I Matti delle Giuncaie (“Etnic” 2019): intervista con Lapo Marliani – di Francesco Picca

Nel mezzo di una mattinata di fine aprile percorrevo a piedi una salita da scompenso mitralico, incuneato tra i vicoli del borgo storico di Riace. Sulle pietre antiche ho sentito rimbalzare le note di una chitarra acustica e di una voce inusuale che sembrava ingabbiata in una ranchera messicana. Giunto in una piazzetta, proprio sotto un murale raffigurante Emiliano Zapata, ho intravisto quattro musicanti in bermuda che sparpagliavano tutt’attorno ritmo e melodia. Si sono presentati come I Matti delle Giuncaie. A distanza di qualche mese, pochi giorni dopo il lancio del video Etnic, proviamo a conoscerli meglio insieme a Lapo Marliani, fondatore del gruppo.
Ripercorriamo le tappe fondamentali della vostra storia.
“Inizialmente eravamo in cinque, così come indica il nostro logo; alla voce avevamo Candida Nieri, un’attrice e una grande interprete, poi c’ero io alla chitarra classica, Francesco Ceri al mandolino, Mirko Rosi alla batteria e Andrea Gozzi alla chitarra acustica. L’anno scorso Gozzi ci ha lasciato ed è stato sostituito da Simone Giusti che suona il basso a cinque corde. Agli inizi degli anni 2000 avevo un gruppo che si chiamava Magna Pasta: suonavamo un progressive etnico, popolare, con influenze del Sud. Dopo nove anni sono entrato un po’ in crisi e ho abbandonato la band. Nelle mie nuove idee compositive risuonava sempre il mandolino. Lavoravo in una palude nei pressi di Follonica e avevo riletto un bellissimo racconto, intitolato “Il matto delle giuncaie”, scritto da Renato Fucini, un verista rimasto all’ombra del Verga e definito un macchiaiolo letterario. Insieme a Francesco Ceri creammo l’ossatura del nuovo gruppo. Da lì a poco ci raggiunse Andrea Gozzi che si trascinò dietro il batterista Mirko Rosi: con la sua ritmica, da quel momento in poi, il nostro pubblico passò dal ballicchiare al ballare e a scatenarsi. A noi si unì anche Candida Nieri che però, dopo poco più di un anno, scelse definitivamente la via del teatro. L’anno scorso è stato un anno di svolta: il fatto che Andrea ci abbia lasciato ha inevitabilmente alterato tanti equilibri. Da aprile abbiamo cominciato questa nuova avventura con Simone Giusti, con un primo live a Follonica, ripartendo quindi da dove avevamo cominciato”.
Come si articola la vostra discografia?
“Il nostro primo lavoro è stato “Canapa songs”, nel 2009, una piccola raccolta di tre brani autoprodotta. Nel 2010 è uscito “Iappappà”, anche questo autoprodotto, che è un po’ il nostro manifesto sul “fare festa”. Nel 2012 è uscito un Ep, “Il bagno nella canapa” (V-Rec Records). Nel 2014 siamo usciti con “Cignal Patchanka” (V-Rec Records), nel 2016 con “Noi non siamo stanchi” (V-Rec Records) e nel 2018  con “Matti live” (V-Rec Records), un doppio live che celebra i nostri dieci anni di attività. Adesso siamo al lavoro su una serie di novità: la prima è proprio Etnic.
Quali sono le vostre matrici musicali e come vi siete evoluti negli anni?
Francesco Ceri è un bravissimo musicista che sa affrontare qualsiasi genere: è uno sfegatato del jazz che ha cominciato come batterista, poi ha studiato come flautista e chitarrista, suonando con una band metal e poi con un gruppo di musica irlandese che gli ha consentito di avvicinarsi al mandolino. Mirco Rosi è un batterista di matrice rock che però ama il groove e crea dei pattern meravigliosi; inoltre ha studiato pianoforte e quindi ha una visione armonica della musica. Io ho studiato chitarra classica, ma adoro la musica medievale, quella popolare, ma anche quella contemporanea minimalista di Philip Glass, di Steve Reich, di Michael Nyman. Simone Giusti è uno sfegatato del funky motown, un vero amante del proprio strumento. Il nostro genere di riferimento come gruppo è la patchanka. Negli anni, avvalendoci di una base folk con chitarra e mandolino, ma potendo anche contare su una batteria rock, abbiamo lavorato su una sorta di hard folk. Oggi, nell’era del trap, continuiamo a suonare la nostra amatissima patchanka che, da buoni maremmani, non può che esprimersi in versione “cinghiala”, un po’ grezza. I nostri riferimenti di genere, in quanto figli degli anni 90, ovviamente sono Manu Chao e i Manonegra.
Vi siete spesso incrociati con altri artisti.
