I “Balletti verdi” e la calda estate del 1960 – di Francesco Chiari

Questa storia cominciò proprio 60 anni fa in una cittadina bresciana, Castel Mella, così chiamata dal fiume che la attraversa, citato anche da Manzoni nella tragedia “Adelchi” perché vi si trova il convento dove muore Ermengarda: qui però non si tratta di un convento ma di una cascina, balzata agli onori delle cronache grazie a un articolo uscito sul “Giornale di Brescia” del 5 ottobre del 1960, in cui si dichiarava che lì dentro si incontravano persone omosessuali, modo di incontrarsi subito definito “Balletti Verdi”. Giova ricordare che il termine “balletti” era usato all’epoca per indicare gli scandali sessuali, e “verdi” si riferiva al garofano verde portato per eccentricità da Oscar Wilde, il sommo scrittore – di cui fra l’altro ricorreva all’epoca il sessantesimo della morte – che fu il primo a pagare col carcere il proprio orientamento omosessuale, in un’epoca che ancora considerava quest’orientamento una malattia (giova ricordare che solo nel 1990 l’omosessualità è stata derubricata dall’elenco delle patologie, anche se dopo trent’anni girano persone cui pare la notizia non sia ancora arrivata).
Lo scandalo fu ancora più clamoroso perché avveniva in una città tradizionalmente conservatrice e di onesti lavoratori, secondo quella malintesa religione lombardacalvinista” del lavoro e del profitto che avrebbe poi prodotto un Berlusconi, e guarda caso nel putiferio che ne seguì spuntò il solito supertestimone – immancabile come il pecorino sull’amatriciana – il quale cominciò a snocciolare grossi nomi del mondo dello spettacolo, ossia Gino Bramieri, Dario Fo con la consorte Franca Rame e addirittura Mike Bongiorno: naturalmente piovvero querele a raffica contro queste affermazioni, che forse nel caso della coppia Fo-Rame avevano anche una valenza di vendetta politica, ma il danno era ormai fatto e per mesi girarono vignette con Bongiorno in reggicalze e tacchi a spillo, come pure circolò la falsa ma perfidissima frase a lui attribuita “Non so, non c’ero, e se c’ero ero girato“.
Ai “Balletti Verdi”, cinque anni dopo, sarà ispirato un episodio del film a più mani “I Complessi”, ossia “Il complesso della schiava nubiana”, in cui un integerrimo censore magnificamente interpretato da Ugo Tognazzi scopre che la moglie aveva interpretato anni prima un film storico in cui appariva discinta, e nel tentativo di distruggere tutte le testimonianze finisce appunto coinvolto nei “balletti”. La vicenda, conclusasi poi quattro anni dopo con una sentenza del tribunale, giunse al culmine di un’estate che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere ricordata per aver ospitato a Roma i Giochi della XVII Olimpiade, svoltasi dal 25 agosto all’11 settembre, e che invece vide susseguirsi una serie di manifestazioni anche molto violente con le quali si toccava con mano che a soli quindici anni dalla fine dell’ultima guerra il nostro Paese era ancora attraversato da pulsioni irrisolte.
Presidente del Consiglio
quell’anno era il democristiano Fernando Tambroni, eletto nell’aprile grazie all’appoggio esterno del MSI, il che gli attirò le accuse della sinistra di aprire le porte ai neofascisti; il 14 maggio il MSI decise di tenere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza ma anche attraversata da tensioni per la chiusura di industrie storiche come la Ansaldo-San Giorgio, e la tensione montò fino alla manifestazione del 30 giugno con 162 feriti fra gli agenti e circa 40 fra i manifestanti. Questa manifestazione per il cosiddetto “effetto domino” ne suscitò altre in tutto il Paese, fra cui citiamo la manifestazione sindacale di Reggio Emilia del 7 luglio che si concluse con la morte di cinque partecipanti – questo fatto ispirò a Fausto Amodei la storica ballata “Per i morti di Reggio Emilia” – e quella del giorno prima a Roma a Porta San Paolo in cui l’ufficiale dei Carabinieri Raimondo D’Inzeo, prima di vincere l’oro alle Olimpiadi, ordinò una carica di cavalleria contro i manifestanti: fra di loro c’era lo scrittore Enrico Vaime, che nel suo libro “Il Varietà È Morto” (Mondadori, 1989) ricorda appunto di essersi visto davanti D’Inzeo a cavallo, aggiungendo con gelida semplicità “per un pelo sono qui a raccontarlo”. Tambroni si dimise il 19 luglio.
