“I ricordi da salvare” – di Floriana Tosca

I nipoti si muovono nervosi davanti alla scrivania del medico. Li ha invitati a sedere ma sono troppi e automaticamente si è creata tra loro una gerarchia su chi ha davvero diritto a sedere e chi deve stare in piedi, per educazione. Tramestio, rumore di sedie e fruscio d’abiti, poi, quando scende il silenzio, il dottore inforca gli occhiali e intrecciando le mani inizia a parlare. A tutti e a nessuno, indistintamente fisso su un punto della parete opposta. “Dunque, la signora vostra zia ha fatto sia i controlli medici di routine sia quelli psichiatrici ed il quadro è complesso. Parlandone come fosse mia madre direi che tutto sommato sta bene fisicamente e anche mentalmente non fosse che per le crisi che vi hanno indotto a ricoverarla presso di noi”. Dalla platea di fronte si alzano rumori sommessi, mugugni di conferma, sospiri di sollievo e ricomincia il rumore di corpi sulle sedie. La voce del medico è come se avesse rotto un incantesimo e fatto rianimare le persone, ognuno a suo modo. “ Ma che cos’ha dottore?” La voce musicale di Sofia accarezza lo spazio tra lei ed il medico tradendo apprensione. Lei è l’unica davvero legata alla vecchia stramba bellissima zia zitella che ha deciso all’improvviso di rompere con il mondo e scegliersi una vita diversa, incomprensibile, un po’ come le andava; ma questo ha significato pure disordine in casa, piatti sporchi e capelli arruffati, trucco esagerato e panico generale tra i parenti. “Cos’ha ora la vecchia pazza? Non ha finito di vivere a colpi di testa come ha fatto sinora? Se continua così bisognerà fare qualcosa, si deve ricoverare perché nessuno di noi può fare nulla per lei, non abbiamo tempo per prestarle assistenza…”. Lo psichiatra sospira alla domanda e fa spallucce “tecnicamente niente – risponde – sta bene ma è come se avesse deciso di chiudere con l’esterno, tende ad una sorta di atteggiamento autistico che le impedisce interazioni con il mondo esterno; ma non si tratta di autismo inteso come patologia, bensì una scelta apparentemente consapevole di non interagire più con l’esterno o almeno con una parte di esso. Si tratta di capire quali sono le cause e le sollecitazioni che occorrono per mantenerla presente. Ci vuole tempo.”  Sospiri, nuovi fruscii e qualcuno vuole già andarsene. Anche troppo tempo perso. Ora è nel posto giusto, se ne occupino i medici. “Posso vederla? Posso andare da lei?” Sofia insiste, vuole bene alla vecchia stramba, sempre solare, sempre sul perché no, la porta della libertà della sua adolescenza. Il congedo degli altri è rapido ed i corridoi luminosi guidano in opposte direzioni i due gruppi, uno porta tutti gli altri verso l’uscita, l’altro conduce la donna ed il medico in una stanza dove, infilata in un’assurda camicia da notte a fiorellini blu e gialli, una donna anziana dai capelli arruffati attende seduta nel letto con lo sguardo perso. Sofia si avvicina, le carezza una guancia e, quando l’anziana donna non sembra dare segno di riconoscerla, la interpella “Zia sono io, Sofia, mi riconosci? Ti ricordi di me? I pomeriggi a casa tua a sentire vecchi dischi e mangiar crostata sui divani con il gatto che leccava le macchie di marmellata sui cuscini… ti ricordi? Ti rammenti quando per Natale piombavi in casa nostra con mucchi di regali assurdi per tutti? Ti ricordi quando dal pacco di zio Patrizio venne fuori un setaccio? Lui fa l’avvocato! Che assurdità e che risate tutti insieme nella grande casa…”. La vecchia si gira come se un’eco lontana delle parole le fosse giunta solo ora, fissa la ragazza e dice piano “Mi ricordo sì, mi ricordo la casa, gli affetti che la riempivano, le voci, tante, e gli auguri, i baci e gli abbracci e Alessio mi