Hugo Race Fatalists: “Taken By The Dreams” (2019) – di Ignazio Gulotta

Continua lo straordinario momento creativo di Hugo Race che pur nelle sue diverse incarnazioni non solo non delude, ma riesce ancora a stupire e a meravigliare. Abbiamo ancora nelle orecchie il recente viaggio cosmico uscito come “Gemini4” (Gustaff Records 2019), progetto elettronico realizzato insieme a Michelangelo Russo, Julitha Ryan e Andrew Hebir, che arriva un nuovo capitolo dell’avventura italiana con i Fatalists. In questo nuovo “Taken By The Dreams” (Glitterhouse 2019) è presente l’eccellente sezione ritmica dei Sacri Cuori composta dal basso di Francesco Giampaoli e dalla batteria di Dario Sapignoli. Molti anche gli ospiti che si alternano nei vari brani: Chris Brokaw e Giovanni Ferrario alle chitarre, Julutha Ryan al klavinet, Michelangelo Russo all’armonica, Vicki Brown al violino, Lisa Crawley, Caterina Arniani e Bryan Colechin alle voci. Tutti nomi che ricorrono da anni nelle produzioni di Race e che sono in evidente e proficua sintonia con il musicista australiano: una sintonia e un’intesa profonda che si respira in ogni nota, dando a tutto l’album un tono di intimità e di complicità che non può non catturare chi ascolta. Hugo Race sembra offrirsi con tutto se stesso con testi sinceri e tormentati che scavano dentro la sua anima, le sue contraddizioni, i suoi sentimenti, la sua umanità. Quella di Race è grande musica, è intenso e moderno blues, musica dell’anima… e questo “Taken By The Dreams” è certamente uno degli apici di una carriera peraltro davvero eccezionale. È la dimensione del sogno il filo conduttore di “Taken By The Dreams” a volte scura e dolorosa, altre nostalgica e malinconica, altre aperta alla luce e alla speranza. L’iniziale Phenomenon ci proietta in un’atmosfera di nostalgia («You were so beautiful, you’re a phenomeno / I was young and so naïve / crazy enough to believe in lies»), segue un’altra ballata intensa e commovente, This Is Desire, immersa in un’atmosfera trasognata e fuori dal tempo da un’elettronica dal sapore vintage. Bow and Arrow è una ballata dalle tinte noir, un racconto enigmatico che si dipana fra baci fatali, frecce scoccate e cuori infranti ed Heaven and Hell sceglie la dimensione acustica per esaltare le qualità di narratore e affabulatore di Hugo Race: paradiso e inferno, gioia e dolore, nostalgia del passato e sguardo al futuro… in fondo tutto il disco è giocato sulle diverse polarità e contraddizioni lungo le quali oscilla inesorabile la nostra vita. Gonna Get High è un uptempo che ci riporta al rock’n’roll più sanguigno fatto di ritmo, energia, sudore, affanno. Symphony vive nella straordinaria tensione fra il giro ossessivo del basso, le laceranti fratture delle distorsioni, il ritmo saltellante e sincopato della batteria, le sognanti volute elettroniche e il canto evocativo ipnotico di Race, il risultato è un brano in cui inquietudine e quiete si intrecciano inestricabili nel racconto di un risveglio o del sogno di un risveglio («When I open my eyes / you’re the very first breath I take»). Nella meravigliosa Smoking Gun ritroviamo l’apertura epica, corale delle ballate degli ultimi Dirtmusic, mentre la title track che chiude superbamente il disco ci riporta ad atmosfere più intime e rarefatte… e noi ormai non possiamo che essere presi dai sogni. Semplicemente un capolavoro!

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