Iggy Pop: “Free” (2019) – di AldOne Santarelli

Quando al bar del mio quartiere il jukebox sputava le note di Iggy Pop, una delle battute che ci divertiva ripetere era quella che il “padrino del punk” rappresentava il peggior esempio di testimonial d’abbigliamento immaginabile. Mai visto con una t-shirt, vestito solo di un paio di jeans o pantaloni di pelle attillati o, allo estremo, con lo smoking. A petto perennemente nudo. Che poi ognuno ha il suo “padrino del punk”… chi l’Iguana, chi Lou Reed, Johnny Thunders e le Dolls, fino ai Ramones – Per me Richard Hell – e ognuno lì, piantato sulla sua posizione. Col diciottesimo album solista James Osterberg, in arte Iggy Pop, licenzia un lavoro spiazzante. Il precedente disco, “Post Pop Depression” (2016) è stato un validissimo album di rock moderno, il suo migliore di tutto il nuovo millennio ma, nei fatti, una parentesi, avendo intrapreso da tempo la ricerca di un suono che di fatto lo allontanava del rock’n’roll, anche perché, ci piace credere, dopo una cinquantina di anni perlopiù spesi dietro al furore delle chitarre distorte, sia naturale sentirsi meno aggressivi.
Nelle note di copertina del nuovo album, “Free” (Caroline International/Loma Vista Recordings 2019), Iggy scrive: “Ho iniziato a indietreggiare dai riff di chitarra a favore dei paesaggi di chitarre, dai twang a favore delle trombe, dal back beat a favore dello spazio”. A 72 anni, l’animale da palco per eccellenza, si limita a partecipare alla stesura di tre brani, per lasciare musiche e componimento al trombettista Leron Thomas e i suoni di chitarra con inserti di elettronica a Noveller (Sarah Lipstate) lasciando che la sua voce assurga a quella di classico 
crooner, introspettivo e notturno, con atmosfere jazzy marcate da tromba e sassofono. La produzione del lavoro è ancora una volta affidata a Josh Homme. Nel nostro lungo viaggio tra le note, Iggy è sempre stato un riferimento, una influenza di stile, tanto che oggi ci piace fare il giochino inverso e provare a dire che in questi solchi si rintraccia il mood di Nick Cave, Tom Waits, Peter Murphy, fino a quello di Johnny Cash prodotto da Rick Rubin e, perché no, anche quello del miglior Stan Ridgway, affascinato delle colonne sonore… tutti loro, nelle esternazioni sonore più cupe, intime e declamatorie.
“Free” è un album maturo, di fine corso che, a parte un paio di episodi, quali James Bond e Dirty Sanchez (questa con una introduzione di tromba epica e avvincente),
Iggy si è lasciato andare – con ritmiche gioiose e rilassanti – come un ramoscello di legno in balia di un pacato corso d’acqua, cantando rime altrui, trasformate da Poesia a Canzone, come per We are the people, scritta nel 1970 da Lou Reed (mai musicata e pubblicata), qui resa sontuosa da una voce degna del Colonnello Kurtz. Stesso fascino per Do not go gentle into that good night, su liriche di Dylan Thomas. Il resto dei brani – Free, Sonali, Page, Glow in the dark, The dawn… – è ammantato da un ammaliante e fumoso jazz notturno, su basi alternative rock e post-punk soffuso. Il secondo brano in scaletta, Loves missing – l’avremmo scelto come singolo radiofonico – procede con un passo alla Mark Lanegan: brano da highway street, alcolico, lisergico, avvincente. Ascoltando quest’album, ci siamo anche divertiti a cercare, per una volta, riferimenti altri da affiancare vanamente ad uno che paragoni non ne regge con nessuno… come solo ai mostri sacri è consentito.

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