Ida Cox: una Regina senza corona – di Marco Valerio Sciarra

Ida è una ragazza indipendente… non le interessa sapere cosa devono e non devono fare le donne della sua età… le donne nere… della sua età. Non le interessa inginocchiarsi al suo destino di angelo del focolare che sopporta i soprusi del marito che lavora tutto il giorno e poi, quando torna a casa ubriaco, si sfoga sulla moglie, picchiandola violentemente. Non le interessa assecondare il volere dei genitori che le prospettano un futuro da ignorante, a rompersi la schiena in quella maledetta piantagione di cotone che le dà il cognome, come se lei non esistesse. Prather non è il suo cognome… è solo quel pezzo paludoso di terra della famiglia Prather, dove ha vissuto tutta la vita, lei e i suoi genitori. Gli unici momenti in cui sta bene è quando canta durante le funzioni sacre della sua parrocchia. Soltanto la musica la fa sentire veramente viva. Così, quando capisce di aver accumulato le forze sufficienti e si sente abbastanza matura da affrontare il mondo da sola, va via da casa. Forse ha quattordici anni o forse qualcosa in meno, nessuno lo sa… perché nessuno conosce la sua data di nascita, talmente era fitta l’ignoranza che avvolgeva il suo passato, la sua esistenza. Sono i primi del novecento e negli stati del sud è diffusa una forma di spettacolo itinerante conosciuto come Minstrel Show; una sorta di commedia che prende in giro in maniera caricaturale le abitudini degli afroamericani con intermezzi musicali. Non è il massimo per una donna nera ma non può rifiutare l’opportunità che il destino le presenta,… così accetta di esibirsi in performances canore in stile Vaudeville. In questo modo, spettacolo dopo spettacolo, chilometro dopo chilometro, ha la possibilità di affinare le sue tecniche e di arricchire il suo stile con la gestualità teatrale. Ha la possibilità di conoscere tanta gente, di conoscere l’uomo che poi diventerà suo marito, il musicista Adler Cox e, in qualche modo, di intraprendere degli studi fondamentali per la sua vita. Il matrimonio dura poco. Purtroppo per lei, il marito rimane vittima durante il primo conflitto mondiale ma lei mantiene il cognome del suo amato per sempre, anche dopo gli altri matrimoni. Ida sa, comunque, che deve fare affidamento soltanto su stessa, ha sempre lottato per questo. Il suo talento ormai maturo le consente di esibirsi con tutti i più grandi musicisti del periodo tra cui Jelly Roll Morton o James P. Johnson, entrambi geniali pianisti e, di proiettarla a pieno titolo nell’epoca d’oro del Blues al femminile dei ruggenti anni Venti, con Ma Rainey e Bessie Smith. Forse tra quelle grandi interpreti è la meno dotata vocalmente, nonostante il suo timbro elegantemente intonato e la raffinatezza dei suoi movimenti; forse per questo viene soprannominata “la Regina del Blues senza corona”, o forse è per la sua attitudine a non piegarsi ai compromessi, a difendere in ogni circostanza i suoi diritti di donna indipendente e a battersi per le categorie più deboli. Non si sente per niente una regina, lei è una donna vera. Ida Cox probabilmente è la prima e l’unica donna a scriversi i testi da sola in quel periodo storico. Non essere la più dotata, quindi, non le impedisce di registrare per la Paramount una quantità enorme di brani, tra cui il suo inno per la libertà sessuale femminile, Wild Women Don’t Have The Blues. Oppure a sollevare le problematiche sulla mancanza di occupazione, degna di essere chiamata tale, per gli afroamericani, come Pink Slip Blues, ed ancora innalzare un canto sensibile e sofferente contro la pena di morte in Last Mile Blues. I pezzi incisi in quel periodo sono tanti e di pregevole valore: potremmo citare tra gli altri Hard Times Blues, o Gipsy Glass Blues. Ida Cox è probabilmente una dei pochi musicisti che riesce a sopravvivere alla grande depressione economica degli anni trenta, mettendo su uno spettacolo itinerante, “Raisin’ Cain”, insieme al nuovo marito, che gira in ogni angolo del Paese, registrando spesso il tutto esaurito. Ancora una volta si distingue per il suo carattere indipendente. Lo spettacolo la vede, infatti, nel ruolo di autrice, interprete e, soprattutto, manager di se stessa. Anche in questo caso viene fuori la sua unicità. Importante la presenza del marito pianista Jesse Crump che sa esaltarne le caratteristiche qualità. Come tutte le grandi star alla fine degli anni trenta viene ingaggiata per la celebre serie di concerti alla Carnegie Hall; in quell’occasione ha la possibilità di esibirsi con l’eccezionale Lester Young e con altri immensi musicisti. La sua carriera continua in questo direzione fino al 1945, quando un ictus la colpisce in scena durante un’esibizione. Le serve tempo per riprendersi ed è costretta al ritiro dalle scene, affidandosi alle cure della figlia Helen, avuta dal matrimonio fallito con Eugene Williams. Come tanti musicisti Blues viene riscoperta negli anni sessanta, entrando per l’ultima volta in sala d’incisione per pubblicare “Blues For Rampart Street”, con il quintetto di Coleman Hawkins, un album che contiene canzoni del vecchio repertorio. Il suo stato di salute ormai minato dalla fragilità cardiaca peggiora fino alla scomparsa avvenuta nel novembre del 1967. Questo ultimo tributo, le permette di suonare ancora con celebri musicisti e ricevere il riconoscimento di cantanti che poi ne hanno seguito le orme, le restituisce la corona che le è mancata in vita e che avrebbe meritato per il suo carattere, la sua indipendenza, le sue lotte… e per il rifiuto di ogni inutile primato.

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