Anche il mondo della musica, seppure con meno violenza, era attraversato da fermenti non dissimili: tre anni prima era scoppiato il fenomeno degli “urlatori” grazie all’enorme successo di Come Prima cantata da Tony Dallara, che proprio in quel 1960 vinse il Festival di Sanremo con Romantica in coppia con Renato Rascel e questo sottraeva il pubblico giovanile al jazz, in precedenza molto apprezzato da quel pubblico sia nella versione “tradizionale” sia in quella “californiana” che fra il 1953 e il 1962 spopolò nel nostro Paese, tanto che Musica Jazz commentò questo drastico cambiamento di gusti in un articolo dello stesso 1960 dal titolo inequivocabile: “Siamo tornati all’anno zero”.
Per quanto riguarda la musica leggera, un terribile incidente d’auto avvenuto il 3 febbraio si portò via Fred Buscaglione e questo fatto, unito al ritiro dalle scene da parte di Renato Carosone l’anno prima, lasciò un grande vuoto prontamente riempito da Peppino di Capri, giovane musicista di ventun anni ma che suonava in pubblico da quando ne aveva quattro, l’unico in grado, tanto a livello di immagine quanto a quello di repertorio, di sapersi rivolgere ai giovani e agli adulti allo stesso tempo, il che gli permise nel 1962 di diventare il secondo artista italiano a vendere più di un milione di copie di un 45 giri con la sua storica cover di Let’s Twist Again (il primo, nel 1961, fu Nico Fidenco, grazie alla sempiterna Legata a un granello di sabbia, ferocemente parodiata da Lelio Luttazzi sette anni dopo con la sua Legata ad uno scoglio).
Sempre in quello stesso 1960 comincia a imporsi un termine destinato a un’enorme fortuna, ossia “cantautore”, coniato appositamente per il ferrarese Gianni Meccia da due dirigenti della RCA, Ennio Melis e Vincenzo Micocci, quest’ultimo lo stesso che fu oggetto della vitriolica Milano e Vincenzo di Alberto Fortis; Meccia aveva esordito l’anno prima con Odio Tutte Le Vecchie Signore, una bella botta all’immagine della mamma coi capelli bianchi celebrata dalla canzone leggera, anche se il primo colpo d’ariete lo aveva dato Alberto Sordi con la goliardica Nonnetta di cui sopravvive un interessante filmato, quasi un videoclip ante litteram, nel film “I Ragazzi del Juke-Box”, ma in quel 1960  Meccia si impose all’attenzione del pubblico grazie alla sua Il Barattolo, tanto popolare che Enzo Jannacci ne incise una parodia dal titolo Il Foruncolo, ripresa anche da Dario Fo.
Insomma, in quell’estate del 1960 sembrava già pronto il terreno di coltura che avrebbe portato alla grande avventura di qualche anno dopo, galvanizzata dall’esempio dei Beatles che fra l’altro, guarda caso, proprio il 17 agosto di quello stesso anno iniziavano le loro esibizioni ad Amburgo, accumulando l’esperienza che li avrebbe resi fenomeni mondiali, avventura che però non poteva prescindere dai grandi sommovimenti sociali, come infatti puntualmente avvenne. Un’ultima notazione storica per concludere: oltre ai “Balletti Verdi” esistevano all’epoca anche i “Balletti Rosa”, ossia incontri fra uomini anziani e ragazze minorenni; questi ultimi non sono passati di moda, solo che adesso li chiamano “cene eleganti”.

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