I campi della vergogna – di Cinzia Pagliara

Le parole sul problema degli immigrati sono infinite, quasi quanto il numero di corpi di quelli che non ce l’hanno fatta e che il mare racchiude con la pietas che il mondo ha dimenticato. Parole di rabbia, di dolore, di stupore, di violenza, di buonismo, di populismo, di qualunquismo (il mondo occidentale è specializzato in “-ismi”), parole per attirare voti, parole per far perdere voti, parole sparse come germi contagiosi e pandemici. Opinioni opposte che dicono tutto e il contrario di tutto, ma che non si ricordano mai di sottolineare la vera vergogna del “popolo invaso” che urla al riscatto: “la nuova schiavitù”. Perché questa è la parola con cui si può spiegare il termine caporalato: ridurre qualcuno a schiavo. In una terra dove non crescono i bianchi fiori di cotone ma i campi sono colorati di pomodori e arance e il sole picchia forte e bisogna stare piegati per ore e ore, per giorni e giorni. In questa terra ricca e antica, nuovi padroni e nuove arroganze decidono della vita di altri esseri umani trattati con ancor meno dignità degli antichi schiavi che cantavano spirituals, perché costretti a vivere in baracche di lamiera, senza servizi igienici, senza cibo. Anzi, nutriti come i cani randagi, con un pezzo di pane duro. Le loro mani, le loro schiene curve, la loro fame valgono tre euro all’ora… tanto sono molti gli immigrati, sono infiniti come quelli rimasti in fondo al mare, così tanti che “se non ti va bene, prendo un altro”. Tutti ammucchiati su un camioncino, come animali verso il macello, presi e scaricati come merce (quante metafore suggerisce l’azione dei “caporali“). Non c’è solo senso di superiorità, ma disprezzo: di questo si nutre la nuova schiavitùe chissà quanti vedono ogni giorno i camioncini e restano in silenzio, non denunciano “la pacchia” in cui vivono gli immigrati, non protestano per questo lavoro tolto ad italiche mani, non denunciano l’illegalità e lo sfruttamento. Questo non dipende dall’essere a favore o contro la presenza di immigrati, non ha niente a che vedere con il negare o accogliere, questo riguarda “noi” e la nostra coscienza civile. Accettare di non vedere, accettare la schiavitù (degli “altri”), accettare l’ipocrisia della demagogia politica, che continua a riempirci di parole: parole infinite, come infiniti sono i corpi di coloro che non ce l’hanno fatta… a divenire schiavi.

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