I vivi e i morti – di Ginevra Ianni

Il cinque aprile 2009 è stato l’ultimo giorno della vita normale. Una vita scontata, con un futuro, dei progetti, delle speranze e soprattutto delle certezze acquisite. Il cinque aprile. Perché poi è venuta la notte del sei aprile che in una manciata di secondi ha cancellato tuttonove anni fa. Una furia cupa e cieca ha abbattuto case, ha preso vite di grandi e soprattutto di piccoli, ha cancellato in una manciata di secondi un’intera città ma soprattutto ha ucciso la speranza. Chi ha visto il sole la mattina del 6 ha vissuto emozioni contrastanti: il sollievo di esser ancora vivo ma anche l’ansia per ciò che era accaduto (si intuiva la gravità del dramma ma non se ne percepiva ancora l’enormità) e soprattutto il rimorso di essere sopravvissuto. Una falce nella notte era passata e aveva strappato la gente dai letti: tu vivi, tu no. Non ci sono parole abbastanza grandi per definire meglio questo baratro di paura. Un buco nero e profondo si è aperto quella notte nell’anima di ogni sopravvissuto, destinato a non chiudersi mai… ma la vita passa. Ineluttabilmente passa anche se non si vuole, così anno dopo anno ci si è aggrappati a ciò che è rimasto e si è tornati a credere che il 6 aprile 2009 fosse passato. Per sempre. Bugia. Enorme menzogna. Illusione crudele. Da quella data il terremoto è tornato sempre, ogni giorno: con la ricostruzione, con gli infiniti traslochi, con le strade deserte, con le vie buie e abbandonate. È tornato ogni volta che la gente tornava a gremire qualche locale del centro per scoprire che lì c’era solo da bere, nient’altro. ”Vuoi fare due passi intorno? Dove vai? È buio e ti fanno la pelle o se torna una scossa non ne esci vivo. Torna a bere, cambiamo bar, ce n’è un altro nuovo”… e avanti così, locale dopo locale, anno dopo anno. Sempre appesi alla speranza e ad elaborare un lutto che è destinato a scomparire solo con la morte dell’ultimo sopravvissuto. Bisogna rassegnarsi ad una verità tristissima: la città che nel bene e nel male ha accolto e cresciuto i suoi figli non esiste più, è morta quella notte. Quella che si sta ricostruendo non esiste ancora, è un embrione nel grembo materno che ancora non vede la luce e che questa generazione non conoscerà mai. Gli aquilani del 6 aprile sono fantasmi senza collocazione. Girano inquieti alla ricerca di una dimensione, di uno spazio che possano tornare a definire loro. Alcuni ancora non ce l’hanno, altri credono di sì, ma il passato grava sulla memoria di ognuno di loro e li rende perennemente insoddisfatti rispetto alla vita precedente che proprio perché è persa diventa perfetta. Ogni anno dal 2009 gli aquilani alla fine di marzo cambiano umore, diventano inquieti, nervosi. Temono l’avvicinarsi di una data, quella data, e temono la notte. Si sussulta per nulla e si aspetta con il fiato sospeso, inconsciamente si aspetta… che arrivi il dolore, che giunga il rimpianto, che torni la paura per il passato, per ciò che si è perso e per quello che porterà il futuro. Quella notte è così e le si sopravvive solo perché, come in una filastrocca per bambini, dopo il sei arriva il sette. Basta arrivare al sette aprile, basta sapere che si è compiuto il giro di boa intorno alla vecchia pena per ricominciare. Con un sospiro si ripiega il dolore nel cassetto più remoto dell’animo e si ricomincia a vivere fino al sei aprile prossimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.