Hüsker Dü: “Candy Apple Grey” (1986) – di Alessandro Gasparini

Faccio molta fatica a dimenticare. Dicono infatti che ho una memoria da elefante, la quale a distanza di decenni mi fa ricordare dettagli a volte del tutto irrilevanti. Tali dettagli spesso e volentieri lasciano gli interlocutori, a seconda dei casi, sorpresi, infastiditi e perché no anche con il dubbio di avere a che fare con un tizio “poco normale”. Tra le cose che rammento con più piacere ci sono sicuramente i regali di compleanno. Sul finire dell’estate 2006 ricevetti per il mio ventesimo un disco ben impacchettato che, nella breve premessa fatta dal donatore prima della scoperta, doveva essere una chiave verso un orizzonte musicale più ampio nei miei ascolti. Apprezzai molto sia per l’album in sé, poiché conoscevo la fama degli autori, sia per la forza simbolica della scelta essendo il disco uscito nell’anno della mia nascita. Fino ad allora il mio bagaglio musicale era fermo ad un’infarinatura generale di rock anni 70 e 80, colonne sonore dei miei film preferiti, pillole di blues e una passione crescente per il punk duro e puro (Ramones e Sex Pistols, ma anche avvisaglie hardcore come Black Flag, Germs e i primi Social Distortion). Quel regalo fu per me l’inizio dell’ennesima ricerca alla scoperta di pagine memorabili per il rock alternativo. Ragione per la quale ad oggi tra i dischi più impressi nella mia memoria c’è “Candy Apple Grey” (1986) degli Hüsker Dü.
Il chitarrista Bob Mould, con il bassista Greg Norton e il batterista Grant Hart formarono questo curioso trio nel 1978 nella città di Minneapolis, Minnesota, non ancora famosa per la violenza delle sue forze dell’ordine. Norton e Hart si conobbero in occasione di una selezione per la stessa posizione lavorativa all’interno di un negozio di dischi. Il lavoro fu dato a Norton ma Hart venne assunto da un altro record store spesso frequentato da Bob Mould. Agli albori dell’epoca hardcore punk e del DIY (Do It Yourself), questi ragazzi non immaginavano che sarebbero stati trai principali protagonisti degli “altrianni 80 musicali, né che tempo dopo avrebbe firmato con un’etichetta mainstream, né tantomeno che le loro gesta sarebbero rimaste scolpite nel cuore e negli accordi di artisti di fama mondiale. Si può dire che nel loro caso valse la pena insistere battendo i pugni sul tavolo, creando accordi memorabili e picchiando sulla batteria (cantandoci per di più sopra). Le prime performance rientravano a pieno titolo nell’ortodossia hardcore fatta di riff granitici suonati a velocità supersonica e urla lancinanti.
Il singolo
Statues (1981) ne è la prova lampante. Ben presto però il loro alter ego fece capolino, manifestandosi con composizioni che si distinguevano dalla massa tanto per una virata melodica come per una decisa profondità delle liriche. Esplicativa, a riguardo, un’intervista del 1984 nella quale Hart dichiarava quanto gli Hüsker Dü cercassero di concentrarsi sull’aspetto emotivo (core) piuttosto che sulla durezza (hard). Indissolubilmente legata all’etichetta simbolo di quell’epoca e di quel contesto, ovvero la SST di quel Gregg Ginn dei Black Flag, la loro prima fase fu caratterizzata da violenza e velocità ma anche dalla mai sopita ammirazione per alcuni dei cult di un passato ancora recente come Byrds, Jimi Hendrix e Donovan. Il climax che li porterà a superare gli stretti confini del genere mise a segno tre album da ascoltare tutti d’un fiato prima della chiave di volta chiamata “Zen Arcade” (1984). Tra il 1981 e il 1983 vennero dati alle stampe “Land Speed Record, Everything Falls Apart” e “Metal Circus, dischi attraverso i quali i nostri maturarono un muro sonoro già a suo modo peculiare. All’adrenalina e alle scariche epilettiche alternavano infatti ballate e reminiscenze psichedeliche.
Se con la pietra miliare “Zen Arcade” i Nostri raggiunsero quella che probabilmente è la vetta artistica dell’hardcore, peraltro inventando e codificando i canoni di quello che più in là verrà definito pop-punk, con i successivi “
New Day Risinge “Flip Your Wig(1985), dimostrarono di poter crescere ancora coniugando energia, melodia e un sound sempre più nostalgico e romantico. Ormai pronti per il grande balzo verso la major Warner Bros., forti anche delle vendite, si attirano le critiche del mondo hardcore intransigente che li accusava di essere diventati troppo commerciali. Il 1986 è l’anno di “Candy Apple Grey, il primo album pubblicato da una multinazionale discografica. Dopo i vari cambiamenti stilistici affrontati dai tre di Minneapolis in meno di un decennio si poteva pensare ad un punto di arrivo definitivo, o peggio di giungere a un manierismo che avrebbe fatto storcere il naso anche ai fan più devoti. Invece il risultato è qualcosa che stupisce e al contempo lascia un senso di incompiutezza, perché mai come in questo caso la definizione di disco di transizione è quella che meglio calza. In prima battuta Crystal a firma Mould, che nel suo essere monocorde e familiare fa intuire che Hart, Norton e Mould in fondo restano ragazzacci incazzati e memori delle lezioni dei Ramones.
