Ian Carr with Nucleus: “Solar Plexus” (1971) – di Alessandro Gasparini

É abbastanza condivisa, a livello di critica musicale, l’idea di fa coincidere la nascita del jazz rock con il matrimonio tra questi due generi celebrato da Miles Davis in dischi come In a Silent Way(1969) e Bitches Brew (1970). Ad onor del vero le basi erano già state poste nel suo album Filles de Kilimanjaro” (1968), nel quale due musicisti come Chick Corea e Herbie Hancock avevano suonato il piano elettrico. Ma anche in altre occasioni coeve i due mondi si erano avvicinati idealmente, ad esempio con la pubblicazione di Freak Out (1966) dei the Mothers of Invention di Frank Zappa da parte della storica etichetta jazz Verve Records e con la performance londinese di Roland Kirk con Jimi Hendrix. Imprescindibili a riguardo due album seminali per quella che di li a poco sarebbe stata ribattezzata fusion, ovvero Valentyne Suite(1969) dei Colosseum e Third (1970) dei Soft Machine.
Il trombettista scozzese Ian Carr fondò nel 1969, allora trentaseienne, l’ensemble Nucleus dopo aver militato sin dal 1963 nel Rendell-Carr Quintet. La line-up comprendeva Karl Jenkins (oboe, piano), Brian Smith (sax, flauto), Chris Spedding (chitarra, bouzouki), Jeff Clyne (basso) e John Marshall (batteria). Un complesso formato da componenti dalla tecnica sopraffina, i quali misero le cose in chiaro sin da subito pubblicando due album nel 1970 per la mitica etichetta Vertigo. Le loro prime due opere sono Elastic Rock, con la memorabile suite psych jazz di Torrid Zone, e We’ll Talk About it Later, che si apre con quella Song For The Bearded Lady che sarà ripresa dai Soft Machine (con Jenkins e Marshall) in Hazard Profile Part I nel 1975, le quali codificarono ulteriormente il sound jazz rock dei primi settanta infarcito di psichedelia e virtuosismi. Tale approccio, sperimentale per l’epoca, sarà decisamente influente anche sulle colonne sonore cinematografiche e più in generale sulla library del periodo, tanto a livello internazionale (Lalo Schifrin, Ketih Mansfield, Roy Budd) che in Italia (Ennio Morricone, Piero Umiliani, Sandro Brugnolini). Il 1971 vide invece l’uscita del loro terzo disco, Solar Plexus, che segnò lo sviluppo verso un suono più orchestrale e il battesimo del sintetizzatore presso i Nostri, nonché il cambio di denominazione in Ian Carr with the Nucleus. Alquanto evidente che Carr prese in mano la situazione, cercando di guidare l’ensemble verso una preponderanza dei fiati e a maggiori sperimentazioni.
Il lato A è inaugurato dai due minuti di Elements I & II, pregno di atmosfere rumoristiche e dissonanti, che aprono verso la magnifica Changing Times, dove è impossibile non apprezzare le progressioni di Spending alla chitarra e il timing alla batteria di Marshall, impeccabile in tutte le variazioni affrontate. Bedrock Deadlock inizia con la solennità dell’oboe di Jenkins per poi addentrarsi in territori marcatamente davisiani nei quali chitarra, batteria, e subito dopo anche Carr alla tromba sono perfettamente incastrati. Mentre i quasi dieci minuti di Spirit Level ci portano in un vortice ansiogeno che parrebbe essere l’ideale accompagnamento musicale per un film di Alfred Hitchcock, tensione che viene smorzata a quattro minuti dalla fine grazie all’esecuzione collettiva e all’assolo finale di Carr. Il lato B conta invece due brani che sono un’autentica goduria per gli aficionados del genere, e ancor di più per chi ha velleità di suonarlo. Torso è una traccia assolutamente ritmata e veloce, rock in tutto e per tutto nella sua ritmica, dove l’assolo di sax a due minuti dall’inizio fa quasi pregustare quanto combinerà due anni dopo Ian McDonald in Starless (1974) dei King Crimson. Ma c’è spazio anche per l’assolo di batteria, grazie al quale si percepisce il fatto che Marshall sia stato allievo di una leggenda del drumming come Philly Joe Jones. La chiusura del disco è affidata al pezzo più lungo, ben quindici minuti, ovvero Snakeships’ Dream. Rilassante dall’inizio alla fine nella sua melodia, vede tutti i protagonisti in mostra per un risultato entusiasmante.
Il collettivo messo su da
Ian Carr da in questo album una prova di altissimo livello e, pur essendo legato alla radice comune di Miles Davis, fa sentire forte la sua personalità. Nel frattempo iniziava l’emigrazione dei vari membri, in particolare verso l’altra band britannica di punta del jazz rock. I Soft Machine appena orfani del batterista Robert Wyatt presero con sé Marshall, già presente in Soft Machine 5 (1972). Nel 1972, insieme ai reduci Carr e Smith, i Nucleus avrebbero visto gli ingressi di Allan Holdsworth (chitarra), Dave Macrae (tastiere), Gordon Beck (piano), Roy Babbington (basso), Clive Thacker (batteria) e Trevor Tomkins (percussioni). Questa formazione darà alle stampe nello stesso anno l’album Belladonna. Ancora i Soft Machine si arricchiranno della presenze di Jenkins nel 1973 e Holdsworth nel 1975, divenendo di fatto, per il disco Bundles (1975), una succursale dei Nucleus dei primi settanta. Mentre Ian Carr avrebbe continuato a portare avanti il nome Nucleus in qualunque formazione suonasse con lui, pubblicando dischi e collaborando ad altri progetti. Oltre all’attività musicale svolgerà anche quelle di critico musicale e scrittore (sue infatti due biografie di Keith Jarrett e Miles Davis), nonché di insegnante alla Guildhall School of Music and Drama di Londra. Morirà nel febbraio del 2009 all’età di 75 anni.

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