I Shot A Man: “Gunbender” (2019) – di Maurizio Celloni

Buona la prima. Manuel Peluso, Domenico De Fazio e Blue Bongiorno, torinesi fondatori di I Shot A Man – nome tratto da un verso di Johnny Cash contenuto in Folson Prison Blues – entrano in studio di registrazione con tante idee, posizionano strumenti e microfoni ed iniziano a suonare di getto, senza troppo pensare a diavolerie tecniche, così come accadeva durante le prime riproduzioni dei musicisti del Delta del Mississippi, di fronte all’imbuto che faceva confluire quegli splendidi suoni di blues primitivo nelle primordiali attrezzature tecniche, posizionate talvolta nei retrobottega degli stores dove abbondava il Moonshine e varia altra merce. Su quelle lacche a 78 giri, i “Race Records” degli anni 1920/30, sono state incise pagine umili ma gloriose della storia del blues e gli I Shot A Man ricercano con passione quelle note e quei testi narranti storie piccole ma, tutte insieme, rappresentative della fatica, sfruttamento e miseria in cui versavano quegli straordinari musicisti e raccoglitori di cotone. L’infatuazione per i Maestri del blues primitivo, a partire da Robert Johnson, Mississippi John Hurt, Skip James, Blind Willie Mc Tell, Elisabeth Cotton, Memphis Minnie e molti altri trasuda dalle tracce del loro disco. 
Il risultato di tanta ricerca e amore per la musica “del diavolo” è raccolto nel primo lavoro della band,
Gunbender” (2019): undici tracce, metà delle quali originali. La band, un trio composto da chitarra acustica/voce (Peluso), chitarra elettrica/voce (De Fazio) e batteria/percussioni/voce (Bongiorno), presenta un suono fresco, senza ridondanze e sovraincisioni. La registrazione è effettuata in presa diretta, come fosse un live, ed è stata completata in soli cinque giorni. La mancanza del basso si rivela una scelta voluta, per rendere più intenso il groove e, allo stesso tempo, consentire alle chitarre di spaziare con fantasia, ricamare armonie utilizzando le tecniche slide e fingerpicking, che padroneggiano con maestria, e le corde basse a dare il ritmo con il pollice. La batteria, quindi, non si limita a scandire metronomicamente il tempo ma è co-protagonista delle suggestioni e del messaggio contenuto nelle tracce. Ascoltate attentamente Freight Train di Elisabeth Cotton, uno degli standard di Gunbender”, in cui i sapienti tocchi di Bongiorno riproducono lo sferragliare delle ruote del treno sui binari. Sembra proprio di essere su quel vagone che corre veloce. È una versione, questa, che emoziona l’ascoltatore e, ne son sicuro, ha emozionato anche gli I Shot A Man… i immagino Elizabeth Cotton dietro ad un amplificatore, per non disturbare durante la registrazione, sorridere di gusto prima di tornarsene soddisfatta nell’empireo degli artisti veri. Il disco inizia con la titletrack Gunbender, pezzo scritto dalla band. Il termine, da loro inventato, sta a significare “piega pistole”, ed evidenzia un messaggio contro la violenza. L’incedere è lento, ritmato e profondo con la chitarra che mantiene l’accordo e la slide a ribadire costantemente il ricamo. Il testo è narrato, ad un certo punto, da una signora, predicatrice veemente, nota ai torinesi frequentatori dei mezzi pubblici. La vita pulsa nella Torino degli anni 2000 e note e testi la narrano come da tradizione degli hobo dei primi anni del 1900: ogni pretesto è buono per scrivere un blues
I Can’t Get Rid Of The Blues è una ballata composta dalla band. Il tema affronta i blues che permangono costantemente nel cuore e nell’animo dei musicisti. I tre non intendono ripercorrere gli antichi
clichè della fatica e della dura vita nelle pianure del Delta ma narrare la loro condizione attuale di giovani che sentono costantemente la necessità di esorcizzare malinconie, solitudini e contraddizioni del loro e nostro tempo. My Woman, terzo titolo e canzone d’amore, testimonia la parte più popolare del blues, dove i temi dello svago o dell’affettività non sono sempre dannatamente tragici. In questo pezzo l’armonica, suonata per l’occasione da Boris Tabasco, cesella l’andamento allegro, perché il blues è anche ballo e divertimento, negli antichi jukejoint del Delta come nelle birrerie o nelle arene da concerti dei giorni nostri. I Put A Spell On You, composta da Screamin Jay Hawkins, è uno standard rivisto con arrangiamenti che ne fanno quasi un pezzo della band, come accadeva spesso ai Maestri del blues primitivo. Killer Diller, composta e interpretata dalla grande Memphis Minnie, è qui suonata con passione e forza in bello stile ragtime chitarristico. Dead Man Blues e la successiva Evil, escono dalla penna dei Nostri, dimostrando la loro buona vena compositiva. Si coglie in entrambi i pezzi la tensione del coniugare la tradizione del blues primitivo con sonorità attuali. L’assenza del basso aiuta (o condanna) la Band alla ricerca di un tessuto sonoro che dia continuità agli arpeggi di chitarra. In queste due composizioni il drumming gioca il ruolo di collante. Ascoltate il contrappunto di batteria in Evil e ve ne renderete conto. Di Freight Train, scritto da Elisabeth Cotton, ho già raccontato e rimane una grande commovente versione, tra lo struggente e delicato fraseggio delle due chitarre e la voce dal tono malinconico. Versione magistrale, rispettosa della scrittura e del suono dell’autrice. 
Forty Four Blues di Howlin Wolf. Eccoci servito un altro standard di notevole qualità, dall’andamento sinuoso ma potente e cantato con forza. La
slide sembra tracciare il solco profondo del blues riempito dal seme del testo drammatico e deviante. Il disco non poteva che terminare, apparentemente, con Terraplane Blues di Robert Johnson. Slide, corde pizzicate, drumming intenso e voce cartavetrata con inserti in falsetto che tanto ricordano il Maestro Johnson. Che dire, una interpretazione potente e intrigante. Terminare apparentemente, si diceva… e infatti, emerge la nota finale di un disco che proietta nel futuro un passato radioso: l’ultima breve traccia, un canto di lavoro ritmato di una squadra di operai intenti alla posa dei binari. Quest’ultima chicca ci proietta verso l’infinito dei binari, sempre paralleli a se stessi ma diretti verso le immense praterie del blues, sempre presente nella musica, anche dove meno te l’aspetti. Il prezioso scrigno arabescato dagli I Shot A Man, autorizza chi scrive e gli appassionati a non disperare: la buona musica e la ricerca di percorsi personali da parte dei giovani musicisti italiani, nel blues e in tutta la musica d’autore, non è solo una speranza ma anche una realtà che, come un fiume carsico, emerge di tanto in tanto a rinvigorire i nostri impianti stereo, a rallegrare i nostri cuori ed a riempire i nostri scaffali.

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