I Tarantolati di Tricarico – di Bruno Santini

Nel panorama musicale italiano, forse più che nelle culture strumentali e musicali straniere, il percorso di sperimentazione artistica ha sempre trovato una sua via di sviluppo secondo un parallelo continuo: musica etnica e musica di genere. Si può dire, in primo luogo, che anche la musica etnica sia di per sé un genere musicale; ancor meglio però, nella definizione della stessa possiamo identificare un’evasione (in molti casi coincidente con la ribellione politica e sociale, oltre che artistica) dagli standard della classica metodica musicale. La musica etnica, chiaramente, non si identifica in nessun genere musicale esistente: acquisisce i caratteri della pop music, pur discostandosene per tematiche e finalità. Si può dire che, questo tipo di musica, collocandosi al di fuori di ogni schema prestabilito, sia la musica di un popolo e di quel sol popolo. Etnica sudamericana, indiana, africana… tanto da parlare di studio della musica etnica, ricorrendo al termine etnomusicologia. Insomma, se non soffermandosi in nessun tipo di cultura specifica si può rimanere ancorati alla definizione di musica popolare, immaginando quindi un tipo di musica che abbia una rilevanza modesta o – in alcuni casi – quasi nulla. Nella cultura italiana il discorso è differente: nella sperimentazione artistica dei grandi colossi musicali del Novecento, vale a dire Inghilterra e Stati Uniti (per citare due esempi tutt’altro che irrilevanti), la musica popolare e di per sé etnica è spesso rimasta relegata ad una certa fascia di popolazione. Guardiamo alla Francia, ad esempio, che nella sua tradizione di ballate medievali ha visto un italiano, Fabrizio De Andrè, trasformare in musica dei canti popolari composti da trovatori. Senza mezzi termini, è come se tutto ciò che fosse rappresentante di una certa fascia popolare, fosse lì rimasto, senza evoluzione. Evoluzione invece raggiunta dalla musica di genere, che fosse rock, blues, jazz. In Italia la musica popolare è sempre stata ed è ancora oggi forte, resistente: non è un solo discorso di nomi. A tutti, parlando di questo tipo di arte, viene in mente una NCCP o un Bennato qualsiasi. Tutti si identificano in quel “brigante se more”, in quella “terra mia” e così via, penetrando nella radicalità più profonda del pensiero popolare. La realtà è che la musica etnica italiana è così ampia e diversificata che non se ne può fare un discorso unitario: non a caso, Alan Lomax faceva, nel 1956, una classificazione delle influenze e dei tipi di musica italiani, ovviamente dividendoli per fasce geografiche. Ne risulta un’Italia piena di influenze: da quelle puramente celtiche del settentrione a quelle slave dell’est del territorio, passando per quelle arabe, africane e greche del sud Italia. Influenze che hanno trovato un loro tipo di espressione strumentale differente, ampliando ancor più la ramificata differenziazione musicale. La musica sarda è cultura di tenori, ad esempio, quella napoletana ha chiare influenze rock (e il rock ha influenzato come altri generi). Lo ribadiamo, la musica etnica è anche e soprattutto musica di ribellione: è il popolo in gruppo, nell’aggregazione dell’ideale rivoluzionario della condivisione, della povertà e del piacere dato dalle più piccole cose. Ben sintetizza tale pensiero Eugenio Bennato, nella sua Questione Meridionale: «Noi, con quella musica che nasce da una terra / che in tutta la sua storia non ha fatto mai la guerra, / noi con i “fratelli” scesi giù dal settentrione / che ci hanno “liberato” per formare una “Nazione”. / Noi sotto lo stesso tricolore, dalle Alpi fino al mare, / ma se diventiamo una questione? / La questione è meridionale.» Una delle più influenti manifestazioni di musica tradizionale italiana è rappresentata dai Tarantolati di Tricarico. La formazione lucana, in attività dal 1975, inizia la sua storia musicale nel Folkstudio romano, sotto la direzione di Giancarlo Cesaroni. A dimostrazione del fatto che la nostra non è retorica, i Tarantolati così definiscono la loro musica: «La possessione scioglie il passo di danza e le mani, sulle corde della chitarra o sulle pelli tirate dei tamburi, proseguono inesorabili la loro corsa verso l’ossessione. Catartica come ogni atto liberatorio, necessaria come ogni sana emozione… la Taranta»Una musica che non si risparmia, attraverso l’ausilio della chitarra e delle percussioni, di portare in scena un sentimento popolare radicato e profondo: che sia la ribellione contro quello che banalmente viene chiamato “sistema”, che sia attestazione della propria identità culturale o che sia, semplicemente, la messa in scena di un qualcosa che – seppur frivolo – rappresenta quel tipo di mentalità, la musica dei Tarantolati di Tricarico si inserisce a pieno merito nella caratteristica fondamentale dell’arte e della musica etnica: l’affermazione. L’obiettivo ultimo, in ogni tipo di rappresentazione di questo tipo, è l’affermazione identitaria e sociale. Un modo estremamente pregiato per dire di esserci, di esistere, con la propria tradizione, la propria specialità. La musica etnica, anche per questo, passa anche attraverso il carattere fiabesco del racconto popolare: i Tarantolati di Tricarico, citando ad esempio la loro Gatta mammona, non sono da meno. In un certo senso, soprattutto nel panorama italiano della musica tradizionale, non esiste una mentalità comune… così comune non è la storia. Da un lato la geopolitica unisce e isola, dall’altro la tradizione divide ed enfatizza: i Tarantolati, attraverso il racconto in lucano delle proprie ingiustizie subite, portano all’esaltazione della loro unica ed identitaria tradizione
Una tradizione che potrà essere simile a tratti in Molise, Campania o chissà dove, ma che manterrà i propri caratteri di unicità che essi stessi e da soli, possono e devono portare all’affermazione. 
Un lavoro che Franco FerriMarcello Semisa, Pino Molinari e Rocco Paradiso fanno egregiamente da più di quarantanni anni.

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