ricordo, che quando entrava nella stanza sembrava la riempisse tutta. Mi ricordo la casa, si, e mi ricordo le feste comandate ma adesso – gira la testa a scatti verso la finestra – è tutto finito, la casa è vuota, fredda, il terremoto si è preso tutto, non c’è più nessuno, neanche Alessio che quando mi abbracciava mi inondava di luce e rimetteva a posto il mondo…”. La voce si spegne, nella camera scende il silenzio mentre Sofia gira la testa verso il medico con un singhiozzo. Lo psichiatra le fa cenno con le braccia per invitarla ad uscire, né un abbraccio né un invito vero e proprio, solo un gesto che sa di rassegnazione. Nel corridoio procedono in silenzio, si sente solo il rumore dei passi dei due, la porta alle loro spalle si è chiusa davanti alla camicia a fiori gialli e blu inondata dal sole estivo. “Chi era Alessio?” Sofia rompe il silenzio vuoto dalle stanze mentre guarda il medico. “In famiglia non c’è mai stato nessuno con quel nome”. L’uomo la scruta un secondo prima di parlare, sembra riflettere prima di pronunciarsi, pare quasi di percepire il rumore dei pensieri che si compongono nella sua testa. “Davvero? Questa è la conferma ai miei sospetti. La paziente ha chiuso fuori dal suo mondo tutto ciò che l’ha turbata o logorata sinora, lasciando restare soltanto ciò che ha deciso di tenere, cose o persone che siano. Questo Alessio deve essere stato un ricordo importante per lei se ha deciso di tenerlo ancora tra i suoi pensieri”Sofia non risponde, annuisce e saluta con un gesto, scomparendo nel parcheggio. Adesso ha capito. Adesso sa. Sa che sua zia ha scelto bene, sa che non avrebbe potuto fare altrimenti davanti all’oscenità del dolore, della vita. Attraversa rapida la città ed entra in casa senza fermarsi un attimo. Afferra uno degli scatoloni in cui sono state riposte le tante cose salvate dalla distruzione della vecchia casa, tutte mischiate alla rinfusa, afferrate e portate via nel più breve tempo possibile, come se si fosse dovuto arraffare in fretta e furia tutti i ricordi della vecchia vita ante sisma prima della demolizione della grande casa, di sottecchi come ladri della propria stessa vita, del proprio passato. Ed eccoli là. Legati da un nastro azzurro, fogli scritti a mano dalla calligrafia caotica di sua zia, impilati per ordine di tempo, senza luogo,  senza firma, tutti con lo stesso incipit: “Amore mio”. Sofia legge attenta e, pagina dopo pagina, impara chi è stato Alessio, capisce quando sua zia lo ha rassomigliato alla luce che si accendeva al suo sorriso, scopre ogni gioia, ogni dolore di una storia lunga una vita e finita senza spiegazione con l’ultima pagina… senza un motivo o un perché. La luce della sera la trova ancora così, seduta sul bordo del letto coperto di decine di fogli sparsi ovunque. “Che devo fare? Che ne devo fare di queste  lettere? Le porto in clinica e gliele leggo o cerco di inviarle al suo destinatario? Cosa vorrebbe lei?” Si alza e guarda fuori con la testa ancora piena di parole ed immagini. Quella volta che l’ha presa sottobraccio mentre camminavano fianco a fianco, quella volta che le ha lasciato un biglietto in macchina, quella sera che la baciò all’improvviso per strada, quella volta, quell’altra volta… con un brivido si volta, raccoglie tutta la carta in una bracciata e va in sala, si avvicina al camino e butta tutto sulle braci semi spente. I fogli cominciano a produrre fumo bianco e poi il contorno di ogni pagina si scurisce mentre uno squarcio rosso la divora all’improvviso. Le fiamme divampano repentine e vivide inondando di luce tutta la stanza in penombra, la riempiono. Come la presenza di Alessio, come il suo sorriso che rimetteva a posto il mondo.  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *