La Canzone italiana dei primi “cantautori” – di Fabrizio Medori

Storicamente la canzone italiana non ha mai brillato per l’impegno e per la profondità dei versi, se si fa eccezione per i canti partigiani e di impegno politico. Analizzando i testi delle canzoni dalla fine della
seconda Guerra Mondiale ad oggi, non si può fare a meno di notare la loro insulsaggine. Le uniche liriche degne di essere menzionate sono sempre e solo quelle dei cosiddetti “cantautori”, e più che dare una definizione standard di questo termine, mi sembra più semplice fare degli esempi: fermo restando, che per cantautore si intende un interprete che è, almeno in parte, autore del testo e/o della musica dei brani che propone. Tratteremo qui solo quelli che appartengono al ristretto gruppo dei “classici” della canzone “d’autore”: Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Gino Paoli, Umberto Bindi, Sergio Endrigo, Francesco Guccini… trascurandone fatalmente qualcuno come Bruno Lauzi e altri. Anche se l’accento sulla qualità dei versi rimane fondamentale, nessuno fra gli autori citati porrà l’aspetto musicale in secondo piano, segno inequivocabile dell’inscindibilità di parole e musica, caratteristica fondamentale di questo genere musicale. Alle radici di questo fenomeno si pone un artista molto poliedrico, che sarà in grado, da solo, di rivoluzionare il concetto stesso di “canzone italiana”Domenico Modugno… pugliese di nascita, arrivò a Roma nel 1951, per tentare la strada dell’arte. Studiò anche recitazione, ma riuscì ad imporsi attraverso la musica. È’ assolutamente straordinario constatare che il brano che l’ha reso famoso, “Nel blu dipinto di blu”, all’epoca (1956), ebbe lo stesso effetto di una bomba atomica, riuscendo in un sol colpo a risvegliare un’Italia che era solita cantare “mamma, amore, cuore, tradimento, papaveri e papere”. Prima di Lui, l’unico “esperimento” di successo nel linguaggio l’aveva tentato Fred Buscaglione, ma il risultato finale non era stato abbastanza coraggioso ed originale da creare un fenomeno. Con “Volare”, si entrava in un mondo nuovo, fantascientifico, rivoluzionario, che finalmente tagliava i ponti con il melodramma ottocentesco e dava alla canzone un suo ruolo ben preciso nel panorama musicale. Il primo “gruppo” di cantautori italiani nasce a Genova, all’inizio degli anni ’60 e ne fanno parte alcuni giovani, musicisti e poeti, fortemente influenzati dagli “chansonniers” francesi e dallo stile di vita “esistenzialista” che nella vicina Francia ha già contagiato tutti i giovani.Come per quasi tutti i giovani occidentali, in quel periodo i “nostri” subirono altre due influenze fortissime: il rock’n’roll ed il jazz, e le filtrarono tutte attraverso le loro sensibilità. I primi fra di loro a raggiungere la fama furono Gino Paoli ed Umberto Bindi, con risultati assai diversi. Bindi, il primo a raggiungere il successo con capolavori quali “Arrivederci” e “Il nostro concerto” aveva un’impostazione musicale “colta”, spaziava dai grandi classici all’operetta, era un bravissimo pianista e compositore, ma fu presto dimenticato dal pubblico, per la difficoltà, in quel periodo, di promuovere, o forse semplicemente di far accettare, un artista omosessuale, al quale i mezzi di comunicazione tolsero ben presto tutti gli spazi di visibilità. Paoli, al contrario, incarnava perfettamente la figura del poeta maledetto, solitario e, anche per questo, fu idolo delle donne e modello da cui gli uomini avevano molto da imparare, anche perché questo suo atteggiamento andava sapientemente a stemperarsi in canzoni molto romantiche come “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”“Che cosa c’è” o “Sapore di sale”. L’artista che fra questi è stato maggiormente mitizzato però è Luigi Tenco, sia per la forza evocativa delle sue canzoni, sia per il tragico modo con cui pose fine alla sua esistenza. Tenco era musicalmente molto dotato, pianista jazz, sassofonista, buon chitarrista, ma soprattutto era quello che aveva meglio sviluppato un suo stile personale, malinconico e “popolare” nelle musiche, amaro “perdente” nei testi. Nel suo caso l’unione fra la musica e i testi andava ben oltre la somma algebrica dei due elementi, le sue parole ricevono dalla musica una straordinaria spinta emotiva, e la musica si piega duttilmente alle esigenze del testo. Fra i suoi brani è impossibile non ricordare alcune pietre miliari della canzone d’autore: “Vedrai vedrai”“Mi sono innamorato di te”; “Un giorno dopo l’altro”, “Lontano lontano” sono brani che a distanza di oltre quarant’anni mantengono intatta la loro carica drammatica e la loro perfezione estetica. Ai “genovesi” normalmente si accomuna un artista che ligure non è, e se lo si inserisce in questo gruppo è solo per le evidenti affinità stilistiche. Sergio Endrigo è nato a Pola, in Istria, e ha fatto parte, come tutti gli altri, della scuderia “Ricordi”. Il suo successo, negli anni ’60 è stato vastissimo, ed è iniziato con “Io che amo solo te”, che già esprimeva le caratteristiche dello stile di Endrigo, incentrato su una vena di struggente malinconia e su una poetica della quotidianità. Maldestramente bollato come “triste”, è stato ingiustamente dimenticato, nei decenni successivi, dal grande pubblico. Sembrerebbe quantomeno delittuoso non ricordare invece successi come “Teresa” e “Canzone per te”, con la quale vinse il controverso Sanremo del ’68, il primo dopo la morte di Tenco. Questo brano era proposto in coppia con il brasiliano Roberto Carlos, e questo accoppiamento mise in grande evidenza il parallelismo fra la malinconia e la “saudade” brasiliana, splendidamente interpretate dai due cantanti. Intanto, fra la Via Emilia e il west, il giovane Francesco Guccini, grazie soprattutto alla sua crescente fama di autore, riusciva ad incidere i suoi primi dischi. Questi, sebbene non fortunati come quelli che negli anni settanta gli hanno dato un grandissimo successo in veste di interprete, mettevano già in luce un personalissimo stile che alle influenze francesi sommava la lezione di un altro padre storico della canzone d’autore: Bob Dylan. Questa riuscitissima miscela, ulteriormente arricchita dalla musica popolare italiana, in particolare quella della tradizione mediterranea, era invece la base delle canzoni di quello che più di ogni altro ha saputo dare alla canzone d’autore… Fabrizio De Andrè. La scomparsa di Faber, sebbene emotivamente devastante, non influisce sicuramente sull’ opinione che ho della sua musica, semmai mi esime dallo spendere ulteriori parole sulla sua Opera, che negli ultimi anni è stata ampiamente analizzata in tutte le sue fasi. L’enorme mole di notizie che alla sua scomparsa ha invaso i mass media, ha però posto alla mia attenzione un dato significativo: non avevo mai considerato quante sue canzoni di successo sono nate negli anni ’60. “La ballata dell’eroe”, “La ballata del Michè”, “Il testamento”, “La guerra di Piero”“La canzone di Marinella”, “La canzone dell’amore perduto”, “La ballata dell’amore cieco”, “Amore che vieni, amore che vai” e “Geordie” hanno visto la luce fra il 1961 ed il 1966, quando Fabrizio incideva per la Karim, e dopo tanti anni… invece di appassire, sono migliorate, invecchiando come preziose bottiglie di vino.

 .© RIPRODUZIONE RISERVATA

cantautori medori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.