“Hüsker Dü?” – di Lorenzo Scala

“Hüsker Dü” significa, in danese/norvegese: “ti ricordi”. Nel pomeriggio di un mercoledì estivo del 1979, dentro un capannone abbandonato e fatiscente, poco distante da un fiume arido in una regione geografica ignota, il giovane ragazzo che tutti chiamavano Chiodo per la sua struttura fisica, esile ma anche nerboruta, piantata sotto una testa dalla scatola cranica importante, venne costretto a praticare un rapporto orale da un ragazzo di qualche anno più grande. Chiodo all’epoca aveva soli sette anni e tra le mura umide e le rovine di cemento frantumato, prima del traumatizzante fatto, ricorda (Hüsker Dü?) solo il senso di disagio, la lucida consapevolezza di volersi trovare lontano da lì e la tremenda, paralizzante confusione provata nell’escogitare un modo per realizzare l’eliminazione della propria incognita da quell’espressione orribile. Il modo non c’era. Se fosse scappato sarebbe stato raggiunto. Se avesse finto un malore forse… be’, forse questa ipotesi avrebbe rappresentato un tentativo valido, ma un ragazzino di sette anni, per quanto sveglio, è in grado di bloccarsi esattamente come un adulto. Chiodo fece quello che doveva fare: prima inginocchiarsi e subire, poi eliminare quella esperienza dalla sua banca dati mnemonica (Hüsker Dü?). L’unica immagine superstite nella parvenza dei ricordi ad emergere, era la cicatrice simile a quella di un’ustione che il ragazzo più grande aveva sul collo. 1986. Chiodo ha quattordici anni, ed è un imberbe meraviglioso punk. Una piccola cresta spennellata con della colla di pesce, una maglietta degli Hüsker Dü (ti ricordi?), jeans neri striati tramite l’utilizzo di varechina. Dopo aver passato il pomeriggio con la sua ragazza a fumare erba, bere birra economica e a inalare il gas dell’accendino, sale sul suo motorino e se ne va al concerto, indovinate un po’? Degli Hüsker Dü! (Ti ricordi?). La band ha pubblicato da poco il maturo e malinconico “Candy Apple Grey”, ma Chiodo aveva imparato ad amarli con l’inarrivabile bibbia del rock più grezzo, quello spermatozoo incazzato che fecondando il punk diede vita all’hard core: “Zen Arcade”. Chiodo, nonostante le sue abitudini autolesioniste figlie dell’incoscienza e qualche incubo incastrato nel cuore della notte, è un ragazzino sereno, mentre sfreccia tagliando l’aria tiepida di maggio col suo “Ciao”, è entusiasta del concerto che lo aspetta. Arrivato al capannone post industriale colmo di chiodi, anfibi, teste rasate, parcheggia il suo poderoso e claudicante mezzo rendendosi conto che il concerto è gia iniziato. Non solo, in quel preciso istante Bob Mould, cantante e leader, sta urlando nel microfono la sua canzone preferita: I’ll never forget you. Neanche il tempo di arrivare, con gli occhi fradici di stravizi, sotto il palco, con l’adrenalina e lo sguardo felice, Chiodo si blocca. Davanti a lui un Punk più grande, con l’aria più dimessa della sua e lo sguardo meno felice, se ne sta con l’aria catatonica e una bottiglia di birra in mano, in mezzo alla folla ciondolando la testa a ritmo di musica. Il ragazzo ha una cicatrice simile a un’ustione sul collo. Bob Mould sta cantando: “volevo solo essere tuo amico, ora so che devo finire, non mi è mai importato di me e ora, ora lo farò. Non ti dimenticherò mai. Non ti perdonerò mai”. Chiodo, dopo un secondo di stasi in cui il mondo ha smesso di girare, come in preda ad un lucido automatismo, dissociato ma allo stesso tempo consapevole, afferra la bottiglia del punk più grande e gliela spacca in testa. Poi con le lacrime agli occhi si fionda sotto il palco e si mette a pogare cavalcando  un raptus di catartica furia, furia convulsa aggrovigliata a un senso di felicità tribale. Quello fu il suo primo concerto. Quello fu anche il suo ultimo giorno da ragazzino.

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