, aveva il sapore di una battaglia già vinta. Solo la prima di questa storia apocalittica, tra quelle che avrei affrontato quotidianamente prima della vittoria definitiva, quel lunedì. Per una volta, potevo chiamarlo un buon inizio di settimana. La prima scelta della giornata era quale strada prendere: mare o montagna. Non mi ero mai posto quella domanda e me ne accorgevo solo allora.
Quel giorno, inaspettatamente, avevo bisogno di rivedere vette e valli dopo anni in cui mi ero sempre rifugiato in porti, spiagge solitarie e acque profonde quando avevo bisogno di farmi compagnia. In mia compagnia ero rimasto a lungo in quella lenta quarantena e mi ero già immerso troppe volte in abissi sconosciuti e inesplorati, alcuni dei quali mi avevano lasciato confuso, in apnea. Ero sempre riuscito a tornare a galla, ovviamente, ma quella mattina era necessario vedere le cose dall’alto, in uno spazio più lontano in cui l’orizzonte non fosse solo una linea retta, come quella del mare. Mi precipitai fuori casa con la fretta e l’impazienza di un bambino che scende in cortile a giocare a pallone dopo aver finito i compiti (ammesso che ce ne siano ancora di palloni), mi misi in macchina, rivalutando anche il rimanere intrappolato in un traffico che, quel giorno, era legittimamente triplicato. Scelsi ancora una via di fuga, il ritorno doveva essere graduale per non rischiare un’overdose di umanità che mi auguravo avesse imparato qualcosa da questa guerra.
Mentre salivo tra i tornanti avevo l’impressione di lasciarmi un mondo alle spalle e forse non era solo una sensazione. A ogni curva lasciavo cadere le zavorre accumulate in questi lunghi giorni, avevo l’impressione di dimagrire mentre l’aria si faceva più fresca e pungente. La natura sembrava accogliermi benevola, i colori mi apparivano più vivi e accesi. In fondo, era pur sempre primavera, quella che non avevamo mai atteso così tanto. Fuori casa, fuori di me, c’era chi non poteva e doveva fermarsi ed ora tutta quella bellezza era quasi accecante. Mi ero convinto che avrei visto il mondo diversamente ma temevo che fosse solo un pensiero per guadagnarmi la sopravvivenza quotidiana. Mi sbagliavo. Avevo scelto la strategia giusta. Avevo scelto di non cedere alla paura del presente e alla preoccupazione per il futuro perché quel futuro sarebbe arrivato e, come ogni volta, avrei trovato il modo per affrontarlo. Avevo scelto di non lamentarmi, non era mio diritto farlo mentre c’era chi – ormai posso dire – “QUI fuori” combatteva questa battaglia anche per me che potevo starmene comodamente al sicuro. Avevo scelto di concedermi il lusso del silenzio e della lentezza, senza che questi assumessero la forma della noia, proprio perché è a loro che aspiravo mentre vivevo giornate frenetiche e rumorose. Avevo scelto i colori pastello, a cera e a matita, rendendomi conto che con questi ultimi riuscivo a disegnare tutte le tonalità dei miei stati d’animo.
Avevo scelto il vino rosso e la birra fresca. Avevo scelto di non ignorare la nostalgia, soprattutto per quelle persone per cui non avrei mai pensato di provarla. Avevo scelto di scrivere i sogni perché, dopo un tempo indefinito, il mio cervello era tornato a sognare non più intrappolato nel magma caotico delle mie giornate. Avevo scelto di perdonarmi e di perdonare: avevo allontanato i miei sensi di colpa per non aver rispettato schemi e aspettative, perché avevo perso qualcuno per i miei comportamenti, ricordandomi che i rapporti non si perdono se c’è una reciproca volontà di venirsi incontro, quindi non poteva essere solo colpa mia; avevo buttato al cesso tutto quello che mi aveva fatto arrabbiare perché non ero nemmeno così sicuro di essere stato ed essere ancora arrabbiato. Avevo scelto di non rimuginare su quello che avrei dovuto e potuto fare perché, per quanto io avessi potuto pensare, non avrei mai cambiato il passato e nulla è perso, nemmeno il tempo. Avevo scelto la cucina, scoprendomi anche un buon cuoco. Avevo scelto di accettare tutto quello che sarebbe accaduto in quelle giornate di isolamento, perché non avevo alternative, o la vita o la vita. Avevo scelto gli amici, anche quelli notoriamente fuori di testa.
Quel giorno, soprattutto quest’ultima scelta mi faceva sentire particolarmente Mark Renton. Mentre mi crogiolavo tra questi pensieri, arrivò l’ultima curva e improvvisamente il mondo si aprì. Scesi dalla macchina e mi sedetti a terra ad ammirare un paesaggio che mi faceva sentire parte di un quadro o di una fotografia. Non avevo mai visto il cielo così limpido e la vallata così verde. Faceva freddo lassù in cima, ma non provavo quel brivido da troppo tempo. Quell’inevitabile tremolio che arrivava fino alle ossa mi ricordava che non era un sogno: era finita davvero. Io non potevo che ricominciare tutto da lì, in vetta. Ridiscesi lentamente tra i tornanti, con la lentezza e la calma che avevo ormai imparato. Rientrai in casa come se fossi tornato da un’altra dimensione. Lei era lì, come sempre, accogliente nell’ora dell’aperitivo. “Oggi ti va un bianco o un rosso?” mi chiese mentre apparecchiava la tavola scegliendo i calici giusti per l’occasione. La guardai con occhi nuovi, percependo in lei sfumature che mi sembrava assurdo non aver scoperto fino ad allora. “Allora cosa ti va?”, incalzò. Non ero mai stato così sicuro di qualcosa. Non avevo sete, né di vino, né di lei. Mi avvicinai per darle un bacio sulla fronte: “mi dispiace, devo andare”. Mi chiusi dietro la porta e iniziai a correre. Ancora una volta, avevo scelto la vita.

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