Grant Hart piazza il secondo brano, 
Don’t Wanna Know If You Are Lonely, ed è subito epica. Riff elettrizzante e stacchi di batteria fanno sin dai primi attimi l’atmosfera del capolavoro, con la voce fredda e ipnotica di Hart che guida l’ascoltatore lungo un breve testo tanto malinconico quanto consapevole (Mantengo la mia distanza ma la distanza è troppo lunga, mi rassicura il solo sapere che stai bene). Mould firma dunque I Don’t Know For Sure e Too Far Down. La prima all’insegna del marchio di fabbrica che ha caratterizzato i due album precedenti, la seconda con una intro quasi progressive (ricorda le sonorità iniziali di Larks’ Tongues In Aspic, Part 1 dei King Crimson) e che stende il tappeto rosso alla vetta in acustico dell’album. La voce di Bob Mould è intensa e calda nella sua semplicità, e ancora più catartica nei momenti di pathos (Quando sono seduto e penso mi auguro solo di poter morire, o rendere qualcun altro felice liberando me stesso). Grant Hart, da parte sua, contribuisce alla resa dell’album con episodi mozzafiato come Sorry Somehow e Dead Set On Destruction, con la prima che rasenta la perfezione in virtù di un ritornello urlato e solenne e della sezione chitarra/tastiera ad opera di Mould. Queste sembrano essere l’evoluzione naturale di quanto dichiarato nel precedente “Flip Your Wig“, in particolare Makes No Sense At All e Private Plane.
Tra le due personalità forti e antitetiche di Hart e Mould è bene omaggiare il lavoro di Greg Norton al basso, che va ad incastrare perfettamente ritmo e melodia in tutte le gemme presenti sul disco. In particolare la commovente
Hardly Getting Over It, che gode di una breve introduzione guidata proprio dalle semplici ed efficaci note di basso. Arrivando alle battute finali Hart e Mould si scambiano i ruoli, con il primo che in No Promise Have I Made regala momenti fantasticamente drammatici grazie alla sua voce accompagnata dal piano e alla batteria gradualmente incalzante. Mould invece scrive due perle di hardcore melodico e maturo, ovvero Eiffel Tower High e All This I Have Done For You. Nonostante la sensazione di “work in progress” che pervade l’album, brani del genere rendono giustizia a questi “Re Mida” dell’alternative rock ante-litteram, pronti a sferrare un altro colpo epocale in tempi brevissimi. Nel 1987 sarebbe uscito il doppio “Warehouse: Songs And Stories, summa della loro carriera artistica e sintesi perfetta delle diverse componenti. Il risultato è un power-pop stilisticamente impeccabile, miglior testamento possibile ai posteri e prodotto di una ricerca incessante del suono finale.
Terminata quest’ultima fatica i
si congedarono dal loro pubblico, lasciando alla fruizione degli ascoltatori ben nove album di rilevanza fondamentale. La loro particolarità è stata legata a elementi dissonanti con la realtà prettamente hardcore, in quanto orgogliosi di un sound smussato e cristallino come anche di testi focalizzati sui tempi andati e sulle difficoltà dei rapporti umani. Le registrazioni del tour successivo all’uscita di “Warehouse” avrebbero dato vita al live “The Living End, uscito nel 1994. Negli anni seguenti sia Bob Mould che Grant Hart avrebbero quindi iniziato le rispettive carriere da solisti. Per il primo vanno anche ricordate le collaborazioni importanti con Golden Palominos e Foo Fighters, mentre per il secondo la fondazione nel 1989 dei Nova Mob. Greg Norton scomparirà dalle scene per diversi anni prima di iniziare un nuovo progetto in ambito jazz-rock nel 2007 con i Gang Font, dove ha condiviso la sezione ritmica con il batterista suo concittadino Dave King dei Bad Plus.
L’importanza storica degli Hüsker Dü
è facilmente misurabile nell’influenza che hanno esercitato su artisti contemporanei e di poco successivi così, in ambito underground, gruppi appartenenti ai filoni post-hardcore ed emocore quali Squirrel Bait, Rites Of Spring e Get Up Kids, come sulla scena pop-punk mainstream a cavallo tra gli anni 80 e 90, capitanata da band come The Offspring, NOFX e Green Day (i quali riproporranno Don’t Wanna Know If You Are Lonely nell’album “Warning” del 2000). Ho avuto l’onore di assistere a un live solista di Grant Hart nel 2010 allo Spazio 211 di Torino, approfittando dei momenti post concerto per scambiare qualche parola con lui ed avere una firma sulla mia copia di “Zen Arcade“. Nel 2017 Hart morirà a causa di un cancro al fegato. La passione che mi ha portato ad amare gli Hüsker Dü è arricchita anche da questo evento, del quale mi ricorderò anche quando la memoria inizierà a tirare brutti scherzi.

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