“Di collaborazioni ne abbiamo avute tante, partendo proprio da Candida Nieri. Poi è stata la volta di Marco Calliari, un italo-canadese che vive in Quebec e che suona word music. Sempre in Canada abbiamo conosciuto Julie Houle, una bravissima bassotubista e Fredric Peloquin, un talentuoso fisarmonicista. Sin dal 2012 abbiamo un bel feeling con Enrico Erriquez Greppi della Bandabardò che ci aiuta spesso nei testi; le parole di Etnic sono sue. Ci siamo incrociati anche con Francesco Moneti, il violinista dei Modena City Ramblers. Le De’ Soda Siters, tre ragazze che fanno musiche tradizionali toscane, riconducibili al genere agrifolk, ci hanno ospitati in un brano del loro ultimo lavoro. Abbiamo suonato anche con I Quartiere Coffee, un gruppo reggae di Grosseto, e con Nico Pistolesi, un pianista toscano che ci ha aiutato molto nelle nostre produzioni quando c’è stato bisogno di mettere mano alle tastiere. La collaborazione più prestigiosa resta quella con Eugenio Bennato, autore del testo di Gioco di onde. Adesso stiamo collaborando con i Radio Lausbergh, un gruppo lucano, della zona del monte Pollino. Il brano Etnic, artisticamente, è stato prodotto da Finaz, il chitarrista della Bandabardò“.
Parliamo di Etnic.
Etnic è un brano molto diverso rispetto alla nostra produzione precedente. Volevamo un suono più moderno, con più elettronica rispetto al solito. Il testo è di Enrico Greppi della Bandabardò ed è un proclama in più lingue: c’è lo spagnolo, l’inglese e anche una specie di esperanto molto fantasioso. Le parole sottolineano l’esistenza delle etnie, delle diversità culturali, anche l’esistenza di differenze nei valori intrinsechi, ma non certamente differenze di razza e di valori assoluti. Per noi la razza umana è una e una sola e la nostra musica è un abbraccio per tutto il mondo: un passaggio del testo recita “me gusta este mundo lleno de colores”. Per il video ci siamo affidati al nostro regista di fiducia, Alberto Adal Comandini, sicuri di ottenere un bellissimo risultato. Nelle immagini siamo in viaggio sui sedili di un treno che attraversa differenti mondi, alcuni pieni di colori, altri desertici, altri ancora desolati come uno scenario di guerra. Le immagini mantengono un andamento molto poetico e determinano un bel contrasto con il pezzo che, invece, è piuttosto incisivo e ballabile”.
Il messaggio di Etnic, in questo momento storico, non sembra casuale.
“Come singoli componenti del gruppo abbiamo le nostre individualità e anche diversità di vedute; la musica però ci accomuna sui valori umani universali, primo fra tutti quello antirazzista. Ci sembrava importante ribadire questo messaggio e cantare la bellezza dell’uomo nella sua interezza”.
Vi ho conosciuti casualmente a Riace… cosa vi ha spinto a fermarvi qualche ora li?
“La sera precedente avevamo suonato a quaranta minuti di auto da Riace. Conoscevamo gli sviluppi di cronaca della vicenda attraverso il racconto dei mass media, ma non ci fidavamo. Ha prevalso la curiosità e ci ha dato ragione: abbiamo trovato una realtà bellissima, un esempio unico ma replicabile di accoglienza e fratellanza.
Il vostro genere vi costringe, vostro malgrado, a muovervi con un po’ di fatica nel sottobosco musicale italiano.
“I problemi della musica in Italia non sono tanto legati alla produzione o alla distribuzione, quanto piuttosto a un fatto culturale. In Canada ci stupiamo ogni volta di come la gente dia un reale valore alla musica, approcciandosi all’evento con una serietà e un rispetto che qui da noi è ormai venuto meno. Nel nostro paese la musica è considerata un divertimento e, il fare musica inteso come lavoro, non viene quasi mai riconosciuto e apprezzato. E’ un problema profondo che poi, inevitabilmente, si riflette anche sulla produzione e sulla distribuzione, con una frammentazione disorganica di mille studi di registrazione e di mille etichette che rincorrono la giornata. Sul panorama discografico attuale c’è il suono trap che la fa da padrone… personalmente trovo molto interessante il post pop dei Coma Cose. Un altro problema, tutto italiano, è il profondo gap tra il mainstream e l’underground: nel mezzo non c’è niente e quindi, a realtà come la nostra, non resta che vagabondare nella terra di nessuno.
Cos’altro riserva il vostro 2019?
“A metà estate uscirà il video di un pezzo suonato insieme ai Quartiere Coffee. Per il prossimo anno vogliamo stampare il nuovo disco e, sapendo che i dischi non si vendono più, non è sicuramente furbo, ma noi tutti ci siamo formati nell’epoca del vinile e siamo quindi affezionati a questo modo di fare. Ci risulta un po’ indigesto assecondare il trend odierno di produrre un pezzo alla volta, ma ci consola l’idea e la prospettiva di un disco e ci gratificano le richieste e le pressioni del nostro pubblico”.

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